Corriere della Sera, 7 febbraio 2026
Il grande party della diplomazia. Ovazione per Kiev, fischi a Vance
A far l’amore comincia tu. S’è appena seduto, in una brezza milanese d’otto gradi che è nulla per uno cresciuto nell’Ohio, e J. D. Vance è subito investito dal belcanto pacifista di Raffaella Carrà. Elegia italiana. Davanti a lui si dimenano i tre pupazzi pop di Verdi-Puccini-Rossini, Amore&Psiche volteggiano leggeri e dagli schermi il segretario dell’Onu, Antonio Guterres, echeggia che l’oro è importante, chiaro, ma «ancor di più lottiamo per la pace, tutte le parti in conflitto rispettino la tregua olimpica». «Ci sono cose da non fare mai, per esempio la guerra», canta Ghali, e alzano il braccio i rifugiati con l’Unhcr. E poi il braciere all’Arco della Pace. Uffa, che nausea tutto quest’irenismo e per fortuna sfilano gli atleti mongoli: a evocare almeno loro lo spirito dei tempi trumpiani, gli abiti di Gengis Khan e del «nostro animo guerriero».
Il vicepresidente americano s’è messo una cravatta dello stesso colore di Sergio Mattarella, indaco pure lui, ma non tutti i leader s’assomigliano e sono le sfumature a fare la differenza. Sorride, incrocia lo sguardo d’Ignazio La Russa. Bisbiglia qualcosa alla sua Usha, la Second Lady. Porge il saluto a Laura, la nostra First Daughter. Un cenno del capo anche al sindaco Beppe Sala, che si sbraccia in bianco olimpico. C’è in tribuna Giorgia Meloni, graziaddio, e Vance si sente a suo agio. «Portate in gara il vostro cuore: noi saremo lì, a tifare per voi» garantisce la premier. E poi non s’è presentato Emmanuel Macron, e pure questa è una buona notizia: la Francia che ospiterà le prossime Olimpiadi, l’Eliseo che sta alla larga, verrà almeno alla cerimonia di chiusura?
La cerimonia è sfarzosa. 47 fra capi di Stato e di governo. Tre sovrani, un po’ di sovranisti. L’emiro del Qatar che non ha un solo atleta da schierare, ma molti affari da chiudere. «Siamo pronti a scrivere una pagina di storia», promette Giovanni Malagò, e Vance è venuto a prendere appunti per Los Angeles 2028, beatificazione (o crepuscolo) dell’era Trump. Il supershow di Milano, sicuro, farà scuola. Quando toccò a Gronchi inaugurare le Olimpiadi a Cortina, giurassico 1956, era di casa Italia la sobrietà: un drappo rosso ricamato coi cinque cerchi, tutto lì, e un coro alpino a cantare quel mazzolin di fiori... C’erano 32 nazioni, allora, stasera tre volte tanto. Vance applaude poco e a lungo guarda l’agenda internazionale che gli sfila sotto: i campioni della Danimarca, gli sparuti iraniani, Israele, il Venezuela, Taiwan… Cereo, ascolta i fischi che piovono sulla bandiera con la stella di David e non fa un plissé («Chi ha fischiato, non ha capito niente», commenta per lui Matteo Salvini). Finché non arriva la delegazione americana, evviva, e allora sì è magia Maga, J. D. e Usha in piedi a sventolare le bandierine stars&stripes. Lo stadio esplode a salutare i campioni dell’hockey e la Shiffrin, ma quando la regia va sulla coppia semipresidenziale, e il megaschermo l’inquadra, gli hurrah sono fischi, l’esaltazione si fa contestazione e Vance, no, omaggiato sulle poltroncine, non è proprio graditissimo dai loggionisti alla Scala del calcio.
Fate i vostri Giochi. Non qui, però. È’ una diplomazia diffusa, un venerdì di colloqui bilaterali, riservati. La Meloni che vede il polacco Nawrocki e l’emiro. Con J.D., le due ore e mezza in prefettura, davanti a un risotto assieme a Marco Rubio, il segretario di Stato, per parlare delle terre rare e della crisi di Teheran. «Sto già imparando l’italiano», assicura Vance, con qualche cortesia per gli ospitanti: «Amo gli italiani. La città è bellissima, mia moglie era molto contenta di venire a Milano». La notte di San Siro, è un party sopra le parti, dopo una giornata di franchi (e meno franchi) colloqui. Una platea mondiale che il coreografo olimpionico Marco Balich quantifica in due miliardi di persone, «ci fosse anche l’India faremmo il record». Le poltrone nell’anello rosso del Meazza sono la photo opportunity di chi vuole divertirsi, come il tedesco Steinmeier che si sbuccia le mani, o di chi vuole mostrarsi vicino al vice-imperatore: «Un onore rivedere Vance, l’amicizia prosegue», posta veloce Salvini che si trova seduto – piccolo miracolo dell’ekecheirìa, la pace olimpica? – di fianco ad Antonio Tajani. All’ultimo, il brivido viene dagli ucraini, sempre loro, quelli che votano l’inviso Zelensky e sono le bestie nere della Casa Bianca: il portabandiera minaccia la protesta per la partecipazione dei russi. È lo stesso che alzò uno striscione, «no war», a Pechino 2022. Lo scongiurano. Lui ci ripensa, infine molla. E s’accontenta del boato.
Fanno sei gradi, Favino recita Leopardi: «Io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura...». Vance imparerà l’italiano, ma che ci capisce? S’accende il braciere, si spengono le luci a San Siro. È l’ultima grande notte, prima della demolizione. Sempre caro ci fu quest’ermo stadio.