Corriere della Sera, 7 febbraio 2026
Un’Olimpiade piena di vita e colori accende San Siro
Sergio arriva in tram alle otto di sera, con il loden nero come si usa da queste parti. Scende al capolinea del 16, alla fine di una giornata di lavoro. Sulla soglia del tempio pagano di Milano, lo stadio Meazza al canto del cigno, il presidente Sergio Mattarella saluta il tramviere Valentino Rossi, un siparietto che è la più dolce delle sorprese della festa dei Giochi italiani, e poi si accomoda in tribuna autorità insieme a Kirsty Coventry, primo presidente donna del Cio. L’Olimpiade, la nostra Olimpiade, può cominciare.
I Giochi tornano al centro del Continente dopo quattro voli poco pindarici lontano dalla culla dell’inverno – Canada, Russia, Corea del Sud, Cina —, Milano capitale d’Europa accende il fuoco del tripode che rimbalza in tutti gli angoli dell’Olimpiade diffusa: Cortina, che divide onori, oneri e marchio di quest’avventura sprezzante del pericolo, Predazzo e Livigno. Gli atleti azzurri presidiano ogni cerimonia, il contingente più numeroso è a San Siro, 70 olimpici dietro il bandierone sventolato da Arianna Fontana e Federico Pellegrino, 70 anni in due, specchio di un Paese afflitto dal crollo della natalità (nel 2025 toccato il minimo storico con 1,13-1,18 figli per donna), che fatica a tenere i suoi giovani tra i confini; un po’ come la Nazionale di hockey donne, in otto nate tra Canada e Usa, poi naturalizzate. Rispetto a Parigi 2024, i Giochi dei cugini, si torna dentro lo stadio. Dopo la grandeur esagerata della sfilata sulla Senna in cui Gimbo Tamberi perse la fede, il pragmatismo lumbard. Un po’ di fastidio nell’avvicinamento: i cantieri hanno spezzato il flusso dell’ansiogeno iperattivismo meneghino, costringendoci a fermarci (in coda) a pensare. Ma adesso siamo tutti qui, o davanti alla tv, a fare il tifo perché l’Italia ne esca bene, possibilmente migliore, con la serietà dovuta agli snodi della storia.
Business, moda, economia. Ma non solo. Al centro del palcoscenico animato da 1200 performer, Amore e Psiche danzano tra le statue neoclassiche del Canova, Matilda De Angelis dirige le maschere di Verdi, Puccini e Rossini, poi in pieno Rinascimento irrompono il tributo a Raffaella Carrà e Mariah Carey, diva internazionale del pop. Volare-o-o, in collegamento dal blu dipinto di blu appare sul maxischermo Giorgio Armani, amatissimo: l’applauso è sincero.
Negli anni si sono scolati ogni goccia della Milano da bere, l’ex città operaia ha venduto l’anima ai grattacieli però ci si commuove ancora per i simboli: grazie alla magia della televisione, il tricolore garrisce contemporaneamente tra i mille ricordi del Meazza e sulla neve di Cortina, vera e non di cartone, è il momento di Laura Pausini in playback (sua ammissione) che canta l’Inno. Francesco Favino declama Leopardi, città e montagne si palleggiano le immagini iconiche di uno spettacolo pieno di umanità e slanci di bellezza, caotico e imperfetto come noi (troppo lungo il segmento-Impacciatore, la scuola dei gesti era necessaria?), elegante pur nella riproposizione degli stilemi, privo dei clamorosi momenti nazionalpopolari per cui ricordiamo con affetto l’inaugurazione di Torino 2006, vent’anni fa: non c’è la Ferrari che sgomma, il do di petto invece di Pavarotti lo dà Bocelli, l’attenzione resta sui cinque cerchi che, con un gioco di movimenti sospesi, si ricompongono a mezz’aria, lanciando la sfilata degli atleti. Eccoli, i grandi protagonisti. 2900 da 92 Paesi per 16 discipline (ha aperto il curling dell’oro di Pechino Amos Mosaner, portabandiera a Cortina issandosi sulle spalle Federica Brignone). Prima, da tradizione, è la Grecia madre dell’Olimpismo, chiude l’Italia padrona di casa che a Verona, nella cerimonia di commiato, passerà il testimone alle Alpi Francesi. Si procede in ordine alfabetico tra i piumini floreali di Haiti, i poncho tedeschi, la Giamaica dei bobbisti senza ghiaccio, gli uomini-Stato di Pakistan e Trinidad. Ovazione all’ingresso dell’Ucraina, fischi ad personam per il vicepresidente Usa JD Vance e Israele, mentre su Ghali cala la reprimenda del Sottosegretario di Stato alla Cultura, Gianmarco Mazzi: «Una vergogna che abbia sfruttato la cerimonia per vendere il nuovo disco». Entra l’Italia, incasinata, simpatica, sbruffona e mille altre cose insieme, e lo stadio impazzisce come per un gol di Ronaldo (quello vero) o Van Basten. «Un’emozione fortissima: abbiamo perso il senso dell’orientamento e ci siamo abbracciati» raccontano i due alfieri.
Il Meazza esala l’ultimo respiro ed è un funerale bellissimo e allegro, pieno di vita, facce, musica, costumi, bandiere, altre facce. Dopo essere sbarcati in massa ed aver occupato con piglio trumpiano tutte le terrazze affacciate sul Duomo, gli americani si sono accorti che tra Milano e Cortina, l’altra metà della mela olimpica, ci sono sei ore di auto, se va bene. Benvenuti ai Giochi étendu, come recita in francese, la lingua di Olimpia, la speaker. Anche la torcia prosegue il viaggio: i due totem di San Siro Baresi, che lotta con il tumore, e Bergomi la passano al volley d’oro; mentre Charlize Theron consegna il messaggio di pace di Nelson Mandela e dallo spazio atterra Samantha Cristoforetti, il fuoco arriva all’Arco della Pace, dove lo aspettano Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, i nostri dei della neve, sei ori olimpici in coppia, e a Cortina, dove c’è Sofia Goggia.
Il Coni sogna 19 medaglie per superare il record di 17 di Pechino 2022, l’Olimpiade pandemica chiusa nella bolla anticovid. Speriamo sia un successo: il Cio ci farà sapere a fine mese. È inutile cercare di afferrare gli angeli, direbbe dal cuore una milanese doc, Alda Merini, perché ci scapperebbero tra le dita. Facciamo il nostro, con i talenti che sappiamo maneggiare. Sulla reputazione di popolo di santi, poeti e sciatori garantisce davanti agli occhi del mondo il signor Sergio, arrivato in tram, che a tarda sera dichiara aperta Milano-Cortina 2026.
E se lo dice lui, ci fidiamo.