La Stampa, 7 febbraio 2026
Intervista a Tommaso Giacomel
Per essere uno che parla con i fatti Tommaso Giacomel le spara proprio grosse. Tre vittorie in Coppa del mondo, la leadership in classifica e tanta voglia di mettersi al collo una medaglia. O, sentirete lui, anche più di una. Domani ad Anterselva il primo giro di giostra, staffetta mista e partiamo con il podio nel mirino.
Giacomel, sa di avere gli occhi di tutti addosso?
«È un anno che dico che voglio vincere i Giochi, non mi sento arrogante ma sicuro. So quanto sono bravo e si vede. Parlo poco e farei la figura del cretino se dopo certe affermazioni non ottenessi risultati. Perché dovrei nascondermi?».
Forse solo nella vittoria in staffetta mista si è un po’ lasciato andare, nelle tre individuali ha tenuto un profilo molto basso. La prima volta per sua nonna che stava male e poi è mancata, la seconda per rispetto del suo amico Bakken appena scomparso, la terza perché non era soddisfatto della prova. Mai voglia di esultare?
«No, farò biathlon per tanti anni ancora, non voglio esplodere oggi e scomparire domani. Ci metto sempre molto equilibrio nelle cose che faccio. Sono schivo e silenzioso».
Come ha scoperto il biathlon?
«In tv. Mio papà ha fatto fondo ma non voleva che i figli seguissero le sue tracce. La prima gara a Selva di Val Gardena, da lì è stato un crescendo».
Il biathlon è una micidiale combinazione di fatica, precisione e tattica. In quali percentuali?
«La parte fisica conta al 40%, tattica e tiro si spartiscono il resto in pari percentuali».
Quanto si allena in un anno?
«La nostra stagione va a grandi linee da maggio a marzo dell’anno successivo, considerando anche la preparazione estiva su strada. Sparo circa tredicimila colpi e faccio mille ore di allenamento».
Che rapporto ha con l’errore al poligono, quel bersaglio mancato che può orientare il risultato finale?
«È umano, mi dà fastidio certo, ma ancora più grave sarebbe stare lì a pensarci. E come nel tennis, se sbagli un colpo ne hai subito un altro per rifarti».
Si è fatto seguire da una psicologa quando aveva 19 anni. Come mai?
«Ringrazio mia mamma che mi ha fatto conoscere Daniela Cavelli, dottoressa che ha lavorato anche con Tania Cagnotto e Francesca Dallapé. Mi è servita molto».
Perché ha sentito il bisogno di farsi aiutare?
«Il supporto è utile nella fase di costruzione della personalità e io avevo paura di non diventare bravo. Ho uno standard di prestazione molto alto e ho dovuto imparare a convivere con le mie ambizioni».
Come ci è riuscito?
«Ho sempre avuto l’ambizione di vincere, ma sapevo di non essere ancora pronto. Ho preso batoste e ho imparato a crescere, ne prenderò ancora e crescerò ancora. Con una premessa che non dimentico mai».
Quale?
«Facciamo sport, non salviamo vite umane. Avrei voglia di schiacciare – dice proprio così – chi si lamenta. Se ci si impara a convivere lo sport è divertimento».
Maneggia una carabina. Con grande attenzione e precisione, ma è sempre un’arma da fuoco. Non proprio un dettaglio soprattutto quando si tratta di insegnare biathlon ai più piccoli. C’è un metodo?
«Sì ed è legato all’intelligenza dei genitori. Sono loro che devono educare i figli all’uso di qualcosa di pericoloso. Io me lo ricordo sempre di avere in mano un’arma che può uccidere».
Federica Brignone sta inseguendo il suo sogno olimpico dopo il grave infortunio. È un modello?
«Federica è ammirevole, ha le palle quadrate. Si merita questi Giochi e anche di tornare a casa con qualcosa di grosso. È importante per tutto lo sport azzurro, dovrebbero costruirle un mezzo busto d’oro».
A proposito di highlander: dove nasce la passione per Djokovic?
«Da quella per il tennis. Mi piace molto più del biathlon, sto sveglio di notte per seguire i tornei. Mentalmente è durissimo, i tennisti stanno in campo anche cinque ore, dovrebbe far riflettere sulla loro forza».
Djokovic più di tutti?
«Da ragazzo gli hanno bombardato la casa, non è cattivo ma si nutre della rabbia che ha dentro. La sua fame è la mia fame. Se lo incontrassi gli chiederei come ha fatto a resistere tutti quegli anni schiacciato tra Federer e Nadal. Deve essere stato frustrante, ma lui ne è uscito più forte di tutti».
Djokovic e non Sinner?
«No, mi piace certo. E tra lui e Alcaraz, mi sento più simile a Jannik».
Idoli del biathlon?
«Johannes Bo e Martin Fourcade. Alla mia età erano già più forti di me, sono due giganti. Fourcade si è ritirato due gare dopo il mio esordio in Coppa del mondo a Nova Mesto nel 2020. Arrivai 27° ma mi fece i complimenti, indimenticabile».
Ma c’è una cosa che le fa perdere la tranquillità?
«Cucinare. Mi stressa e mi rilassa al tempo stesso».
Vero che le piacerebbe andare a vivere in Norvegia?
«Sì, amo il rispetto che quel popolo ha per la vita. Non solo per lo sport».
In Norvegia è nato il suo grande amico Sivert Bakken, scomparso a 27 anni in Italia durante la preparazione pre olimpica. Le va di parlarne?
«Poco. Era una persona davvero speciale per me, abbiamo condiviso momenti splendidi a Lillehammer. Gli hanno mancato di rispetto con tutte quelle congetture sulle cause del decesso».
Ma lei ha mai provato la maschera iperbarica?
«No».