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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Batticuore Baresi: «La malattia, i tifosi. E la famiglia in testa»

Quando il Piscinin è sbucato sul prato di San Siro, con il sottofondo delle note di «Nessun dorma» e la voce imponente di Andrea Bocelli, gli spettatori allo stadio e in tv si sono emozionati. «Non pensi che non sia stato coinvolgente anche per me. Portare la fiaccola è un onore per ogni cittadino della Terra. Veicolare la torcia olimpica significa trasmettere un messaggio di pace e di armonia tra i popoli, di cui tanto in questo momento peraltro avremmo bisogno. Ho svolto un percorso breve ma in quei pochi metri di cammino, con gli occhi del mondo puntati addosso, mi sono reso conto di essere l’alfiere di valori sani, come la lealtà nella competizione e l’armonia. Una delle sensazioni più forti della mia vita sportiva».
Franco Baresi il 3 agosto scorso salutava i tifosi comunicando «mi ci vorrà un po’ di tempo per rimettermi in forma». Era il suo modo schivo per sparire temporaneamente dalla scena, dovendo affrontare un intervento per asportare una nodulazione polmonare.
Franco, quando le è stata prospettata l’opportunità?
«Devo ringraziare il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che mi ha telefonato un mese e mezzo fa chiedendomi la disponibilità. Lì per lì rimasi un po’ stupito e fui costretto a ribattere: “Ma è sicuro? Non sono esattamente al top della condizione”. Rappresentare il proprio Paese per un’Olimpiade è un’occasione unica».
Farlo a Milano, nella città della sua consacrazione come leggenda calcistica, e a San Siro nel teatro delle sue gesta l’ha reso più epico?
«Certo, ha reso ancora più particolare l’esperienza, San Siro è stata casa mia per decenni. Non le dico il batticuore quando sono uscito sul campo e ho visto lo stadio pieno. La voce di Bocelli ha reso tutto più magico. Diciamo che è stato un tragitto breve ma intenso. In carriera non avevo mai provato un’emozione del genere».
Eppure non era la sua prima volta.
«No, avevo già fatto il tedoforo a Park Avenue in occasioni delle Olimpiadi di Atlanta, quelle che nell’immaginario sono indimenticabili per l’accensione del braciere da parte di Cassius Clay. In quell’occasione avevo portato la fiaccola per un chilometro. Ma farlo per Milano-Cortina, con tutto il rispetto, ha un altro significato».
Al suo fianco poi ha avuto Beppe Bergomi, l’avversario di centinaia di derby. Era tutto studiato dall’inizio?
«Ma no, mi hanno avvisato una settimana fa. Prima non sapevo neanche quale tratto avrei dovuto percorrere, e quindi tanto meno che lo avrei fatto in compagnia. Beppe però non sarà mai un rivale, è un grande amico».
È consapevole che quando è sbucato sul terreno e Bocelli cantava «Vincerò» a tutti gli italiani è scesa una lacrima?
«In quei momenti si capiscono tante cose. Vede, finché non capita qualcosa di brutto uno pensa di essere immortale. In quel preciso istante ho pensato alla mia famiglia».
Ha sentito in questi mesi l’affetto della gente?
«Mi è arrivata addosso un’ondata. Il calore mi ha anche aiutato a superare i momenti più difficili. Voglio ringraziare il Milan perché dal primo giorno mi ha messo a disposizione le migliori strutture».
Come è la sua vita ora?
«Il peggio è passato, pian piano sto recuperando la mia quotidianità. Faccio tante passeggiate, qualche volta vado in sede, cercherò di essere progressivamente più presente».
L’insegnamento che la malattia le ha lasciato?
«Innanzitutto che l’orizzonte è limitato e bisogna pensare giorno dopo giorno. La vita non mi ha mai regalato niente, sono abituato a lottare. L’ho sempre fatto e non mi fermo ora»