Corriere della Sera, 7 febbraio 2026
Intervista a Cristina Nutrizio
Ai suoi redattori dava del voi. Un segno di rispetto degno dello squadrone che aveva messo insieme: Enzo Biagi, Vittorio Feltri, Carlo Rossella, Vittorio Zucconi, Natalia Aspesi, Guido Gerosa, Pier Boselli, Morando Morandini. C’era pure Romolo Siena, che sarebbe diventato il regista di Lascia o raddoppia? e Canzonissima. Come vignettisti, Giovannino Guareschi, il papà di don Camillo e Peppone, e Benito Jacovitti, il creatore di Cocco Bill.
Sì, era la nazionale del giornalismo quella allenata da Nino Nutrizio, fondatore nel 1952 del più popolare quotidiano del pomeriggio rimasto nella storia d’Italia, La Notte, chiuso nel 1995. Un direttore che convocava con metodi fantasiosi i suoi giocatori. A Giorgio Torelli, timoroso di lasciare la natia Parma per trasferirsi a Milano, inviò un telegramma in rima: «Ora La Notte emette un fischio / venga Torelli senza rischio».
Un eclettico imprevedibile, capace di spiazzare gli interlocutori, come fece il 15 giugno 1976 in Rai, nella Tribuna elettorale cui partecipava anche Giampaolo Pansa, quando esibì un pacco di pasta e uno di riso a uno sbalordito Enrico Berlinguer, il segretario del Pci fautore del «compromesso storico» con la Dc, per dimostrargli che democrazia e comunismo non potevano cuocere nella stessa pentola. Ora Cristina Nutrizio, l’unica figlia, già assistente alla regia di Dario Fo, dedica al padre il documentario Tabloid all’italiana. Nino Nutrizio e La sua Notte. Lo trasmetterà Sky Arte.
Papà aborriva il futuro premio Nobel?
«Lo vidi più contento quando lavoravo per Giorgio Strehler al Piccolo Teatro».
E lei odiava «La Notte»?
«Era la sua bambina. Io nacqui nel 1960, lui aveva già 50 anni e una vita fatta di lavoro, lavoro, lavoro. L’ho perdonato».
Perché non scelse il suo mestiere?
«Non volevo diventare “la figlia di”. Simpatizzavo per il Movimento studentesco. Ma non ricordo discussioni accese con il babbo. Aveva una mente aperta».
L’avrebbe voluta giornalista?
«La Notte non assumeva le donne. Però lanciò Natalia Aspesi e una giovanissima Bice Cairati, oggi nota come Sveva Casati Modignani, la bestsellerista. Nel 1965 la spedì in hotel, travestita da cameriera, a tallonare i Beatles quando vennero a Milano per la loro unica tournée italiana».
I Nutrizio abitavano da secoli a Traù.
«Aristocratici di origine veneziana. Mio nonno Luigi, farmacista, era un irredentista. Fuggì dalla Dalmazia nel 1919 e approdò a Trieste con la moglie Bianca Zacevich e i figlioletti Stefano, chiamato Nino secondo l’usanza veneta, e Maria, che in Italia assunse il cognome del marito e diventò Mila Schön, la stilista».
Chi chiamò suo padre al «Popolo d’Italia», fondato da Benito Mussolini?
«Credo Mario Appelius, firma di punta del regime. Fu reclutato per lo sport. Poi divenne corrispondente di guerra sull’incrociatore Pola, affondato dagli inglesi a Capo Matapan il 28 marzo 1941. Morirono in 328. Papà restò per nove ore in balia dell’Egeo. Sopravvisse solo perché era un uomo di mare cresciuto fra Traù, Trieste e Genova, dove a 20 anni aveva avuto il primo lavoro al Secolo XIX».
Fu tratto in salvo dai nemici.
«Si ridestò in mezzo ai cadaveri nella stiva del cacciatorpediniere Mohawk. Restò prigioniero dei britannici fino al 1947: Egitto, Palestina e India. A Yol, ai piedi dell’Himalaya, i suoi carcerieri leggevano il Daily Mail e gli altri tabloid, ai quali s’ispirò per La Notte. Imparò la loro lingua, annotandosi le parole su un quadernetto che ancora conservo».
Una mia insegnante, il cui marito fu prigioniero a Yol, mi disse che gli inglesi lo obbligavano a intagliare una seconda scanalatura sui chicchi di caffè. Un modo crudele per tenere occupati i reclusi.
«Papà studiava stenografia. Organizzava partite di calcio, con tanto di schemi».
Gli servì quando tornò a Milano.
«Da epurato, trovò lavoro solo come direttore tecnico dell’Inter, a fianco dell’allenatore Giuseppe Meazza, finché Benso Fini non lo assunse al Corriere Lombardo. Il suo amico Ernesto Pisoni, il monsignore giornalista che mi battezzò, lo presentò al cementiere Carlo Pesenti, che stava cercando un direttore».
Ma si sentiva fascista sì o no?
«È una domanda delle cento pistole. Credo di no. Altrimenti non avrebbe portato una bimba di 9 anni, io, a vedere il cratere scavato dalla bomba in piazza Fontana e a visitare in ospedale il dodicenne Enrico Pizzamiglio, che nell’attentato ebbe una gamba amputata. E il giorno della strage in piazza della Loggia a Brescia non avrebbe intitolato il suo editoriale “Il fascismo non deve passare”».
«La Notte» nacque il 6 dicembre 1952.
«Con la data del 7, sant’Ambrogio, patrono di Milano. La sera della prima alla Scala. Maria Callas cantava nel Macbeth».
Scorgo una connessione: sua madre, Luciana Novaro, era l’étoile della Scala.
«Ballerina e sex symbol. Si sposarono nel 1955. Impossibile trovare due persone più incompatibili fra loro. Infatti il matrimonio finì. Ma i miei morosi non mi hanno mai scritto le lettere adoranti che papà le inviava. Mia madre si ammalò, dovette lasciare il posto a Carla Fracci in Mario e il mago di Luchino Visconti. Spirò il 26 maggio 2021, alle 22.30. L’indomani stavo scrivendo un messaggio per avvisare la sua erede, quando sul cellulare baluginò una notizia: “Morta Carla Fracci”. Era sopravvissuta a mamma solo dieci ore».
«La Notte» doveva durare sei mesi.
«Il tempo di arrivare alle elezioni del 1953 e sostenere il premio di maggioranza, la “legge truffa”, che non passò per pochi voti. Il primo numero vendette circa 1.000 copie. A giugno era arrivata a 250.000. Pesenti non la chiuse e papà restò direttore per quasi 27 anni».
A che ora si alzava la mattina?
«Alle 4.30. Dormiva non più di cinque ore. Pubblicava tre edizioni: alle 11, alle 14 e l’ultima alle 17 con i listini di Borsa».
Un successo all’insegna delle tre «s»: sesso, sangue, sport.
«Titolazione gridata, spesso pruriginosa. Un concentrato di creatività. Hanno copiato tutti da Nutrizio, diciamocelo. A cominciare dalle trame dei film, con il giudizio dei critici e il successo di pubblico, espressi in stellette e pallini, da uno a cinque. E perfino i numeri delle linee del tram per raggiungere i cinema».
Foto di morti ammazzati che oggi costerebbero la radiazione dall’Ordine.
«Altro che radiazione: l’arresto dell’intera famiglia. Pulp fiction di Quentin Tarantino al confronto è acqua fresca. Ma al Centro Apice della Statale di Milano, sfogliando le raccolte del giornale che si stanno sbriciolando, ho trovato capolavori di giornalismo, come “La vita scomoda”, un’inchiesta esemplare sulle fatiche dei pendolari e degli operai».
Ricorda qualche frase di suo padre?
«Due in particolare, che rivolgeva ai redattori. “Un articolo bello è sempre troppo corto, un articolo brutto è sempre troppo lungo” e “Questo mestiere si fa prima con i piedi e poi con la testa”. Apprezzava solo i cronisti che andavano sul fatto e lo riferivano con stile scabro».
Un maestro.
«Era roccioso e fragile. I suoi traumi se li portava appresso. Gli avevano insegnato che un uomo non piange mai. Ma dietro la corazza era molto vulnerabile».
Invece Vittorio Feltri si commuove spesso fino alle lacrime nel ricordarlo.
«Nel mio documentario lo definisce “un padre alle prese con un figlio scemo”. Al loro primo colloquio, il babbo gli disse: “Se L’Eco di Bergamo, che è il giornale più brutto del mondo, non vi ha ancora assunto, sospetto che voi siate cretino. Vi terrò in prova per tre mesi. Se vi dimostrerete all’altezza, cosa che ritengo assai improbabile, sarete assunto. Altrimenti tornerete a fare il collaboratore dell’Eco, nell’interesse vostro e soprattutto nostro”. Se lo tenne stretto».
Un discorso ruvido, da ufficiale.
«Infatti, in redazione indossava la divisa d’ordinanza: un giubbino in pelle di renna d’inverno, una giacca di lino azzurro d’estate. Ci teneva all’eleganza, non voleva sporcarsi l’abito in tipografia».
Perché dava del voi?
«Un vezzo. Si usa a Napoli, lui l’amava».
Ma a qualcuno dava del tu?
«A Indro Montanelli. Pranzavano insieme alla Tavernetta da Elio, vicino al palazzo di piazza Cavour che ospitava le redazioni del Giornale e della Notte».
Dimentica Iva Zanicchi.
«La sua cantante preferita. Al Festival di Sanremo del 1966 portò un brano triste, intitolato, guarda caso, La notte dell’addio. Rischiava di non andare in finale. La Notte era nella giuria, papà votò per lei».
Che cosa detestava di più?
«L’ipocrisia e i raccomandati».
Adesso «La Notte» è solo online. Ho letto questo titolo: «L’incastro patologico delle relazioni transizionali». Suo padre avrebbe messo mano al revolver.
«Un direttore poliedrico come lui non s’è mai più visto. Un giorno il presidente Sandro Pertini gli telefonò per chiedergli se stesse male: non aveva trovato il suo articolo di fondo in prima pagina».
Due anni prima di morire, mi scrisse: «Oggi io, in campagna, sono informato come il redattore capo di un quotidiano, ammesso che costui stia in ufficio e tenga d’occhio le telescriventi».
«O che non stia scrollando TikTok. Lui cominciò a morire il giorno in cui lasciò Milano per andare a vivere con la seconda moglie a Candeli, vicino a Firenze. Non sapeva di avere un tumore. Entrò in coma il giorno del mio compleanno. Dopo quattro mesi esatti, si assopì per sempre mentre lo stringevo fra le braccia. È sepolto a Quargnento, in provincia di Alessandria, nella tomba di famiglia degli Schön, con sua madre e sua sorella».
Quali furono le sue ultime parole?
«“Ti regalo la bici, non mi serve più”».
Burbero benefico fino in fondo.
«Montanelli gli dedicò un epitaffio che equivale a una biografia: “Un uomo a caldo in questo mondo di pesci Findus”».