la Repubblica, 8 febbraio 2026
Luca Argentero, non solo attore: “Il caffè sospeso, i libri per i figli e la lezione della montagna”
Luca Argentero è sul set di Doc. “È l’ultimo giorno di riprese”. L’impressione è che non si fermi mai. Ha tre grosse serie in uscita; Motorvalley (dal 10 febbraio per Netflix), Avvocato Ligas (dal 6 marzo su Sky e Now) e poi il ritorno del dottor Fanti, in autunno su Rai 1 con la quarta stagione di Doc. Nelle tue mani. Al di là del set però è un vulcano di idee, iniziative, percorsi paralleli all’impegno numero uno, essere padre di Nina, 5 anni e Noè, 3 anni, avuti con la moglie Cristina Marino. Intanto l’attore torinese, classe 1978, viene dato come ospite all’Ariston.
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Ma alla fine Sanremo sì o Sanremo no?
"Non dipende da me. Io ci vado super volentieri, mi hanno chiamato dieci giorni fa, ma ancora non c’è nessuna conferma. È una cosa che ho già fatto, un saluto per il pubblico di Doc”.
Intanto c’è Motorvalley, la serie di Matteo Rovere girata sui circuiti del campionato Gran Turismo in cui interpreta un ex pilota che oggi deve guidare una giovane promessa. Il rapporto coi motori, con la velocità prima e dopo?
"Il rapporto era nullo, non avevo mai messo piede su un circuito, mai messo il sedere su un’auto sportiva. Ho fatto una full immersion in un mondo che non conoscevo per niente. Non subisco il fascino della velocità né delle auto sportive, non sono mai state in cima della lista dei miei desideri. Neanche ora che sono un uomo di mezza età con una disponibilità economica. Però lavorando alla serie ho invece subito il fascino della passione di chi ce l’ha questa fascinazione perché ho riconosciuto la stessa passione che provo io per altri sport. Vedere questo fuoco nelle vene di altri mi ha gasato molto e ho cercato di metterlo in scena con il personaggio. La cui vita è dominata da questa fame che ti fa fare cose che a mente lucida non faresti”.
Arturo Benini è un personaggio complesso, appena lo incontri ti sembra solo un perdente, poi si scopre che c’è molto sotto.
"Matteo Rovere è un regista che, a differenza di altri, crede e impone una preparazione lunga, ci siamo messi in un teatro vuoto per costruire Benini. Siamo partiti da come camminava, nelle prove mi sono inventato questa cosa della sciatica. Lui ha una nevralgia costante, di cui ho sofferto anche io in passato e che ricordo mi indeboliva. Il punto di partenza era una persona stanca, sfibrata e sfiduciata, Arturo parte da un punto molto basso poi l’arco narrativo lo porta ad accompagnare un vincente”.
La serie segue tappe del campionato Gran Turismo.
"La macchina della serie – che appartiene alla scuderia di Enrico Fulgenzi – ha corso il campionato GT, nei vari circuiti da Imola a Monza. La nostra livrea ha avuto questa incredibile opportunità di girare sia nel paddock che in pista con il campionato in corso. Immaginate dover mettere in scena i meccanici, i camion, il pubblico, le macchine e invece abbiamo girato durante il vero campionato, le vere tappe potendo rubare molto dalla realtà e rendendo la nostra storia credibile. Poi ci sono stati escamotage tecnici per fare dei raccordi, ma appena il pubblico vede una ripresa con i droni allora lì c’è qualcosa di vero”.
I suoi sport sono il tennis e la montagna. Seguirà le Olimpiadi di Milano Cortina?
"Sono in fibrillazione. A Milano vedrò il pattinaggio artistico, l’hockey. Spero di andare a vedere lo sci che è la mia grande passione, conto di riuscirci. Le seguirò in modo maniacale”.
Suo papà è maestro di sci. La lezione più importante della montagna?
"La montagna è una perfetta metafora di come intendo la vita o meglio come me l’hanno trasmessa i miei genitori. La vita è una lunga e difficile salita piena di ostacoli e una volta in cima non ci sarà nessuno a batterti una pacca sulla spalla. Non ci sarà nessun premio. La salita va affrontata, investendo le tue energie, perché ti poni l’obiettivo. Non c’è nessun senso logico a scalare una montagna di 8000 metri ma è una sfida che fai con te stesso sapendo che in mezzo ci sarà molto da faticare. Io funziono così, per obiettivi, grandi e piccoli, che mi do anche nella stessa giornata, mi servono da motore. E poi c’è sempre la massima di Leonardo da Vinci”.
Ce la ricorda?
“Siccome una giornata ben spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire. Arrivare alla fine del percorso fa sì che tutte queste azioni hanno dato senso e consapevolezza alla tua giornata e poi alla vita, è l’unico modo per non farsi trascinare dagli eventi”.
A questi temi e a tre storie di sport (quelle di Alberto Tomba, Walter Bonatti e a Luisin Malabrocca) ha dedicato uno spettacolo: È questa la vita che sognavo da bambino. Ci sarà un seguito?
"Ci saranno nuove date, una decina, in primavera. Non pensavo di riprenderlo più ma abbiamo avuto delle richieste e torneremo in varie città. Se tornassi con un secondo capitolo mi piacerebbe raccontare delle storie epiche, ma stavolta con protagoniste femminili. Vedremo. Intanto sto scrivendo il nuovo spettacolo, ma questo non parla di sport”.
Continua a portare avanti progetti molto diversi, oltre a film, serie tv e spettacoli. Quindici anni fa ha creato con il suo migliore amico dei tempi dell’università la onlus Un caffè. Qual è stata la più grande soddisfazione?
"Intanto quella di continuare a esistere, declinare questa bella tradizione italiana, napoletana, del caffè sospeso che ad oggi ha aiutato oltre 900 piccole associazioni a portare avanti i loro progetti. Tutte le settimane sosteniamo progetti bellissimi e molto concreti. La scorsa settimana stavamo costruendo un campo da calcetto, la settimana prima aiutavamo un consultorio a pagare l’affitto, piccole cose utili. Come costruire una carrozzina per un ragazzino che vuole andare a sciare… per rimanere in tema montagna”.
Se al ragazzo che faceva il barman nei locali dei Murazzi di Torino negli anni Novanta, avessero detto che sarebbe diventato produttore di bibite senza zucchero analcoliche come avrebbe commentato?
“Sei stato fortunato ad arrivare alla tua età con tutto quello che ti sei bevuto (ride). Io non voglio demonizzare l’alcol, con i miei soci un buon bicchiere di vino continueremo a berlo, detto questo l’alcol è cancerogeno. Il fatto che ci sia una consapevolezza negli adulti ma soprattutto nei giovani rispetto a questo è importante e noi l’abbiamo colta. Anche perché era prima di tutto un’esigenza mia: avere una valida alternativa all’alcol. Se non hai un bicchiere in mano ti chiedono se hai un problema, alle donne sempre se sono incinte. Lì capisci che la bevuta non è più un piacere, ma una convenzione sociale”.
E il progetto dei libri per bambini? Sono nati per i suoi figli, Nina e Noè?
"Mia sorella Francesca, che è una bravissima direttrice creativa che fa eventi sportivi e in questi giorni sta lavorando proprio per Milano – Cortina, è anche un’illustratrice. Per uno dei primissimi compleanni di Nina le regalò la sua versione a fumetto con il suo dudù, inseparabile ancora oggi pupazzetto per dormire. È nato un personaggio, io l’ho trovato stupendo. Come in tante famiglie anche noi tutte le sere leggiamo una o due storie, dopo Grufalò e i Minimoni, mi sono messo a inventare delle storie. A me piacere scrivere, a mia sorella disegnare, abbiamo realizzato due libretti, Stella Stellina e poi Un mare d’amici. Ne vorremmo fare sette, uno per giorno della settimana, intanto ho fatto un altro figlio, quindi vedremo di andare avanti almeno per par condicio con un nuovo personaggio ispirato a Noé”.
Perché con sua moglie Cristina avete scelto di vivere a Città della Pieve?
"Non viviamo tutto l’anno lì, la nostra base è Milano. Avendo un lavoro che non è una serranda da aprire tutte le mattine magari abbiamo due mesi liberi che possiamo passare a Città della Pieve, però i bambini vanno a scuola a Milano”.
In Call my agent avete scherzato sull’idea degli spettatori di Doc che chiedono le consulenze mediche quando la incontrano. Succede?
"È una battuta, un modo per attaccare bottone. Mi fermano, mi dicono: “dottore ho male qua”. Un’occasione per scherzare, per fare la foto. In fondo, in fondo però qualcuno ci crede”.
Sono sei anni ormai di lavoro su Doc. Qual è la cosa che rimane?
"Indiscutibilmente l’affetto che crea nelle persone. Non mi è mai successo prima con nient’altro e probabilmente non succerà più”.
Vent’anni di cinema quest’anno. Il primo film, dopo il Grande fratello e Carabinieri, era A casa nostra di Francesca Comencini. Qual è stato in tutti questi anni l’incontro più importante?
"Sicuramente Ferzan Ozpetek. È stato un incontro importante in un momento importante, quando qualcuno doveva mettere un sigillo di garanzia ed è stato lui. Io sono stato molto fortunato, ho avuto tantissimi incontri positivi, progetti belli: Luca Lucini, Marco Risi, Michele Placido. Ho girato con tanti registi diversi fino a Matteo Rovere. Speravo di lavorare con lui che reputo oggi un vero talento”.
Chiuderei con la domanda dello spettacolo: è questa la vita che sognava da bambino?
"È cento volte di più di quello che potevo augurarmi. Sono stato molto fortunato, faccio una cosa che mi diverte e con un discreto successo. È molto appagante”.