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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Il viaggio di Leone nella sua America. Le tensioni su migranti e guerra

Il vicepresidente americano JD Vance e il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Papa, si sono incontrarti a Milano venerdì pomeriggio a Palazzo Reale, al ricevimento del presidente della Repubblica in onore dei capi di Stato e di governo prima della cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi.
Si erano già visti in Vaticano, il 18 aprile dell’anno scorso. Probabile sia stata un’occasione, l’ultima in ordine di tempo, per accennare a un progetto che Leone XIV sta meditando da qualche tempo. A settembre, nel Palazzo di Vetro di New York, si riunirà l’ottantunesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, e dal 22 si aprirà il «general debate» cui potrebbe intervenire Robert Francis Prevost. Come già per Francesco nel 2015, al viaggio negli Stati Uniti si aggiungerebbe una tappa alla Casa Bianca e l’incontro col presidente.
Al momento non c’è ancora nulla di deciso ma le cose si stanno muovendo. La settimana scorsa l’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della segreteria di Stato, è volato a Washington per la cerimonia di congedo del cardinale Christophe Pierre, il nunzio negli Usa che ha compiuto ottant’anni e si prepara a lasciare l’incarico. Le diplomazie lavorano sottotraccia, nulla è ancora deciso ma si sta sondando il terreno.
Il primo viaggio del primo Papa americano nel suo Paese è una faccenda delicata, del resto, in questo momento storico e con le elezioni di midterm all’inizio di novembre. Tanto più che si sta studiando la possibilità da associare al viaggio negli Usa una tappa in Messico. Sono passati dieci anni da quando il suo predecessore, all’inizio del 2016, si spinse fino a Ciudad Juárez, al confine messicano con gli Usa, il Rio Grande ridotto a un canale fra due argini di cemento, torri di guardia e filo spinato: «Nessuna frontiera potrà impedirci di condividere l’amore misericordioso del Signore». In autunno, ricevendo in udienza il vescovo di El Paso, Mark Joseph Seitz, e alcuni attivisti che aiutano i migranti sul confine messicano, papa Prevost aveva detto: «La Chiesa non può rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia». In questi mesi, tuttavia, Leone XIV ha voluto che fossero cardinali e vescovi americani a intervenire sulle crisi innescate dall’amministrazione Trump, dalle retate dell’Ice alle minacce alla Groenlandia, come a riservarsi un margine di manovra. Da ultimo il cardinale Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, è arrivato a citare un brano di «Vino e pane» di Ignazio Silone nel quale il protagonista, a proposito della polizia fascista che cerca di rintracciare chi ha scritto sui muri degli slogan contro la guerra, dice: «In una dittatura fa impressione uno che dica NO», perché «basta che un uomo, un solo piccolo uomo dica NO, e quell’ordine è in pericolo».
La preoccupazione di Prevost è parlare al suo Paese diviso, a un mondo devastato dai conflitti. E ricomporre le fratture, sostenere la «pace disarmata e disarmante» che ha evocato fin dall’inizio del pontificato, la via stretta del dialogo. Le parole che ha rivolto il 9 gennaio agli ambasciatori della Santa Sede hanno tracciato la sua linea: «Nel nostro tempo preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé ma mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio».