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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Intervista a Rino Fisichella

Rino Fisichella nasce a Codogno, in provincia di Lodi, nel 1951. Dopo la maturità si trasferisce a Roma per iscriversi alla Pontificia Università Gregoriana, dove diventerà professore ordinario di teologia fondamentale per 20 anni, con all’attivo 50 volumi. Viene ordinato sacerdote nel 1976 e nominato vescovo ausiliare di Roma il 3 luglio 1998 da Giovanni Paolo II.Tra gli incarichi, quello di rettore della Pontificia Università Lateranense e la presidenza della Pontificia Accademia per la Vita. In qualità di Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione segue in prima persona l’organizzazione del Giubileo del 2025, dopo essere stato il coordinatore organizzativo per il Giubileo straordinario del 2015-2016. 
Monsignor Rino Fisichella,come è nata la sua vocazione?
«È stata una vocazione un po’ particolare, non qualcosa che è maturato gradualmente. Da bambino pensavo difare il medico. Poi è arrivata la chiamata: devi diventare sacerdote».
Una voce?
«Esattamente questo. Una voce che ricordo alla perfezione. Era il giorno della prima comunione, quindi ero profondamente consapevole di quello che mi stava succedendo, nonostante fossi un bambino. Per cui vado da mia madre e le dico: guarda, io devo diventare prete. La reazione naturale è stata di incredulità. Ma sono cresciuto con la convinzione di essere stato chiamato».
I suoi genitori erano siciliani.
«Lavoravano in una ditta di dolciumi e l’avevano seguita quando dalla Sicilia si era trasferita a Cremona, nell’immediato Dopoguerra. Poi la ditta si è spostata a Codogno, in Lombardia, e loro di conseguenza. Vengo da una famiglia che si potrebbe definire povera. In quei tempi, nel Nord Italia, eravamo per così dire una presenza estranea. E io sono quel figlio che non doveva nascere, e invece fortunatamente è nato».
Non era nei programmi?
«I miei avevano già tre figli. Il primo, Sebastiano, era morto all’età di tre anni».
Perché dopo la maturità ha deciso di trasferirsi a Roma?
«Il seminario di Lodi non mi avrebbe dato una formazione teologica accademica, Roma sì. All’inizio sono stato sistemato in una parrocchia di periferia, alla Borghesiana, e tutti i giorni prendevo il trenino che arrivava da Fiuggi e raggiungevo la Gregoriana. Anni molto belli, molto intensi: studio, ricerca, tante ore in biblioteca».
Cosa significa essere teologo e non solo uomo di Chiesa?
«Il teologo si mette al servizio dell’intelligenza della fede. Una fede non solo vissuta, ma vissuta in maniera critica: ponendo delle domande e cercando delle risposte. La mia formazione da teologo è stata del tutto casuale, non l’avevo prevista. Venni destinato a una parrocchia dei Protomartiri e contemporaneamente insegnavo religione al Virgilio, che in quegli anni, nel periodo delle Brigate Rosse, era un liceo molto caldo. I superiori mi dissero di continuare a studiare perché ero troppo giovane per essere ordinato prete. Ma, con tutti i miei impegni, il dottorato andava al rilento. Fino a quando il professore della tesi, un canadese, René Latourelle, mi prese di petto: “O la finisci o la finisci”. Che voleva dire: o la finisci di fare la tesi o la finisci di continuare a studiare la tesi. Fu uno scossone: chiesi sei mesi di permesso alla scuola. Per il controrelatore era una delle tesi migliori scritte alla Gregoriana in quegli anni».
Di cosa trattava?
«Approfondivo il pensiero di un teologo, un grande teologo, Hans Urs von Balthasar... l’uomo più colto del XX secolo».
Il teologo fa le domande. Lei ha trovato tutte le risposte che cercava?
«No, io continuo a fare domande perché è tipico della fede provocare domande. La fede non è un contenuto chiuso, risponde a quella che è la domanda più profonda di ogni persona, la domanda di senso. E la domanda di senso non si esaurisce mai. È come una fontana: bevi un po’, ti disseti, però sai che quando hai sete torni di nuovo alla fontana, e da lì continuerà a sgorgare acqua fresca. La fede obbliga a fare in modo che il cuore, per dirla con Agostino, sia continuamente in ricerca, sia ansioso. Agostino pronuncia una bella frase: “Aiutami a cercarti e, una volta che ti ho trovato, aiutami a cercarti di nuovo”».
A quale domanda è stato difficile rispondere?
«Ce ne sono tante, ma una tocca direttamente il cuore della fede e la vita delle persone. È la domanda che mi rivolse mia sorella quando mio nipotino di cinque anni, con una leucemia fulminante, morì all’improvviso. La domanda che mi fece mia sorella, la madre, ma anche la domanda che mi faccio io, è: perché? Perché la sofferenza degli innocenti?».
Che risposta ha dato a sua sorella? 
«Non bisogna essere tentati di dare una risposta a tutto. In questi casi è preferibile il silenzio, che riconosce il proprio limite. E si affida a quella parola di amore che in ogni caso non può venire meno».
A partire dal 1995 lei è stato cappellano alla Camera dei deputati, fino al 2010. In 15 anni come ha visto cambiare la politica italiana?
«Il mio incarico era di animare San Gregorio Nazianzeno, la chiesetta che sta all’interno dei palazzi della Camera, in vicolo Valdina. Una bellissima chiesa del XII secolo. Era sempre chiusa. Ho cominciato ad aprirla e a celebrare la messa, organizzare pellegrinaggi. Si viveva la fase di passaggio dalla Prima Repubblica e la novità Berlusconi. Ma i primi che vennero a messa furono Andreotti e Maria Pia Garavaglia, politici di spessore della vecchia generazione. Io non ho visto tentennamenti. Ho visto piuttosto la capacità di comprendere l’esigenza di qualcosa di nuovo. E questo anelito doveva essere orientato: non poteva arrivare come una burrasca che buttava giù tutto. Le istituzioni sono state più forti, sono state capaci di inglobare il cambiamento».
Un cambiamento imposto dai giudici.
«Andreotti veniva ogni giorno a messa a Valdina, passeggiavamo insieme intorno al chiostro. Erano gli anni in cui era sotto processo. Ricordo la sofferenza di quest’uomo che però trovava conforto nella fede e aveva un senso profondo della giustizia. Era convinto che sarebbe emersa anche nel suo processo».
Lei ha avuto un intenso scambio epistolare con Oriana Fallaci prima che morisse. Si definiva “atea” ma cristiana”. È possibile essere atei e cristiani al tempo stesso?
«Questo epistolario presto diventerà un libro. E nasce da un’intervista che il Corriere della Sera mi fece per commentare una presa di posizione di Fallaci. Per me Oriana non era atea. Lei si definiva tale, ma era un’atea che aveva fatto amicizia con un vescovo, un’atea che chiedeva a un vescovo di tenerle la mano nel momento in cui si avvicinava la morte, un’atea che sul comodino di casa conservava una statuetta della Madonna e il libro che le aveva regalato Benedetto XVI. È vero, aveva perso la fede. Ma era una donna in ricerca, profondamente in ricerca, soprattutto nel periodo della malattia che inevitabilmente fa sorgere interrogativi. E quando sei in ricerca del senso della vita, sei in ricerca di Dio».
Lo ha trovato alla fine?
«Non credo. Però ha sempre sperato di trovarlo, e questa per me è la chiave di volta: aveva speranza».
Nel 2009 difese un caso di aborto terapeutico che riguardava una bambina brasiliana vittima di stupro. Ci furono diverse polemiche, dentro la Chiesa subì attacchi pesanti.
«C’era una bambina innocente. Una bambina che aveva subito violenza dal patrigno. Una bambina che doveva essere difesa, protetta, abbracciata, non condannata per l’atto di cui probabilmente neanche si rendeva conto. Prenderei altre mille volte quella posizione che andava oltre gli schematismi della legge e della dottrina. Sulla dottrina bisognerebbe fare una precisazione. Non credo di essere andato contro la dottrina cattolica, assolutamente. Perché la dottrina cattolica non è una lastra di ferro ma è mossa dall’amore. E, se non è così, non è cattolica. Pur condannando l’aborto in quanto tale, in quel caso ci trovavamo davanti a un essere umano con un volto, un nome, una storia che non poteva essere cancellata».
Benedetto XVI la nominò presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Anche sul suicidio assistito la Chiesa non dovrebbe evitare di dimostrarsi – uso le sue parole – una lastra di ferro?
«La Chiesa deve essere precisa sui principi, ma deve essere anchemolto attenta alla persona. Sono due aspetti che non sono in contraddizione. Non tutti sono capaci di sopportare il dolore, non tutti sono degli eroi. Il rapporto di proporzionalità è un aspetto fondamentale della morale: la proporzionalità tra quello che io riesco a sopportare e quello che è l’ideale di vita.Il principio è un ideale di vita. Quello dell’autodeterminazione non sarà mai accettato dalla Chiesa, perché la Chiesa vive del principio che la vita ti è donata. Ma poi c’è la singola persona, e davanti alla singola persona bisogna avere rispetto».
Lei è titolare del Dicastero della Evangelizzazione, che ha un evidente rapporto con la tesi del suo dottorato: “Amore e credibilità del cristianesimo”. Nel 2026, quanto è credibile il cristianesimo?
«Il cristianesimo non vive una crisi di credibilità. Sono le persone che non sono credibili. Ma il Vangelo in sé è un annuncio credibile, perché è l’annuncio dell’amore che ti aspetti. Il problema oggi è duplice. Primo: lo scandalo che ha toccato la Chiesa nei decenni passati, la pedofilia, è sotto gli occhi di tutti. La non credibilità di alcuni uomini e di alcune donne che hanno attentato alla santità della Chiesa, ha oscurato il volto della Chiesa. Secondo: non ci troviamo in una situazione in cui Dio è negato. Non siamo come negli anni 70 davanti al fenomeno dell’ateismo. Oggi l’ateismo non esiste, perché il pensiero è debole. Il grande problema che viviamo, legato alla credibilità, è che Dio è un grande sconosciuto. Soprattutto in Occidente, ci si deve interrogare sulla trasmissione della fede. Siamo ancora capaci ditrasmetterla?».
I tanto criticati social possono essere un mezzo di evangelizzazione?
«Lo sono di fatto. Io non amo la demonizzazione delle cose. Non è nella mia natura, perché tutto quello che esiste è frutto della creatività della persona, dell’intelligenza, dell’umano. E l’umano porta sempre con sé l’impronta del divino. È l’uso che si fa degli strumenti a doverci preoccupare. Aiutano i genitori a comunicare con i figli o lo impediscono? Dobbiamo essere realisti: un giovane davanti al suo telefonino ha sempre le risposte che vuole, in qualsiasi momento. Se va a casa e vuole parlare con i genitori, la risposta che riceve è: “No, adesso non posso”, “parliamone dopo”, “adesso sono stanco”. È banale, ma è l’esempio di come noi ci rapportiamo. Il computer non ti dirà mai “sono stanco”».
Il Giubileo, di cui lei è stato il regista, che segno ha lasciato nellaChiesa?
«Il desiderio di speranza, non ho dubbi, anche se è un concetto un po’ dimenticato nella Chiesa. Noi parliamo sempre di fede e di carità. Ma non parliamo mai di speranza, che invece è l’involucro sia della fede sia della carità».
È difficile avere speranza in questi tempi.
«Sì, però la speranza è quella che ci accompagna appena apriamo gli occhi la mattina. Altrimenti non riusciremmo ad arrivare a fine giornata. Se il nostro discorso è trapuntato soltanto di guerre e di violenza, non andiamo da nessuna parte. Il Giubileo ha attirato oltre un milione di giovani a Tor Vergata, e sono giovani del nostro tempo. E il 25 aprile c’erano più di 250.000 adolescenti. Questa generazione non porta soltanto i sintomi della violenza, è ancora molto solida, persino nella fragilità. È animata dal desiderio».
Lei è stato sacerdote con sei papi: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco I e Leone XIV. Quale ha sentito più vicino?
«Paolo VI. Per l’attualità del suo insegnamento, per la mia biografia. Ero giovane sacerdote, tante volte ho fatto da diacono alle sue messe. Gli altri sono un dono di Dio, perché stare vicino a un Papa è esattamente questo. Nel caso di Giovanni Paolo II, il dono è stato la vicinanza a un santo. Mi sono chiesto tante volte cosa ha significato per me aver incontrato direttamente alcuni santi. Con Ratzinger c’è stata la vicinanza del pensiero, della profondità teologica».
A marzo compie 50 anni di sacerdozio. Non ha mai avuto un momento di crisi? Non hai mai pensato: “Non mi riconosco in questa Chiesa”?
«No, perché da teologo vedo anche il lato umano. Io so che la Chiesa è santa, ma al tempo stesso è fatta di peccatori. Le debolezze umane non mi fanno dimenticare la bellezza della Chiesa come sposa di Cristo, come la nuova Gerusalemme. Ovunque io sia andato, il Signore era con me».