Corriere della Sera, 8 febbraio 2026
Intervista a Rita Pavone
Una nuova canzone. Non per Sanremo, ma per il Carnevale di Viareggio.
«Elisabetta Sgarbi ha detto che sarebbe stata perfetta pure per il Festival».
L’editrice della Nave di Teseo l’ha prodotta con la sua casa discografica, Betty Wrong.
«Sì, mi ha chiesto lei di scriverla, e questo mi ha molto onorata. Riesce a vedere in me qualcosa che nemmeno io vedo. È così da quando mi chiamò a una Milanesiana: poi mi ha spinta a scrivere il libro Gemma e le altre».
Così è nata «Nel febbraio di un mattino». Anche la musica è sua?
«No, è di mio figlio Giorgio Merk. Per il testo, ho utilizzato alcune parole chiave legate al Carnevale di Viareggio. Di notte mi tengo vicino il telefono: se mi viene un’idea, scrivo subito».
Ne è venuto un bel pezzo allegro, in cui c’è tutta la grinta di Rita Pavone, 80 anni suonati bene, una carriera da far impallidire tante aspiranti star che misurano il successo con i «like» sui social. Lei 50 milioni di dischi li ha venduti per davvero in tutto il mondo. Per non dire del cinema: ha recitato tra gli altri con Totò, Macario, Giulietta Masina.
Il complimento più bello?
«Del critico musicale Dario Salvatori. Mi ha scritto che il groove ricorda un brano dei Beatles del ‘65, Drive My Car. Del resto, è la musica alla quale sono rimasta legata».
Se si guarda indietro, di cosa è più orgogliosa?
«Beh, del periodo americano. Alla Carnegie Hall mi sono esibita a 19 anni, all’Ed Sullivan Show sono andata 5 volte, cantando dopo Duke Ellington ed Ella Fitzgerald. Ho incontrato Elvis, i Beach Boys...».
Loro com’erano?
«Simpaticissimi. Con Dennis Wilson ricordo grandi risate: nessuno parlava la lingua dell’altro, non capivamo nulla, ci spiegavamo a gesti».
Con Teddy Reno, al secolo Ferruccio Merk, siete sposati da quasi 58 anni. L’avrebbe mai detto?
«Io sì! E sono molto soddisfatta di aver smentito le voci di chi diceva che sarebbe durata il tempo di una canzone. Noi avevamo tante cose simili, un certo pensiero del vivere, abbiamo viaggiato. Ci siamo soprattutto molto divertiti, abbiamo riso tantissimo e continuiamo a farlo».
Lui a luglio compie 100 anni. Come sta?
«Benissimo. Certo, è un po’ confuso, non ricorda sempre tutto, ma ci tiene a farti sentire la sua voce: se ti incontra per la prima volta ti canta subito Night and Day. Ogni tanto mi dice: starai con me per un bel po’ ancora. Da poco Gerry Scotti gli ha mandato i saluti dalla Ruota della Fortuna: era molto felice».
Parliamo dei suoi grandi incontri. Giulietta Masina?
«Una delizia di donna, piena di garbo, ma anche tostissima. Un giorno mi ero rinchiusa in bagno per piangere, dopo un articolo che diceva cattiverie su me e Ferruccio, e lei bussò e disse: “Smettila di leggere questi giornali, tanto domani serviranno a impacchettare il pesce”».
Totò?
«Era amico di mio marito, con lui ho fatto un film. Andava sempre a braccio, improvvisava battute esilaranti tipo: “Vai in camera tua, chiuditi dentro e portami la chiave!”. Penso che fosse amato dalle donne perché aveva qualcosa di elegante nei modi che lo faceva diventare bello. Poi sul palco diventava altro».
Anche Paolo Villaggio era diverso da Fantozzi.
«Sì, è una prova di professionalità. Mi dà fastidio quando sui social esprimo un mio pensiero e alcuni mi dicono di andare a mangiare la pappa con il pomodoro. Io ho diritto di esprimere le mie idee sennò il loro è razzismo culturale».
Come quando disse ai Pearl Jam di farsi gli affari loro la volta che a Roma, cantando Imagine di John Lennon, avevano proiettato immagini con l’hashtag #apriteiporti.
«Rivendico quel post: trovo che sia sbagliato parlare della politica di un paese in cui non vivi. Non lo rifarei solo per l’ondata di critiche cattive».
Scrisse pure che Greta Thunberg sembrava «un personaggio da film horror».
«Per quello mi sono scusata subito. Non sapevo dell’Asperger. È stato un errore. Però vedo che adesso di errori ne fa molti lei».
Le piace Giorgia Meloni?
«Molto. Perché è diretta».
Allora è di destra.
«Non sono di destra, sono liberale. Se uno dice o fa la cosa giusta non ho problemi a riconoscerlo, indipendentemente dal colore politico. Ma non sono più i bei tempi della Tribuna politica, quando Pietro Nenni non esitava ad ammettere che l’avversario aveva detto una cosa giusta».
Le piacerebbe duettare con un cantante giovane?
«Come no! Certo».
Con chi?
«Con Nek, Raf o Masini».
Ma io intendevo quelli «più» giovani!
«Non è che mi appartenga molto quel mondo... Sono cose che io non capisco. Ammetto, però, che vocalmente alcune artiste mi piacciono, come Annalisa e Arisa. Ma per un duetto ci deve essere un bel pezzo. Oggi sento canzonette che non so quanto dureranno».
Frequenta Mina?
«No. Non l’ho mai vista a Lugano, neanche al supermercato. Ogni tanto parlo con il figlio, Massimiliano».
Le piacerebbe incontrarla?
«Siamo entrambe riservate, va bene così, non mi piace forzare le cose e non voglio certo romperle le scatole».
Dove si sente più amata, artisticamente?
«In Brasile. Ci sono tornata l’ultima volta nel 2018. Ho un fan club incredibile, a Natale mi mandano gli auguri o piccoli regali, che costa di più la spedizione! Se ai tempi ci fossero già stati i Latin Grammy Awards avrei fatto man bassa, con Nico Fidenco, Sergio Endrigo e Nicola Di Bari».
Riti scaramantici?
«Prima di entrare in scena dico, guardando verso l’alto: oh, dammi una mano! E alla fine ringrazio. Credere che ci sia qualcuno più in alto è importante. Quando nel 2003 ho avuto i problemi al cuore, ho subìto un’operazione spaventosa e nessuno pensava che sarei riuscita a cantare di nuovo, sono sicura di essere stata aiutata dall’alto».
È devota alla Madonna di Lourdes.
«Spero di tornarci presto. Ho fatto anche la volontaria. Ecco, quando sto lì provo una pace che non è terrena».
Pensa mai alla morte?
«Quando arriva, arriva: non c’è niente da fare».
Quel giorno lontanissimo chi vuole incontrare per primo?
«Mia nonna Filomena, di cui porto il nome: aveva 12 figli, mia madre era la dodicesima. Poi andrei a salutare mio padre».
Anche se le impedì di restare in America e non venne al suo matrimonio?
«Ha fatto degli errori, chi non li fa? Ma ha creduto ciecamente in me da subito».
Avrà la casa piena di fotografie fantastiche.
«Ne ho una con Tom Jones che mi prende in braccio: eravamo a Top of the Pops in Inghilterra. Io pensavo alle fan che gli tiravano le mutandine ai concerti! Un’altra con Aznavour a Parigi, dove mi ero esibita per un mese all’Olympia. Poi Pavarotti, Streisand...».
Sente ancora Vania Protti Traxler, la prima moglie di Ferruccio?
«Certo! Almeno due volte al mese. È ancora di una bellezza incredibile. Superato il primo momento di difficoltà, ha capito che Ferruccio non era l’uomo giusto per lei. Il loro figlio, Franco, viene sempre a trovare il padre. A Viareggio c’erano pure lui e la compagna, il 31 gennaio, al mio concerto del Carnevale».
Fa beneficenza?
«Ho sempre un po’ di pudore a parlarne. Ho acquistato una macchina per le cellule staminali in un ospedale pediatrico. E la mia assistente Rosa sa cosa deve fare quando non ci sarò più».
A quale canzone è più affezionata?
«A Fortissimo. Il testo è di Lina Wertmüller, la musica di Bruno Canfora e l’arrangiamento di Bacalov. Mi ha permesso di esprimermi come donna per la prima volta».
E «Cuore»?
«Ma quella è l’inno! A Cuore devo tutto. Quando in concerto parte tùm-tu-tùm-tu-tùm il pubblico impazzisce».