Corriere della Sera, 8 febbraio 2026
Sotto la bandiera Usa sfila «l’altra America»: «Devastati dai raid dell’Ice»
Erin Jackson, portabandiera degli Usa durante la cerimonia d’inaugurazione di Milano Cortina 2026, è tutto ciò che l’amministrazione Trump osteggia: spavalda, figlia di afroamericani, prima donna di colore a vincere un oro individuale all’Olimpiade invernale (a Pechino 2022, nei 500 metri dello short track). È con lei sotto la bandiera a stelle e strisce che gli Stati Uniti si sono affacciati dentro lo stadio di San Siro, terzultima delle delegazioni della sfilata.
All’ovazione per la squadra, sono seguiti i fischi per Vance. Erin ha messo su un sorriso di cartone, dietro – nel mucchio – a qualcuno si è spento l’entusiasmo, qualcun altro si è tirato il cappuccio del cappotto sulla testa. Elegantissimi come sempre, gli americani: eskimo bianco con gli alamari. Una scelta di rottura, forse, anche questa. Ma se a Melbourne, durante l’ultimo Australian Open, le bocche dei tennisti statunitensi erano rimaste abbastanza cucite (Learner Tien, top 25 a vent’anni, californiano di Irvine figlio di immigrati vietnamiti, aveva chiesto di non essere coinvolto in questioni politiche), ai Giochi italiani c’è chi si è sciolto. Non al livello dello sciatore e attivista britannico Gus Kenworthy, che urinando sulla neve di Livigno ha lasciato la scritta «fuck Ice» impressa sulla neve. Ma lontano dall’epicentro del loro disagio – casa – si sono espressi gli atleti della squadra di freestyle. Chris Lillis, 27enne di Rochester, Stato di New York: «Mi si spezza il cuore se penso a quello che sta succedendo nel mio Paese, a come si muove l’Ice, a come trattano immigrati e americani. Come atleta, porto in giro per il mondo il messaggio che tutti dovrebbero essere trattati nello stesso modo, soprattutto in una democrazia come l’America». Hunter Hess, 27enne dell’Oregon: «Il fatto che io indossi la bandiera degli Usa non significa che avalli le scelte politiche della Nazione che rappresento all’Olimpiade».
Tra i big della nutrita delegazione americana ai Giochi (232 atleti, la squadra più numerosa mai mandata a dominare il medagliere di un’Olimpiade invernale), Chloe Kim è un modello di riferimento per una buona fetta di adolescenti statunitensi. Snowboarder, regina incontrastata dell’half pipe che domina da PyeongChang 2018, classe 2000, Chloe è nata in California da genitori emigrati negli Usa dalla Corea del Sud, Jong e Borang. Il padre, ingegnere, ha lasciato il lavoro per diventare allenatore della figlia, fino a farne una campionessa olimpica. Chloe ne ha troppo rispetto per tacere: «Quando sono in cima alla pista, aspettando di competere sul palcoscenico più importante dello snowboard – è il suo post su Instagram —, lo faccio con immenso orgoglio. Rappresento gli Stati Uniti, certo, ma anche tutti coloro che ci sono arrivati con la fiducia di poter coltivare i propri sogni. Sono fiera delle mie radici, del mio viaggio. Sono fiera di portare cucita sulla tuta la bandiera di un Paese che diventa più forte quando abbraccia tutte le diversità che contiene». Come sempre il divieto del Comitato olimpico internazionale agli atleti di usare l’Olimpiade come piattaforma, è violato. Il megafono di Milano Cortina è perfetto. Non c’è niente di più politico, dal ping pong in poi, del playground dello sport.