Corriere della Sera, 7 febbraio 2026
Berlusconi, Grillo, ora Salvini. Quando i leader invocano il «vincolo di mandato»
Va bene, ci risiamo. Roberto Vannacci molla Matteo Salvini, ma il posto al Parlamento europeo se lo tiene. Non solo, se gli riesce la pesca a strascico, razzola più deputati e senatori possibili. Non è il primo, probabilmente non sarà l’ultimo, in una legislatura, la XIX, che ha già visto, dal 2022, 59 cambi di casacca (dati aprile 2025). Che poi uno dice: accidenti, così tanti. Macché, bazzecole, quisquilie, pinzillacchere. La volta precedente hanno cambiato partito in 464, il record se lo tiene la XVIII legislatura, quando si arrivò a 569. Tutte le volte, quello a cui tocca, si «ingrugna». È il turno di Salvini di farsi girare le scatole, un po’ vai a dargli torto, un po’ chi è causa del suo mal pianga sé stesso. E ora dice: «Sarebbe ora di cambiare l’articolo 67 della Costituzione, che dice che i parlamentari non hanno vincolo di mandato. Cambi idea? Vannacci cambia idea perché si rende conto che si trova a disagio? Ti dimetti dal posto in Parlamento».
Non sarà il solo a sbatterci la faccia, ci hanno già provato inutilmente, nel recente passato, tra gli altri, sia Silvio Berlusconi che Beppe Grillo. Eccolo l’articolo 67: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». La ragione della norma ha una solidità difficile da scalfire: gli eletti dal popolo rispondono di fronte all’intero Paese, e non sono dei galoppini di partito. Tanto più in una situazione in cui le forze politiche di massa si sono in gran parte trasformate in realtà in cui il leader ha un grande e pressoché incontrastato potere. Insomma, deputati e senatori non possono essere trasformati in marionette che votano a comando. Non è un caso se in Europa ci sia solo il Portogallo ad avere una forma di restrizione, in genere tutte le democrazie rappresentative lo rifiutano. Certo, un problema resta. Anche perché capita che il cambio di casacca sia dettato più dall’ interesse personale, prima di tutto la possibilità di rielezione, che da motivi di principio. Succede anche, rara avis, che qualcuno si dimetta. Ma anche lì, almeno in prima battuta, la Camera di appartenenza respinge le dimissioni, proprio per evitare che siano dettate da patti occulti, contrari appunto alla Costituzione.
Difficile uscirne, perché il principio costituzionale in sé è giustamente intangibile. Palazzo Madama ha fatto qualche passo avanti con il suo regolamento, che rende più difficile formare micro-gruppi ed accedere ai relativi finanziamenti. Alcuni Paesi non hanno il gruppo misto, rifugio dei parlamentari senza più famiglia. Il Pci si era inventato il «centralismo democratico»: si discute ma poi la maggioranza decide e gli altri si adeguano, lasciando più di un dubbio sulla coercizione del libero arbitrio. Beppe Grillo aveva fatto più o meno lo stesso, con un codice «sottoscritto liberamente da tutti i candidati», ma la diga non resse e l’Elevato provò anche lui la strada del vincolo di mandato. Silvio Berlusconi immaginò di introdurre modifiche con una legge costituzionale, ma non se ne fece nulla. Marta Fascina presentò una proposta per vincolare gli eletti al partito e al programma. Luigi Di Maio, ligio controllore della linea del Movimento, fu l’artefice della scissione più grande subita dai Cinque Stelle. Matteo Renzi si portò via una bella fetta di eletti del Pd quando fondò Italia viva, e successivamente combatté all’arma bianca (spuntandola) contro Azione di Carlo Calenda.
Va da sé poi che, quando il cambio di casacca non ti danneggia, ma invece ti favorisce, quelli che normalmente si indignano, stavolta fischiettano. Non ultimo Matteo Salvini, ma in compagnia più o meno di tutti gli altri. Il trasformismo, caro ad Agostino Depretis, è un’eredità politica più solida di quanto non si tenda a credere. Parliamo del 1882.