Corriere della Sera, 8 febbraio 2026
In strada studenti e centri sociali contro i «Giochi insostenibili». I «rinforzi» da Torino e Germania
Quando il corteo si chiude in viale Brenta sono quasi le otto di sera. Dalla pancia dei 2 mila rimasti fino all’ultimo si leva un coro: «Tutte libere, tutti liberi». L’ultimo atto è il tentativo di un presidio in via Fatebenefratelli in attesa che, a tarda notte, esca anche l’ultimo dei sei fermati dalla questura. Per uno di loro, che arriva da Torino, scatterà il foglio di via. Si tratta di un «appartenente» all’ex centro sociale Askatasuna, al centro della violenta manifestazione di una settimana fa, e miccia della nuova stretta del governo sull’ordine pubblico. Ma secondo la Digos non sarebbe un elemento di primo piano. Erano una decina i «torinesi» in trasferta, ragazzi giovani, arrivati più per «dovere di solidarietà» agli amici milanesi (che erano a Torino sabato scorso) che per una adesione del fronte anarchico.
In piazza non c’erano i temuti black bloc. Dei 10 mila in corteo, solo qualche gruppo dall’estero (Germania), ma sempre dell’ala «movimentista». Il «blocco nero» – che trasformò il corteo No Expo del 2015 in una guerriglia —, aveva già declinato da tempo l’invito: eccessivamente «morbida» la linea dei milanesi sui Giochi, troppo appiattita su temi «locali». Così da un anno a questa parte è stato il «Comitato insostenibili olimpiadi» ad organizzare la protesta. In prima fila centri sociali come lo «Zam» e il «Lambretta», o l’onnipresente «Cantiere». Realtà antagoniste legate al movimento studentesco, lontane dall’anarchia nera.
Così sono stati i giovani a organizzare il contro-canto olimpico: tre giorni di mobilitazione, con l’occupazione dell’ex Palasharp, tensostruttura che inizialmente doveva essere «salvata» proprio come opera legata ai Giochi ma tornata all’abbandono per gli alti costi. Qui i «centri» hanno organizzato le «Utopiadi» per denunciare speculazione e malaffare. Ieri la svolta al corteo pacifico è arrivata sul finale con il muro di fumogeni, la vestizione con scudi e mascherine e il tentativo di sfondare il blocco verso l’Autostrata. Azione preceduta dal lancio di pietre e bottiglie. Un blitz al quale la polizia ha risposto con gli idranti, una carica di alleggerimento e una selva di lacrimogeni. Ma niente effetto banlieue.
Alla protesta non si sono uniti i «maranza» delle periferie, come qualcuno sperava dopo la sfilata per le vie del Corvetto, le stesse «incendiate» un anno fa dopo la morte di Ramy. A settembre le devastazioni alla Centrale li avevano visti a fianco dei centri sociali. Ma più per caso che per vera partecipazione politica.