Corriere della Sera, 7 febbraio 2026
Ghiotto, il filosofo del ghiaccio sogna l’ultimo capolavoro. «Nella velocità trovo armonia»
È figlio d’arte. Ma di un ciclista, non di un virtuoso del pattinaggio «high speed». E Davide Ghiotto da Altavilla Vicentina ammette di non aver mai nemmeno pensato di ripercorrere le orme di papà Federico, professionista tra il 1986 e il 1993. No, lui inanella giri sul ghiaccio mescolando alta velocità e resistenza: dopo il bronzo a Pechino 2022 nei 5.000 prova a stregare quei 10.000 metri nei quali è tri-campione iridato (2023, 2024, 2025) e detentore del record del mondo. E questa è solo una parte di un palmarès ricchissimo. L’oro olimpico potrebbe chiudere la carriera. Lui lo sogna. I tifosi glielo chiedono: con quello che ha fatto, il ruolo di super-osservato gli tocca.
A 32 anni è il momento di chiudere un cerchio?
«Soprattutto nei 10.000. Sento la pressione? Un po’ sì, ma dopo il bronzo di Pechino ho confermato il mio valore. Se deve essere l’ultimo 10.000 della carriera voglio che sia un capolavoro».
Ci racconta la progressione da «esimo» a uomo da medaglie e primatista del mondo?
«Facevo pattinaggio a rotelle. Di solito si cambia prima dei 18 anni, io invece l’ho fatto a 20. Sono ancora della vecchia guardia: non essendo uno di quei fenomeni che arriva, mette i pattini e fa quello che vuole, ho dovuto cercare la mia strada. L’ho trovata nelle lunghe distanze, anche grazie al fisico più imponente rispetto ad altri».
Quando Fabris illuminava i Giochi di Torino lei aveva 13 anni: seguì le gesta di Enrico?
«Ricordo la vittoria con la staffetta: mi ha dato l’idea di mollare le rotelle. Io e lui siamo all’opposto: Enrico aveva una pattinata perfetta ma troppo tecnica per sfondare nei 10.000; io ho un’azione più sporca, ma adatta alle lunghe distanze. I 5.000 sono il punto di contatto, oltre allo stesso allenatore, Maurizio Marchetto».
Europei 2026: bronzo nei 5.000 e oro nella staffetta. Ghiotto c’è. Ma anche l’Italia…
«Nella team pursuit abbiamo avuto pure il “tempone”. Andrea Giovannini è stato poi terzo nella mass start, dove, al femminile, Francesca Lollobrigida è stata seconda. Non sono invece del tutto contento dei miei 5.000: dovrò lavorare sui dettagli».
Parliamo degli avversari? Lo svedese Nils van der Poel, vero ba-bau, si è ritirato dopo Pechino 2022.
«Per fortuna… Ma i rivali non mancano: mi spaventa il ceco Metodej Jilek, 20 anni: potrebbe fare qualcosa di stratosferico, per me è il favorito. E poi occhio al francese Timothy Loubineaud».
Il pattinaggio di velocità è armonia, oltre che potenza?
«Direi armonia: vedo atleti longilinei che pare non spingano, salvo andare fortissimo. È come nel ciclismo, dove si è passati dalle 70 pedalate al minuto alle 90-100 attuali».
La mente, immaginiamo, conta quanto il fisico.
«Sì. Negli ultimi giri senti la gamba stanca, ma vai avanti perché comanda la testa. Mentre viaggi a 60 all’ora con le pulsazioni a 190 al minuto, non sei razionale: però puoi fare appello alla capacità mentale di restare concentrato».
Perché non ha scelto il ciclismo?
«Perché il pattinaggio mi ha catturato e papà, vedendomi contento, non mi ha spinto verso le due ruote. Aggiungo: meglio così».
Come si può rendere più popolare il pattinaggio di velocità?
«Con un impianto coperto. Avevamo l’Oval di Torino, non tenerlo vivo per il mio sport è un’occasione mancata. La pista di Baselga di Pinè non è stata coperta, quindi l’offerta è solo stagionale. Ma se d’inverno fa freddo e magari nevica, rischi che tuo figlio ti dica: “Papà, mi fai fare qualcosa al chiuso?”».
Perché gli studi in filosofia?
«Perché al liceo scientifico odiavo la matematica. Non è una battuta: ancora oggi con i numeri sono una capra. Invece mi piaceva la filosofia: anche se discuti per ore di concetti astratti, arrivi a una sintesi».
La tesi è stata su etica e suicidio.
«Il tema del suicidio, ahimè, è di attualità: in un ambiente accademico puoi affrontarlo con più libertà».
Non vorrà mica suicidarsi, intendiamo sul piano sportivo?
«Dopo tanti sacrifici ci terrei a concludere in altro modo».