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 2026  febbraio 07 Sabato calendario

Referendum, sì al nuovo quesito. Ora è giallo sulla data del voto

La Cassazione ha ammesso il quesito per il referendum sulla riforma della Giustizia proposto dai 15 giuristi del comitato dei «Volenterosi» che sostiene il No, quesito che andrà a sostituire quello precedente del governo votato in Parlamento. La decisione della Suprema corte è gravida di conseguenze, la prima è il rischio di slittamento della data della consultazione popolare, prevista per il 22 e 23 marzo, e che è poi l’obiettivo del comitato che dopo aver raccolto 500 mila firme necessarie per depositare il suo quesito, vorrebbe dare più tempo ai cittadini per informarsi.
«Il quesito cambia, la data no», interviene Stefano Ceccanti, docente a La Sapienza ed ex parlamentare Pd ma schierato con il Sì. «Attendiamo il deposito dell’ordinanza della Cassazione – ha detto Ceccanti – ma credo che la data del referendum non cambi: il referendum è già indetto per decreto, verrebbe solo aggiornato il quesito e non servirebbero altri decreti che ne posticiperebbero la data. Escluderei – ha concluso il professore universitario – che la questione possa protrarsi se i promotori ritengano di chiedere di cambiare la data ricorrendo alla Consulta per conflitto di attribuzione. Anche in quel caso, penso che però il ricorso non verrebbe ammesso».
Per il costituzionalista e professore emerito di Diritto pubblico a Roma Tre, Michele Ainis, invece, le cose stanno diversamente. Se la Cassazione, spiega Ainis, «tornando sui suoi passi dopo aver approvato il precedente quesito, ha stabilito che occorre rimodularlo, non c’è dubbio che la data delle votazioni slitti, perché quella data è incorporata nel decreto. Penso che possa e che debba slittare. Se questo non avverrà – continua Ainis – sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta».
Cosa accadrà nell’immediato? Il Consiglio dei ministri dovrà procedere a una nuova delibera, con l’indicazione del quesito corretto ma potrebbe decidere di non cambiare la data del 22 e 23 marzo. Il presidente della Repubblica emanerà, a quel punto, il nuovo decreto presidenziale per indire la consultazione popolare. Ma il comitato dei 15 potrebbe rivolgersi nuovamente al Tar del Lazio – che il 28 gennaio aveva respinto la richiesta di sospensiva del provvedimento che stabiliva la data – per sostenere che il decreto del presidente non sarebbe una rettifica ma un nuovo decreto che farebbe ripartire i termini (minimo 50 giorni) per fissare la nuova data.
Se il Tar respingesse ancora, i promotori del No potrebbero rivolgersi alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. «Lo avevamo scritto nel ricorso al Tar – sottolineano gli avvocati del comitato Carlo Contaldi La Grotteria e Pietro Adami —. La convocazione del referendum era prematura, il governo doveva aspettare. La democrazia ha i suoi tempi che vanno rispettati».