Il Messaggero, 8 febbraio 2026
Intervista a Nicole Grimaudo
Ci sono attrici che si vedono un po’ ovunque e parlano (e straparlano) di qualsiasi cosa, spesso alla perenne ricerca non solo di visibilità ma di uno status che le faccia sembrare “altro” rispetto a quello che sono in realtà. E poi ci sono quelle come Nicole Grimaudo, 46 anni e 32 di carriera, con un film da protagonista femminile uscito il 6 febbraio negli Stati Uniti, Solo mio (la produzione è tutta americana, venerdì è stato il secondo debutto al box office con più di 3 milioni di incasso), che non ha sfilato sul red carpet della premiere di New York il 27 gennaio – perché impegnata in Italia su un set di una nuova serie di Rai1 (solo nel 2025 è stata nel cast di Maschi veri su Netflix e Un professore con Alessandro Gassmann su Rai1). Al suo fianco il popolare, negliUsa, Kevin James.
Un’altra al suo posto avrebbe fatto di tutto: non poteva chiedere un permesso di due-tre giorni?
«L’ho fatto. Ma è un progetto nuovo (Ci vorrebbe un’amica, con Bianca Guaccero e Aurora Ruffino, ndr) che ha avuto problemi economici, si è fermato per due mesi, e quando è ripartito mi hanno giustamente detto che non si poteva più perdere tempo. No problem».
Ha imparato l’inglese?
«Non l’ho mai parlato benissimo, ma l’ho mischiato con l’italiano e per due mesi, notte e giorno, ho studiato le battute fino al vomito. È stata l’impresa più stressante della mia vita, ma ce l’ho fatta: ora sono la protagonista femminile di una commedia romantica americana che, in questi primi giorni, sta piacendo».
Come c’è arrivata?
«La produzione stava cercando un’attrice italiana, hanno visto Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, e hanno contattato la mia agente, mia sorella Maria Vittoria. Io ho subito fatto sapere che il mio inglese non era buono e che non l’avrei fatto perché mi sarei sentita a disagio. Poi mi hanno convocata per una video chiamata».
E com’è andata?
«Per non perdermi pezzi di conversazione prima ho acceso Google Translate e solo dopo ho iniziato a chiacchierare con i due registi (Charles e Daniel Kinnane, ndr), il protagonista Kevin James e i produttori (Jeffrey Greenstein e Mark Fasano, ndr). Abbiamo subito cominciato a ridere come pazzi. Io parlavo come potevo, gesticolavo, e sbuffavo. Loro sono impazziti. Il mio personaggio era proprio così: un’italiana che parlava male l’inglese ma si faceva sempre capire. Dopo due settimane sono tutti arrivati in Italia, abbiamo cenato e poi ho portato Kevin a fare un giro per Roma in motorino. Ha ululato dalla gioia. Ha insistito così tanto per avermi che alla fine mi sono convinta: abbiamo girato la scorsa estate. Lui in America è una superstar».
Avete fatto tutto in Italia?
«Quasi. La storia è semplice: il personaggio di Kevin viene a Roma per sposare la sua donna, che il giorno delle nozze non si presenta in chiesa. Non se l’è sentita e lo ha mollato. Lui, disperato, resta comunque in Italia per il periodo della luna di miele, va in Toscana (nel casale di Andrea Bocelli a Lajatico e nel locale Teatro del silenzio, ndr) ma prima a Roma conosce me, cioè Gia, che ha un bar in piazza Mattei (quella della Fontana delle tartarughe, ndr).
Ma che nome è Gia?
«Gliel’ho detto in tutti i modi: in Italia nessuno si chiama così, ma non c’è stato verso di cambiarlo».
Il lavoro sul set come è stato?
«Bello. Mi sono sentita desiderata, cioè davvero voluta e apprezzata per quello che potevo dare».
Perché da noi non è così? Domina un tono di sufficienza?
«Diciamo che tante di noi spesso hanno la sensazione di essere un po’ interscambiabili, cosa che sicuramente non gratifica. Invece confesso che la capacità degli americani di dimostrare senza vergogna l’apprezzamento per la persona, e il suo lavoro, è davvero emozionante. Dopo i ciak, se piaceva quello che avevi fatto, scattavano sempre gli applausi di tutta la squadra. E questo mi gasava tantissimo. Hanno un atteggiamento molto caldo ed entusiasta. Ancora si divertono».
Da noi non è più così?
«Sì, certo. Però prima o poi arriva la lamentela, spesso anche comprensibile, perché le cose non vanno come dovrebbero per questo o quel motivo. Loro invece se la godono».
Altre differenze?
«Non così importanti. Loro di sicuro hanno tanti mezzi, ma i nostri colleghi, tecnici e no, sul set sono dei fenomeni. Mi ha sorpreso una cosa: con gli americani se in una scena c’è la musica, loro come il grande Sergio Leone – te la fanno sentire a tutto volume, cosa che dà la carica».
Senta, ma per caso Roma e gli italiani sono rappresentati in maniera stereotipata, un po’ stucchevole, tipo “Emily in Paris”?
«Per carità, non in quel modo. I dialoghi non sono mai banali, le battute sono anche taglienti e credibili».
Vabbè, ma se il film ha successo e dovessero chiamarla per andare in America almeno per due anni, che fa?
«Ci sono già state varie chiamate, finisco questa serie e poi vedo».
Va o no?
«Se si concretizza qualcosa di buono, sì. Non ho mai avuto il mito americano, e l’Italia è l’Italia, però è un’esperienza che farei senz’altro».
Come Sabrina Impacciatore: l’ha sentita in questi mesi?
«No, ma la conosco. Insieme abbiamo girato la serie Immaturi e ci siamo incrociate tante volte. Magari la chiamo per farmi spiegare meglio».
Ma il capitolo 2 è già previsto?
«Non lo so, però mi hanno già fatto girare dei video perché pensano che alla fine si farà».
La lezione americana più importante qual è stata?
«Improvvisare in una lingua che non padroneggio. E con Kevin si è creato un feeling talmente naturale che riuscivamo a creare delle gag comiche non capendo davvero tutto quello che stavamo dicendo. Insomma, una specie di miracolo».
Dopo questa esperienza, come si presenta, oggi: a che punto è?
«Facile. Attrice, compagna e mamma di due figli di 12 e 5 anni, io mi sento sempre al punto di partenza. Sono sicura come donna e attrice, ho avuto tanto, ma sono consapevole che devo fare ancora tante cose».
Cosa le è mancato?
«Un po’ di gratificazioni. Mi sono dovuta sudare tutto, sempre, e mi sta bene così, però nonostante il lavoro fatto con tanti registi importanti (i fratelli Taviani, Tornatore, Ozpetek etc, ndr) ho sempre qualcosa da dimostrare. Ecco, oggi vorrei raccogliere quello che ho seminato. Mi piacerebbe un film in cui dimostrare tutto quello di cui sono capace, e quindi avere fiducia illimitata. Però non mi faccia passare per quella che si lamenta, sono tranquillissima: sono comunque contenta così. Però se me lo chiede, rispondo. E le dico la verità».
La cosa che le è venuta meglio?
«Mine vaganti. In quel film ho interpretato un personaggio che ho amato tantissimo. E poi quello in Baarìa di Tornatore, che mi ha fatto invecchiare e per il quale ho pensato a mia nonna per farlo bene».
Qual è il suo circoletto cinematografico?
«Nessuno. Io sto per i fatti miei, è più forte di me. Non ce la faccio ad andare alle cene giuste con le persone giuste solo perché è giusto così. Io sono felice quando sono sul set, ma poi amo stare con la famiglia, i miei amici di sempre. Diciamo che quando non lavoro, me lo scordo proprio di essere un’attrice. Sono una normalissima 46enne, che si imbarazza sempre a darsi completamente. Io già da bambina ero un orsetto. E oggi sui social ci sono poco, perché più di tanto con gli sconosciuti non riesco ad aprirmi».
Lei è ancora giovane, teme il passare degli anni?
«Ce li ho tutti in faccia, ma sono ancora gestibili. Se la situazione dovesse peggiorare, le dirò tra qualche anno. Adesso sono tranquilla, però sto molto attenta alle luci... (ride, ndr)».
Una storia da raccontare ce l’ha?
«Se mi guardo indietro, da Non è la Rai, fatta a 14 anni, a oggi, mi piacerebbe raccontare il mio percorso. L’aiuto di mia madre, delle sorelle, le amiche... C’è tanta vita dentro. A 15 anni entrai nel cast del Giardino dei ciliegi con Gabriele Lavia. Avevo una disciplina rigidissima e tante cose me le sono perse pe r strada».
Ha mai pensato di mollare?
«Sì. A 22 anni, dopo Medicina generale, non mi chiamava più nessuno. Si fermò tutto. Facevo decine di provini, ma nessuno mi scritturava. Pensai di tornare nella mia Caltagirone (Catania, ndr), aprire una pasticceria e fare i cannoli. Poi tutto si sbloccò. La verità, però, è che il piano B non l’ho mai previsto. Questa è la mia vita. E me la tengo».