il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2026
Referendum Giustizia, moral suasion a metà. Alla fine il Quirinale non fa muro sul voto del 22 e 23 marzo
Se un mese fa il Quirinale aveva impiegato 24 ore per firmare il decreto sulla data del referendum, stavolta ne sono bastate un paio. All’ora di pranzo il Consiglio dei ministri mette mano al quesito sulla separazione delle carriere, come richiesto dalla Cassazione, ma conferma che il voto sarà il 22 marzo. Poco più tardi arriva il via libera di Sergio Mattarella, che prima del Cdm aveva sentito la premier Giorgia Meloni. È l’ultima tappa di settimane controverse e di continua dialettica tra Colle e Palazzo Chigi, settimane in cui i Comitati del No hanno più volte criticato il governo per la forzatura sulla data due volte ratificata dal Quirinale (la prima quando era ancora in corso la raccolta firme per un nuovo quesito).
D’altra parte la dialettica tra la presidenza della Repubblica e l’esecutivo ha un ruolo sempre più centrale, e non solo sul referendum. Il caso più recente è il pacchetto sicurezza approvato in settimana da Meloni e i suoi, al termine di una lunga mediazione con gli uffici del Quirinale e di un incontro tra Mattarella e Alfredo Mantovano, sherpa della premier. Un confronto su cui ha ragionato ieri il costituzionalista Gaetano Azzariti sul manifesto, evidenziando come la debolezza delle dinamiche parlamentari sposti l’interlocuzione altrove. Con qualche beneficio, perché evita a priori “le più manifeste illegittimità costituzionali” grazie alla famosa moral suasion del Colle, ma anche col rischio che la fase di limatura del testo sostituisca il potere del Quirinale di mandare indietro gli atti del governo: “Un confine difficile da varcare”, dice Azzariti, perché palesa uno scontro, eppure talvolta necessario.
È ovvio infatti che in una mediazione il Colle non riscriva per intero gli atti che il governo gli sottopone, ma il risultato finale nella sostanza quasi sempre è poco lontano dalle intenzioni di Palazzo Chigi (vedi il fermo preventivo di 12 ore ai cortei). Sul referendum lo schema è stato simile. In un primo momento il governo voleva fissare la data addirittura al 1° marzo, sancendo una campagna elettorale lampo, tenuto conto che tra l’approvazione della riforma e le urne ci sarebbero state anche le feste di Natale. È il dialogo col Quirinale ad aver fatto sì che la destra aspettasse un paio di settimane in più per indire il referendum.
A quel punto, siamo a metà gennaio, Meloni sceglie il 22 marzo sapendo che il presidente della Repubblica non si opporrà: i Comitati del No protestano, perché i cittadini stanno ancora firmando per un quesito che è diverso da quello promosso dai parlamentari e accettato in un primo momento dalla Cassazione; ma nulla cambia. Anzi. I 15 giuristi che hanno lanciato la raccolta firme scrivono a Mattarella per anticipargli il ricorso al Tar contro il decreto che fissa il referendum per il 22 marzo e in quell’occasione auspicano che il presidente della Repubblica possa aspettare l’eventuale sospensiva del tribunale amministrativo prima di firmare il decreto. Ciò non avviene, perché il Quirinale dà l’ok alla data e solo successivamente il Tar respinge il ricorso e la raccolta firme viene completata ben oltre le 500 mila adesioni richieste.
E si arriva a ieri, con il Cdm che interpreta la decisione della Cassazione nella maniera più congeniale alla destra: bisogna riformulare il quesito, ma è sufficiente aggiornare il vecchio decreto perciò non deve partire da capo il conteggio dei 50 giorni oltre i quali fissare per legge la data del voto, si può restare con il 22 marzo. Impianto ratificato dal Quirinale, con le lamentele del Comitato dei 15 secondo cui non si “tiene conto della volontà dei 546.463 firmatari di essere correttamente informati”. Da vedere se e come il Comitato riceverà le garanzie che gli spettano. A meno di altri ricorsi, si vota tra un mese e mezzo.