La Stampa, 7 febbraio 2026
Propaganda artificiale
L’intelligenza artificiale ha da tempo ricevuto il sigillo ufficiale di strumento di propaganda becera e insidiosa. A rilanciare la sarabanda della manipolazione ci ha pensato ancora una volta il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, quando ha condiviso su Truth Social un video cospirazionista sulle elezioni 2020 che negli ultimi secondi mostra le facce di Barack e Michelle Obama montate su corpi di primati, al ritmo di “The Lion Sleeps Tonight”. Anche se dopo ore l’ha rimosso dando la colpa allo staff rendendosi ancor più ridicolo. Qualcuno della stirpe benpensante dirà che si trattava di una goliardata, che è lecito fare satira, magari evocando il “Je suis Charlie Hebdo” come contrappasso ideologico. Non è la stessa cosa: la propaganda artificiale non è esercizio di ironia, non ha guizzi di creatività corrosiva, è un sistema scellerato per alterare la realtà facendo leva sull’analfabetismo funzionale di una grandissima parte di chi, su quelle immagini, rafforzerà il proprio pregiudizio.
La clip serve a consolidare, con un’operazione di “meme?politica”, la narrazione del complottismo elettorale estremizzando, con strumenti avanzati, l’iconografia razzista classica che disumanizza i neri. È la versione contemporanea della macchina di umiliazione che ebbe come vittima Sarah Baartman, la giovane donna khoikhoi dell’attuale Sudafrica orientale, nota come “Venere ottentotta”. Ridotta in schiavitù, portata a Londra e Parigi intorno al 1810, fu esibita come fenomeno da baraccone per le sue natiche considerate “anomale”, poi dissezionata ed esposta come reperto anatomico per sostenere le teorie razziste sul corpo nero. Non è un paragone azzardato: chi oggi valuta con leggerezza l’esplosione propagandistica che travisa e frammenta la cronaca usando l’AI si fa complice di un ritorno a quel passato, quando rispettabilissime persone portavano i figli a guardare quanto fosse “lontana dall’essere umana” quella ragazza in gabbia.
Ancora più chiaro è l’intento di disattivare un avversario diffondendone l’artefatto digitale, come nel caso dell’account ufficiale della segretaria della Sicurezza interna Kristi Noem che ha condiviso l’immagine manipolata dell’avvocata e attivista nera Nekima Levy Armstrong, arrestata per una protesta contro l’Ice in una chiesa del Minnesota. Nella foto originale era composta e quasi sprezzante; nel meme propagandistico appare col volto deformato dal pianto e dalle lacrime. L’intento è farla percepire come pavida, lagnosa, perdente, un trofeo di guerra invece di una donna che testimonia una battaglia.
Lo stesso edificio della Casa Bianca è travolto dalla smania trumpista di ricostruzione digitale del reale. Le versioni della “ristrutturazione ideale” non pretendono di essere realizzate: sono l’esplosione del pacchiano elevato a estetica, tra arcate dorate, scritte cubitali, statue. Probabilmente nessun architetto sta lavorando al progetto, ma qualcuno è interessato ad alimentare il sogno di una dimora celeste per il messia del popolo Maga. Che esista o no è indifferente.
Così il surreale tracima nel quotidiano e lo infesta come un parassita. In molti avranno sghignazzato quando, a ottobre, “King Trump”, ai comandi del suo jet, bombardava con una marea di sterco il corteo dei manifestanti delle giornate nazionali “No Kings”. Qualcuno avrà provato simpatia, altri penseranno che, chi vede una degenerazione della politica nel bullizzare digitalmente l’avversario, sia un rosicone, un moralista che non capisce lo slancio vitale.
Liquidare tutto come comportamento infantile, “indegno di un presidente”, è una lettura troppo ottimistica. Il vero scopo di chi immagina, alimenta e diffonde questi frullati di codice digitale del mondo reale, è decostruire ogni barlume di verità. Eravamo abituati a pensare che una foto potesse essere una notizia, che immobilizzasse un attimo epico più di mille parole. Dobbiamo rassegnarci: questo appartiene al passato.
Anche alle nostre latitudini, dopo aver giocato con i politici in teatrini dell’assurdo – dai maglioni natalizi di due anni fa alla Meloni e Schlein che gareggiano sugli sci alle Olimpiadi – restiamo convinti di “farlo per ridere”.
Ma quando circola una foto, chiaramente alterata, dei due poliziotti protagonisti degli scontri a Torino del 31 gennaio, non siamo più nel campo del gioco. L’immagine del momento in cui uno dei due agenti è soccorso dal collega, trasformata in un santino eroico, tanto falso quanto perfetto, suggella il messaggio che la verità è morta. Di una vicenda già disarticolata dallo scontro politico, nasce un filone di meme che disquisisce sul collare ortopedico dell’agente, sugli scarponi sul lettino d’ospedale, sul martello o martelletto, sugli aggressori, sulle responsabilità, sulle strumentalizzazioni. Suggellare il tutto infine con un falso così plateale serve a rimettere in dubbio ogni cosa: dichiarazioni, fatti, sequenze.
Non importa chi perde o chi vince, basta che nessuno pensi più che qualcosa sia realmente accaduto. È tutto generato da un prompt, un comando che chiunque può impartire all’AI perché decostruisca il mondo per mostrarcelo come vogliamo che sia, con la convinzione delirante che debba piacere anche agli altri.