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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Tommaso Giacomel: «Isolato in una dimensione parallela inseguo la neve con mille sacrifici»

Tommaso Giacomel, trentino di Imer, 25 anni, è il primo azzurro della storia del biathlon ad aver vinto sei prove in Coppa del Mondo nella stessa stagione, quella in corso, e ai Giochi è tra i grandi favoriti. Oggi nella staffetta mista punta al podio con la complicità di Dorotea Wierer, Lisa Vittozzi e Lukas Hofer.
Tommaso, la prima volta che sparò a un bersaglio?
«A dieci anni. Papà mi portò al poligono del Passo Cereda, vicino casa. Carabina ad aria compressa, ovviamente: i bambini non possono usare proiettili veri. E bersaglio a 10 metri invece che a 50».
Fece centro subito?
«No: sciavo veloce ma per imparare a sparare serve molto tempo».
Suo padre Fabio è stato azzurro di sci di fondo, perché lei ha scelto il biathlon?
«L’ho sempre trovato più emozionante: ogni passaggio al poligono può ribaltare il risultato. Mio padre non è mai intervenuto. Che avesse gareggiato in Coppa del Mondo l’ho saputo da altri».
Lei ha parlato di sensi di colpa nei confronti dei suoi, da adolescente.
«Il biathlon è costoso, il liceo sportivo di Malles dove studiavo era lontano da casa e serviva denaro per pagare l’affitto. I miei hanno fatto grandi sacrifici, temevo di non poterli ripagare. Adesso ho capito che anche se non avessi sfondato sarebbero stati felici».
Perché il biathlon è così costoso?
«Gli sci sono cari e fragili: io ne alterno 60 paia. Costano molto il fucile, il materiale per pulirlo, i proiettili: dieci euro per una cassa di 50 colpi ed è facile consumarne 15 mila in un anno».

Cosa si percepisce del mondo esterno quando si tira al poligono?
«Nulla. Se entri in quello che gli psicologi chiamano flow, il “flusso”, sei in una dimensione parallela. Ti isoli e fai sempre centro. Ma il flusso non è automatico, a volte lo trovi a volte no. Per fortuna, altrimenti nessuno sbaglierebbe».
E quando si sbaglia?
«Tra un colpo e un altro passano due secondi: abbastanza per tuffarsi di nuovo nel flusso».
Lei al poligono spara più veloce di tutti.
«Prendendomi grossi rischi. Non sai mai se funziona o no: ma è un modo per mettere pressione agli avversari».
Quanti colpi batte il cuore quando si spara?
«All’ultima sessione di tiro, quando sei esausto, armi la carabina a 180 battiti. Al quinto colpo consecutivo scende a 120, siamo allenati a rifiatare velocemente.

Il pubblico aiuta?
«Fuori dal poligono ti trascina, ti esalta».
Il pubblico del biathlon cresce sempre mentre è un problema nello sci nordico.
«Lo sci di fondo è in crisi, la tappa di Coppa del Mondo di Dobbiaco è stata rovinosa, si sono inventati gare da circo. Il disastro è la gestione sportiva, politica: nemmeno gli atleti capiscono che prove stanno correndo».
Come si allena un biathleta?
«Inseguendo la neve che è sempre meno, spostandosi sui ghiacciai quando serve, pedalando su strada (faccio seimila chilometri l’anno) e in mountain bike, correndo a piedi ed esercitandosi nel tiro. Ma soprattutto facendo gruppo: con 200 giorni di ritiro l’anno se non fai gruppo scoppi».
Quanto conta lo skiman?
«Dal 40 al 50% del risultato. Io sugli sci non metto bocca, ci capisco poco: loro studiano temperatura e neve e mi danno gli sci pronti mezz’ora prima del via, quando devono passare il controllo dell’organizzazione per verificare che nelle scioline non ci sia fluoro, che adesso è vietato. Fiducia totale e reciproca: se vinciamo, vinciamo assieme».
In Coppa del Mondo, lei ha interrotto il monopolio dei norvegesi.
«Non è il caso di fare i gradassi, ho lavorato bene ma loro restano i maestri e non solo per questioni di antica tradizione»
Perché, allora?
«Cultura. A Oslo i bambini escono da scuola e vanno con i genitori e i fratelli a piedi, sugli sci o in bici. Mica vanno a passeggiare: stanno via giornate intere, si fermano a mangiare un panino e ripartono. Da noi ti chiudi in stanza con il telefonino. Chiaro che quando si tratta di far fatica, la grande fatica che richiede uno sport come il nostro non sei attrezzato mentalmente».
Idoli sportivi?
«Djokovic e Van der Poel. Amo la loro intelligenza tattica, la gioia di pedalare di Mathieu e la voracità di Novak: anche io fin da bambino voglio vincere sempre e tutto».
Lei era amico fraterno di Sivert Bakken, il fondista norvegese trovato morto nella sua stanza di albergo in Trentino il mese scorso.
«Quella mattina lo aspettavo davanti al portone dell’Hotel per l’allenamento, gli sci già ai piedi. Ritardava, gli mandai un messaggio: ti dai una mossa? Non l’ha potuto leggere. È stato come se mi avessero tolto un pezzo di carne viva».
Ad Anterselva proverà a vincere per lui?
«Sivert è e sarà sempre con me. Sempre».