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 2026  febbraio 07 Sabato calendario

I percorsi pericolosi di Trump

Barack e Michelle Obama rappresentati come scimmie da Donald Trump sulla sua piattaforma personale di comunicazione. Indignati? Certo: chi non è stato ancora del tutto anestetizzato dallo stile brutale, senza più limiti istituzionali ed anche etici, del presidente Usa, può dirsi indignato, disgustato. Sorpresi? Questo no: fin dall’inizio del suo primo mandato Trump ha sdoganato il suprematismo bianco. Usando, poi, nella sua iconografia, immagini che strizzano l’occhio all’estrema destra razzista.
La dignità riconosciuta ai presidenti, al loro ufficio, l’aveva già fatta a pezzi mesi fa pubblicando un video, realizzato con l’intelligenza artificiale, nel quale Obama veniva arrestato dall’Fbi nello Studio Ovale e fatto inginocchiare ammanettato davanti a un Trump sorridente. Il rispetto per un diritto sacro in qualunque democrazia, quello di manifestare il proprio dissenso, l’aveva, poi, sepolto sotto una valanga di escrementi: le immagini choc di un The Donald pilota che sorvolava e bombardava di liquami i cortei della protesta no kings. Manifestazioni di ragazzi che reagivano a un presidente che si raffigurava come un re, con tanto di ermellino, corona e scettro: un gioco apparentemente ridicolo ma pensato per farci assorbire sempre più, tra il serio e surreale, la svolta autoritaria in atto dal primo giorno della sua presidenza. C’è del metodo anche negli aspetti più brutali, o apparentemente sgangherati, della comunicazione trumpiana.
P o ssiamo discutere all’infinito di un leader senza freni, del suo narcisismo capriccioso, attribuire a Trump vari tipi di instabilità psicologica. Anche chi, dietro di lui, ha progettato la svolta tecnoautoritaria in atto e lo vorrebbe più concentrato su questa missione, a volte è irritato da certe sue sortite, dall’ossessione per le vendette personali: le considera distrazioni.
Ma, anche quando fa affermazioni estreme, a volte strambe, Trump si muove all’interno di uno schema basato su due obiettivi principali. Il primo è la demonizzazione dell’avversario fino a disumanizzarlo. Nel primo mandato Trump lo ha fatto soprattutto coi clandestini: i messicani tutti rapinatori, stupratori, killer, spacciatori. Ma anche in tempi recenti ha accusato gli immigrati di «avvelenare il sangue del nostro Paese», di portare un cattivo patrimonio genetico. Per poi arrivare a dire che i clandestini «non sono esseri umani, sono animali».
Rotto questo argine, le tecniche della disumanizzazione sono state applicate anche al nemico politico: i democratici. Descritti da Trump, quando si sono opposti alle deportazioni di massa dell’Ice, come pazzi, lunatici, insorti, fino a promettere di «liberare Los Angeles da questi animali» quando la metropoli californiana ha protestato con più veemenza. Stephen Miller, braccio destro del presidente, ha contribuito con la sua precisione chirurgica a definire meglio il processo di criminalizzazione: «Il partito democratico è un’entità che si dedica esclusivamente alla difesa di criminali, gang urbane, killer stranieri e terroristi. Non è un partito: è un’organizzazione estremista interna».
Il secondo criterio è quello della normalizzazione della legge della giungla nella quale prevale il più forte (cioè lui): un’operazione che passa attraverso la demolizione del prestigio delle istituzioni repubblicane, mentre Trump, comunicatore di un’abilità diabolica, usa le reti sociali e perfino le capacità dell’intelligenza artificiale di alterare la realtà, per provare a riscrivere il contratto sociale a suon di affermazioni dirompenti, estreme. Idee fino a ieri considerate semplicemente improponibili, roba da liquidare come scherzi di cattivo gusto, acquistano concretezza.
È qui il cuore della scommessa di Trump: il superamento continuo dei limiti etici finora rispettati crea stanchezza cognitiva nelle masse. La capacità di indignazione si atrofizza. Una volta eliminate le regole del decoro, del rispetto reciproco, messo a tacere chi sostiene che per mantenere in vita una grande democrazia c’è bisogno di valori condivisi da tutto il popolo, si può provare a portare avanti il progetto autoritario che lui stesso ha reso esplicito davanti alla contestazione dei suoi molti abusi di potere: «Chi salva il Paese non viola alcuna legge».
Nelle ultime settimane, però, il blocco conservatore che fin qui l’ha seguito senza tentennamenti ha cominciato a mostrare crepe: dall’indignazione Maga per la gestione del caso Epstein, al malessere per un’economia zoppicante, con la promessa «età dell’oro» che rimane un miraggio. E, poi, gli eccessi dell’Ice anche contro cittadini americani. Cose che hanno costretto per la prima volta il presidente a qualche passo indietro, da Minneapolis alla Groenlandia.
C’è chi pensa che l’era del Trump inarrestabile volga al tramonto. E anche nell’ultradestra qualcuno già guarda oltre: Curtis Yarvin, guru di quel fronte tecnologico che vorrebbe un presidente coi poteri assoluti di un amministratore delegato, condizionato solo da pochi azionisti, ora lo liquida, dopo averlo a lungo sostenuto: lo giudica non abbastanza determinato a demolire l’attuale sistema istituzionale, troppo preoccupato delle prossime elezioni.
Ma il grosso della destra radicale decisa ad archiviare la liberaldemocrazia sembra ancora ritenere che, pur con tutte le sue sbavature, gli eccessi, le contraddizioni, quella del presidente continui ad essere un’efficace azione di disruption. Anche quando arretra: prima di innestare la marcia indietro Trump riesce comunque a spostare la frontiera psicologica di ciò che è accettabile.