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 2026  febbraio 07 Sabato calendario

Cristina D’Avena: “Mi sfottono, ma le sigle dei cartoni le cantano ancora tutti”

Dal Valzer del moscerino cantata allo Zecchino d’oro nel 1968 – non aveva ancora compiuto quattro anni – ai concerti in cui la acclamano come una popstar, Cristina D’Avena, classe 1964, è un’ex bambina prodigio che non ha conosciuto crisi. Sigle di cartoni come inni, (La canzone dei Puffi, Mila e Shiro, Lady Oscar, Kiss me Licia), ha cresciuto generazioni. Lei è fuori dal tempo, anche se gli anni passano; il 14 sarà in concerto all’Estragon di Bologna con i Gem Boy, gruppo rock demenziale (cantavano “Ammazza Cristina/ le tue corde vocali ti strapperò/ così, bambini, vi salverò”). Il 27 al Festival di Sanremo sarà protagonista della serata dei duetti con il gruppo punk delle Bambole di pezza: rivisiteranno Occhi di gatto.
Diciamo la verità, i Gem Boy non le dedicarono una serenata.
«Mi prendono in giro dal 2007. Tutto era nato al Roxy Bar con Red Ronnie, all’inizio quando mi chiesero di cantare insieme dissi di no. Poi li incontrai in autogrill: amore a prima vista, con loro ne ho cantate di ogni con il pubblico impazzito».
Com’è andata con le Bambole di pezza?
«Quando è uscita la lista dei cantanti e ho visto questa band di donne, ho pensato: forti. Poi sono stata contattata per cantare insieme a loro una mia sigla, sono impazzita. Gruppo unito, donne potenti e complici: facciamo Occhi di gatto. Parla di tre sorelle fighe, belle, che hanno fatto un patto, che c’è di meglio?».
Dieci anni fa era a Sanremo da super ospite: che ricordo ha?
«Pura felicità. Ero sul palco grazie a Carlo Conti e al pubblico, ci fu la petizione. Andare a cantare le sigle dei cartoni è stata una sfida, mi hanno sempre sfottuto per le canzoncine ma vendevano milioni di dischi. Dopo 43 anni le sigle si cantano ancora, l’ho vissuta anche come una rivincita. Vedevo la prime file, più istituzionali, che facevano i cori. La prova dell’amore del pubblico».
Lo ha sempre sentito?
«Sempre. Ai concerti ci sono anche i ragazzi speciali. Ricordo una ragazza sulla sedia a rotelle: mi metto a cantare Occhi di gatto e chiede di alzarsi dalla sedia. La sorreggevano: ha voluto cantare in piedi, come tutti gli altri. È la prova della forza della musica, non parlo solo della mia».
Come fa a non invecchiare?
«Grazie alle sigle: si torna all’infanzia, ti portano a sorridere, a pensare solo alle cose belle».
Non c’entra il botulino?
«Mai fatto niente, ho una paura. In me vince la voglia di ridere, sono una persona allegra, positiva: la vita è un dono e non va sprecato. Questo aiuta a rimanere giovane».
Avrà anche lei i suoi momenti bui: chi la consola?
«La fede. Sant’Antonio è molto importante per la mia famiglia. Poi posso contare su mia sorella Clarissa, più piccola di dieci anni, la persona più vicina e che mi conosce meglio. Capisce, quando sorrido, se quel sorriso è vero».
L’immagine sexy?
«Ci gioco da morire, ora ho preso qualche chiletto perché sono super golosa. Sono sempre stata molto femminile, il seno è naturale, è quello che mi ha dato mamma. È ovvio, un po’ ci gioco. Ma non oso più di tanto».
Uscì un selfie sui social con Rocco Siffredi e la scritta: “Presto grandi novità”, diventò virale.
«Che ridere, non sa i messaggi: “A quando un film porno?”, “Siete pazzi? La cantante dei Puffi e Rocco”. Ci eravamo incontrati all’Ancona Comics&Games, la foto scatenò grande curiosità. Rocco, tempo dopo, mi chiamò: “Non è che ne possiamo parlare?”».
E?
«E niente, ma le pare possibile?».

La sua eroina preferita?
«Sono stata Licia e la amo, perché è molto simile a me, anch’io ho avuto un papà molto geloso».
Non pensa che il ruolo di “fatina dei bambini” l’abbia limitata?
«Se fossi stata una ribelle che avesse approcciato il mondo delle sigle potrei capire, ma è stato un percorso naturale. L’unica cosa che, crescendo, può avermi limitata, è stata la scelta degli abiti: “Scollata così, no”. Quello mi dava fastidio, la femminilità non va nascosta. E alla fine ho fatto come ho voluto».

Ha trovato l’uomo della sua vita?
«Che domande, sono sempre alla ricerca. Anche se ora sto bene con una persona».


Ha vinto la paura di volare?
«Scherza? Ho fatto lo spot per la campagna SiVola ma ho il terrore, anche se invito a viaggiare».

Mai stata Londra, a New York? Com’è possibile?
«È possibile, è possibile. È una fobia che mi ha limitato tanto. Una volta sono rimasta chiusa in ascensore due ore, al buio, con un amico che saltava, ubriaco. Pensai di morire. Ho l’ansia quando le porte si chiudono davanti».
Soffre di claustrofobia?
«Una volta mi stavo truccando, la serratura della porta si è incastrata e non si apriva. Mi dicevo: “Stai calma”, ma non c’era la finestra. Gridavo aiuto come una matta, il camerino era nel corridoio, in fondo al teatro, c’era ancora tempo per andare in scena. Non passava nessuno. Mi sentì la signora delle pulizie e mi liberò, ancora la ringrazio».