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 2026  febbraio 07 Sabato calendario

Piero Bassetti: persi per infortunio il bronzo in staffetta

Piero Bassetti, imprenditore, politico, primo presidente della Regione Lombardia, ma anche ex velocista ad altissimi livelli, ha visto passare la torcia olimpica?
«Sì, l’ho vista. Il tedoforo passava molto vicino a casa mia, sono sceso e mi sono fermato a guardarlo. Anche con una certa emozione».
La cerimonia d’apertura?
«Quella l’ho guardata tranquillamente a casa mia sulla tv. Sa, ho 97 anni».
Facciamo un passo indietro nel tempo. È il 1948: lei ha 19 anni ed è convocato per la staffetta 4×100 alle Olimpiadi di Londra. Che ricordo conserva di quei Giochi?
«Un ricordo molto vivo, molto intenso. E anche molto doloroso».
Perché doloroso?
«Perché sono arrivato a Londra infortunato».
Cosa era successo?
«Era l’ultimo giorno dell’allenamento collettivo a Perugia. Avverto un dolore profondo alla coscia destra. Il muscolo adduttore tira e fa male. Capisco che non solo qualcosa non va, ma che il danno potrebbe essere serio. Mi fermo. Arrivano i medici. Mi visitano, mi fanno degli esami, mi dicono che la situazione non era poi così disastrosa e che si poteva provare a recuperare».
Quindi parte per Londra. E lì che succede?
«Provo uno sprint in pista».
Come risponde l’adduttore?
«Un disastro, il muscolo si strappa del tutto».
Lei faceva parte della staffetta.
«Dovevo fare la seconda frazione».
Terzo posto e medaglia di bronzo. Sarebbe andato meglio con la sua presenza?
«Non lo so. Ma avrei gareggiato volentieri. Questo sì. Invece ho dovuto vedere la gara dei miei compagni dagli spalti. Una sofferenza».
Un colpo durissimo.
«È stata un’esperienza esaltante per certi versi, ma segnata dalla sfortuna».
Una vera beffa.
«È un infortunio che mi porto dietro ancora. Quando passo la mano si sente. La considero la mia ferita di guerra».
Ha più corso dopo quell’episodio?
«Mai più. Come si dice, ho appeso le scarpe al chiodo».
Solo un colpo d’occhio velocissimo. Due Villaggi olimpici, nuove arene, pista di bob. Che differenza c’è con quello che ha vissuto lei nel 1948?
«Le dico solo questo: quando arrivammo a Richmond Park ci misero in un villaggio militare. Le classiche baracche di legno e per la mensa la tessera dei razionamenti».
Torniamo all’oggi. Queste Olimpiadi cosa rappresentano per Milano?
«Rappresentano un’occasione per raccontarsi».
In che senso?
«Per raccontare quello che Milano è diventata. Nella sua novità, nel suo nuovo modo d’essere».
Dalla grande espansione post Expo alla città che esclude? È questo il racconto?
«No. Racconta quello che Milano è, cioè una metropoli, la cui dimensione di riferimento non è più quella del localismo milanese, ma quello della sua metropolitanità».
E Milano vuole presentarsi così?
«Milano vuole presentarsi in questa sua nuova dimensione metropolitana che ne fa chiaramente la capitale del Nord Italia».
Le Olimpiadi aiutano questo passaggio?
«Certo. Le Olimpiadi non sono una dimensione locale, sono una dimensione metropolitana».
Però si sono persi anni lavorando solo su un’area ristretta come il comune di Milano.
«Non è la città ad essersi fermata. Semmai sono le sue istituzioni che sono rimaste bloccate dall’arretratezza delle istituzioni nazionali nei riguardi dei fenomeni di metropolizzazione che riguardano il Nord Italia».
Questa nuova dimensione può aiutare a uscire dalle difficoltà e dalle sperequazioni tra una città ricca e una città dove tanta gente fatica ad arrivare alla fine del mese?
«Il discorso è più ampio. Il mondo sta riassestandosi perché è finita l’alleanza Europa-Stati Uniti. L’Europa deve prendere una sua soggettività. L’Europa non la facciamo sulla base degli Stati nazionali, ma dobbiamo trovare la dimensione associativa dell’Europa che sarà quella delle diverse metropoli che la organizzano e la caratterizzano».
È la nuova dimensione di Milano?
«Milano è una metropoli europea».
Le Olimpiadi, quindi, sono solo sport?
«No. Sono una chiave per leggere e cercare di capire il futuro».