il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2026
Stefano Accorsi: “L’Ulisse a teatro e tutto Muccino addosso sul set”
Chi la conosce la definisce “simpaticissimo”.
(Stupito) Davvero?
Sì.
Mi fa piacere.
Secondo aggettivo: “professionista”.
(Resta di nuovo stupito) Ah, non è male.
Per il suo agente, Moira Mazzantini, lei è il vero stacanovista.
Incredibile.
Cosa?
Ogni tanto, anzi raramente, Moira mi sottolinea questo approccio al lavoro e ogni volta mi sorprendo perché credo sia normale.
Forse non lo è.
Io mi appassiono.
In 35 anni ha lavorato moltissimo.
Abbastanza.
È un perenne.
A parte la parentesi in cui mi sono trasferito in Francia: in quella fase ho lavorato più lì.
Però.
Una volta tornato…
Ha martellato.
Un ritmo elevato tra teatro, cinema e pubblicità.
Come nella puntata di Call my agent dedicata a lei.
Quella si ispira a fatti reali.
Lei che lavora sempre, ovunque, anche dentro il bagagliaio di una macchina.
Il bagagliaio è esagerato, ma il sedile di dietro, sì; poi aggiungo le cabine dell’armadio negli hotel, con tanto di cuscino.
Comodo.
Le cabine sono perfette, pure meglio di alcune sale d’incisione; e se non trovo neanche una cabina armadio, mi invento altro.
(Bravo, non bravo, fenomenale, superlativo o chissà. Il punto è un altro: Stefano Accorsi è uno dei pochi ancora in possesso dei parametri del 900, quando c’era il divismo, il clamore, l’attenzione, il riflettore, la lettura del sospiro. Lui riesce a catalizzare, la sua vita ha mantenuto un’aura, come i suoi addominali levigati per il ruolo di Carlo Ristuccia, nell’ultima pellicola diretta da Gabriele Muccino, “Le cose non dette”. Questi benedetti addominali hanno conquistato copertine, discussioni, battute, sospiri, ma senza allontanare lo spettatore dalla sostanza: la pellicola è un Muccino in purezza e la simbiosi con Accorsi si respira dal primo all’ultimo addominale…)
Ha accennato alla Francia. Andare all’estero cosa ha significato?
In quel periodo ho lavorato meno in Italia, però ho imparato un punto: invece di lamentarmi sul minor numero di telefonate, ho ribaltato la questione e mi sono detto “forse dipende da me”.
Saggio.
Sono tornato in Italia con alcuni progetti, come le serie 1992, 1993 e 1994 (sugli anni di Tangentopoli) e poi con uno spettacolo teatrale; soprattutto ho iniziato a rispondere “sì” ad alcuni progetti e a contattare le persone che non mi chiamavano.
Macchina da guerra.
Uno non può sempre e solo restare in attesa, deve muoversi; (ci pensa) forse, con il mio trasferimento in Francia, mi ero un pochino tirato fuori in un periodo in cui mi arrivavano tantissimi progetti, molto incomprensibili.
E… ?
Tutti pretendevano una risposta e il “no” va spiegato.
Secondo Carlo Verdone la carriera si costruisce sui no.
È vero e poi il “no”, in assoluto, è la parte più complicata.
Ci vuole esperienza.
La vera esperienza è capire i progetti, comprendere quando ci si riconosce; altra difficoltà è quando non sei totalmente convinto del “no” ed entrano in ballo le percentuali tra aspetti favorevoli e no; (ci ripensa) i “no” sono veramente importanti.
Quando sono giusti.
Ho letto un’intervista a Matt Damon e uno dei suoi “no” è stato per Avatar.
Tafazzi.
È complicato.
Anno 1992, non ha detto “no” a degli home video prodotti dalla San Paolo con il titolo Il videocatechismo.
Sono contento di averli girati: ancora andavo a scuola di teatro e grazie a quei video ho lavorato tutta l’estate.
L’anno dopo è arrivata la celeberrima pubblicità del Maxibon.
Va bene, tutto è servito.
È l’attore maggiormente coinvolto negli spot.
Non lo so, ma oggi sono sdoganate, al tempo del Maxibon c’era uno sguardo più diffidente.
Invece.
Quei pochi secondi rappresentano una grande intuizione, tanto che ancora oggi c’è chi mi ripete la frase centrale (du gust is megl che uan).
Intuizione di Daniele Luchetti.
Fu lui a volermi al provino.
Il suo primo provino cinematografico è stato con Pupi Avati e Pupi stesso racconta che alla fine la sua fidanzata lo ha fermato: “Se non lo prende, si suicida!”
(Sorride) In quel periodo lavoravo come bagnino di salvataggio e davo una mano al bar della mia fidanzata; fu mia madre a leggere sul Resto del Carlino che Pupi cercava attori per prossimo film, quindi mi chiama, insiste, e mi organizzo per partecipare.
Ma il tocco finale è stato della fidanzata.
Può anche essere; (ride) quindi oltre al primo film allora devo pure la vita a Pupi Avati.
Adesso è al cinema con l’ultimo film di Gabriele Muccino Le case non dette, ma sono 25 anni da L’ultimo bacio. Com’è cambiato?
L’ho trovato maturato, pacificato, ha svolto un grande lavoro su se stesso pure come essere umano. È più sereno, anche se “sereno” con Gabriele è un azzardo; lavorare con dei cast corali lo ha aiutato nella sua capacità di scambio.
Tradotto?
È pronto a recepire le nostre sensazioni.
Non è dogmatico.
No, mentre ne L’ultimo bacio lo era di più; oggi padroneggia la materia.
Miriam Leone, l’altra protagonista del film, ha dichiarato che le scene di sesso sono più imbarazzanti per gli uomini a causa degli “inciampi”.
Per me no, sono sereno.
Sia Montesano che Pozzetto hanno ammesso che in carriera non sempre sono riusciti a tenere a bada certe emozioni.
In quei momenti hai cinquanta o sessanta persone attorno e magari subito la scena con la partner ti trovi sopra un operatore di macchina perché deve girare un primo piano.
Eroticissimo.
Le prendo come una scena qualunque e poi dopo 35 anni il senso del pudore te lo sei lasciato alle spalle; (sorride) non ho imbarazzo a mostrarmi fisicamente.
Si è visto dagli ultimi addominali sfoggiati nel film di Muccino.
Prima di girare Gabriele mi fa: “Sei allenato?”. “Beh, mi tengo in forma”. “No, qui devi essere ossessionato dal fisico”. E mi sono preparato.
Per gli addominali ha suscitato invidie.
Sono parte del pacchetto; (torna a prima, alle scene di sesso) ci sono ciak ancor più difficili da girare, anzi con Gabriele lo sono tutti.
Perché?
Sul set estenua gli attori, così ottiene il massimo; (pausa) con lui ogni scena è fondamentale, studiata, ha un significato.
È sempre fisico?
Abbraccia, ride, tocca: lui ti sta addosso, non ti molla mai. E rappresenta la sua necessità primordiale di raccontare storie, quindi di essere sempre connesso con i suoi attori e così gli attori alla materia.
Muccino si mangia le parole. Lei lo capisce?
Ormai sì, ma non lo ascolto, lo sento; (ancora e ancora a prima) i momenti peggiori sul set sono quando cadi nella figura di merda.
Esempio.
Su Baciami ancora giravo una scena con Vittoria Puccini, lì ero emozionato, poi arriva Gabriele e bolla tutto: “Ma che è ’sta cagata? Hai pure le mani tremanti”.
Tranchant.
Sono fasi che devi mettere in conto: il suo fine non è cattivo, vuole spronarti.
Cos’altro ha messo in conto in 35 anni?
Ho da sempre desiderato girare film che mi piacessero e allo stesso tempo popolari.
E quando la popolarità è arrivata?
All’improvviso.
E allora?
Mi sono reso conto che non era come la immaginavo, soprattutto perché c’è una totale perdita della privacy; (pausa) ero abituato a guardare gli altri, mentre da un giorno all’altro gli altri hanno iniziato a guardare me. È inevitabile il contraccolpo.
Non c’è teoria come la pratica.
Nessuno di noi era preparato, neanche la mia agente, e in quel momento che iniziarono ad arrivarmi tutti i copioni possibili pure improbabili, magari per un ruolo da novantenne o da ragazzino.
Come mai non esistono quasi più gli attori con un passato o una vita spericolata?
È cambiato il sistema: prima il cinema poteva permettersi degli eccessi, oggi le nuove generazioni sono ligie, hanno una percezione forte di se stessi, anche per via dei social.
Sono 25 anni da Le fate ignoranti. Il primo pensiero.
Quando sono andato da Ferzan (Ozptek) per la prima lettura del soggetto. E Ferzan, poco dopo: “C’è da fare il caffè”. “Ci penso io!”. Vado, trovo la scatola sottovuoto, la apro e mi esplode il caffè in faccia.
Sempre 25 anni da La stanza del figlio.
Penso ai tanti ciak di Nanni Moretti e mi è andata bene: alcuni attori li ha fatti tornare, a me no; (ride) in una scena dovevo lanciare un bicchiere contro il muro. Ciak. Via. Stendo il braccio. E il bicchiere va a infilarsi, intero, in un’intercapedine. Siamo rimasti immobili, non sapevamo come andare avanti e siamo scoppiati a ridere; (pausa) almeno abbiamo stemperato la tensione.
Quale suo film che passa in tv, rivede?
Mi è capitano poco tempo fa con Marilyn ha gli occhi neri; anche con Veloce come il vento.
Ora è in teatro con Nessuno – le avventure di Ulis se.
E a ogni prima mi ripeto “ma perché non sono rimasto a casa?”. Poi guardo il mio produttore: “Ora va di là, sarà un po’ agitato, ma si siede in platea e assiste allo spettacolo…”. Io no. Ma nei pochi metri che dividono il retroscena dalla scena, piano piano cambia lo stato d’animo e sul palco…
Cosa?
Ti emozioni, godi.
Se vede un cellulare, che fa?
Nell’Orlando avevo una battuta, pronta, in versi e tutti ridevano. In questo caso è diverso, ma quasi non ci faccio caso a meno che non è molesto.
Alcuni attori interrompono lo spettacolo.
In quei casi penso al teatro shakespeariano, con il pubblico che stava in piedi, mangiava.
Uno spot che non girerebbe mai.
Armi e alcool. L’alcool me l’hanno proposto.
Lei chi è?
Un esploratore che ama tornare a casa.