Il Messaggero, 7 febbraio 2026
Abdon Pamich: «Nella mia vita ho fatto tre volte il giro del mondo»
Abdon Pamich, a 92 anni e qualcosa sempre in marcia?
«Beh no, adesso cammino soltanto».
Quanto?
«Un’ora e un quarto, un’ora e mezza al giorno. Di prima mattina, così poi c’è tutta la giornata per fare altre cose».
Ha mai fatto il conto di quanti chilometri ha marciato in vita sua?
«No, ma a spanne direi che ho fatto tre volte il giro del mondo, più di 100 mila chilometri di sicuro».
E adesso ha quasi ripreso, per via de “Il marciatore”, il film sulla sua vera storia che, prodotto da Clemart con RaiFiction, regia di Alessandro Canale, andrà in onda su Rai1, prima serata, dal 10 febbraio
«No, no: io continuo a camminare. Marcia Michael Marini, un attore giovane che è bravo come attore ma anche come marciatore. Gli ho detto “attento, che se ti prende la passione per la marcia poi ti rovini la carriera di attore”. Non ho dovuto insegnargli niente: come marciatore è perfetto».
Il 10 febbraio è il giorno del ricordo, il giorno che è per la memoria delle foibe e degli esuli dalmato-istriani. Lei è di questi. Cosa ricorda di allora?
«Il freddo di quando scappai con mio fratello. Era settembre, una bella giornata di mare e al mare nella mia Fiume. Eravamo in maglietta, calzoncini e scarpe da ginnastica. Ci mettemmo in viaggio così per non dare nell’occhio. Ma poi il freddo! Quando arrivammo sul Carso era tutto un altro clima. Per fortun c’era una famiglia di quelle italiane».
Cioè?
«Sa la cultura contadina? Si dice siano più ospitali i poveri che non i ricchi, e così fu».
Succede ancora?
«Non lo so il mondo è completamente diverso, ma quelli videro sti due ragazzini gelati e pieni di paura, perché oltre al freddo ricordo anche il pensiero che ci arrivassero le fucilate dei titini».
Torna in quei luoghi della sua infanzia?
«Si, adesso ogni anno, da quando non c’è più mia moglie, che quand’era malata stavo con lei ad assisterla. Ci torno e ritrovo gli esuli che vengono da tutta Italia, dalla Svezia, da New York. E bello ritrovarsi. La mia Fiume? No, è diversa: quella la rivedo quando chiudo gli occhi o lì la sera, quando apro la finestra e si vedono le luci sul mare. Sa che hanno soldi per restaurare la barca del maresciallo Tito che nessuno la vuole ma nelle case ci sono ancora i buchi delle bombe?. E allora me ne vado a Trieste, un’altra cosa».
Pochi giorni fa ha portato la fiaccola olimpica di Milano-Cortina in un tratto a Vicenza. Marciando?
«No, no: passeggiando per 200 metri».
Emozionato?
«Ma che vuole che mi emozionassi?».
Effettivamente uno che ha fatto 5 Olimpiadi, con un oro, vinto due Europei e 40 titoli italiani
«Però se non c’era un’emozione olimpica, ce n’era un’altra: era un momento di ricordo del nostro esodo ed ho passato la torcia al figlio di un esule di allora. È stato come passargli la storia, la memoria da tenere viva».
Poi è stato lasciato a piedi
«Ma no, una montatura: è stato un disguido, una questione di parcheggio».
Con la fiaccola in mano qualcosa di olimpico suo avrà pensato. Magari Tokyo 1964.
«Di Tokyo ricordo che stavo male alla vigilia; ci avevano fatto cinque-sei iniezioni, tutti i vaccini, pure quello contro il colera. Ero scombussolato. Andavo ad allenarmi in un bosco, passeggiare più che allenarmi. Pensavo: “o stavolta o mai più”, dopo Melbourne e Roma ho questa possibilità, sono ancora giovane, ma dopo di qui chissà” e così ho cominciato a sentirmi meglio e poi bene e poi ho vinto».
È il suo ricordo olimpico più vivo
«No, quello che mi viene subito in mente è Monaco ’72, il massacro degli israeliani a pochi metri da noi. Ricordo Vanni Loriga, il giornalista: per vedere meglio i fatti e poi raccontarli pensò a quand’era bersagliere, salì di corsa su una passerella, cadde, si fratturò le gambe. Allora succedevano queste cose».
Com’era la marcia allora?
«Completamente diversa da quella di oggi, che è una corsa con le ginocchia bloccate, che è una corsa che in 17 minuti fanno 5 chilometri, che è una corsa e non la marcia classica che facevamo noi».
Uno storico e grande cittì del ciclismo, Alfredo Martini, diceva, come battuta, che “la marcia è un modo di correre per andare più piano"
«Ci aveva visto lungo».