Avvenire, 6 febbraio 2026
Bangladesh, dopo la rivolta del ’24 la «Gen Z» fa il test di democrazia
Gradualmente, ma inevitabilmente, le ragioni e le loro scelte stanno modellando il mondo in cui viviamo. Poco appariscenti finora, i giovani della Generazione Z si stanno rendendo protagonisti di una evoluzione, e in alcuni casi di rivoluzione, di cui soprattutto l’Asia è oggi testimone. Inevitabilmente nel loro ruolo giocano strumenti di comunicazione che tendono a livellare le disparità sociali e a rendere più accessibili e immediata la fruizione di idee e informazioni. Nei momenti di maggiore tensione, le piattaforme social o il complesso di Internet possono essere bloccati, ma questo non impedisce la presenza di una pluralità di voci, idee e modelli di comportamento che trovano nella Rete la possibilità di diffusione. D unque, pochi tra i giovani asiatici sono oggi all’oscuro della breve ma cruenta “Rivoluzione di luglio”, che dopo settimane di tensioni ha visto gli studenti del Bangladesh con il consenso delle forze armate, porre fine il 5 agosto 2024 a un governo semi-dittatoriale e affidare la guida del Paese al Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus. Un interim previsto fino alla formazione di un nuovo esecutivo successivamente alle elezioni con cui il 12 febbraio i bengalesi eleggeranno 350 rappresentanti al Parlamento unicamerale di Dacca e decideranno con un referendum l’avvio o meno di un percorso di adeguamento della Costituzione. Di conseguenza i bengalesi under-30 si sono posti in un ruolo di promotori non soltanto di maggiori libertà e diritti, ma anche di una adesione ai loro ideali e i loro metodi che d’ora in avanti nessuna parte politica potrà ignorare o contrastare senza una reazione. Un esempio altrettanto significativo, anche se di minore rilievo dato il diverso peso demografico ed economico del Paese, viene dal Nepal dove lo scorso settembre la “Gen Z” ha dato una spallata – pagata come in Bangladesh con il sangue – a una politica sclerotizzata e autoreferenziale, da tempo inadatta a soddisfare bisogni e sogni della popolazione, anche se meno autoritaria di quella instaurata in Bangladesh dall’ex premier Sheikh Hasina Wazed. I l 22 gennaio l’avvio della campagna elettorale ha portato in piazza decine di migliaia di giovani sostenitori del candidato del Partito nazionalista del Bangladesh dato per favorito a guidare il prossimo governo. Tarique Rahman, 60 anni, è rientrato nel suo Paese lo scorso dicembre dopo 17 anni di esilio e si è posto a capo della formazione politica che fu della madre, Khaleda Zia, deceduta a 80 anni il 30 dicembre. Una decisione che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, anche se sembra prevalere il consenso per una personalità che sia meno coinvolta di altre nella politica attiva, e a cui per lungo tempo è stato impedito il ritorno. La madre, infatti, era stata protagonista con l’arcirivale Sheikh Hasina, la premier costretta alla fuga in India dalla rivolta di massa di luglio di due anni fa, di una faida che ha tenuto banco per decenni il Paese e coinvolto anche i due schieramenti, quello di governo di Hasina con a capo la sua Lega Awami e quello dell’opposizione di Khaleda. Quest’ultimo perdente negli ultimi anni, fortemente limitato e soprattutto sottoposto a pressioni che ne hanno minato consistenza, impegno e credibilità. Meglio del maggiore partito islamista, il Jamaat- e-Islami, che invece ha subìto incarcerazioni dei leader e la condanna a morte di molti di loro giudicati per l’accusa di avere collaborato con il nemico durante la guerra breve ma feroce con il Pakistan che portò nel 1971 all’indipendenza dell’allora Pakistan orientale. I 175 milioni di bengalesi, a partire dai giovani tra 18 e 35 anni che costituiscono il 33 per cento della popolazione e il 44 per cento dell’elettorato, si attendono legittimamente che la nuova leadership possa ridisegnare la politica interna, le traiettorie di sviluppo e le dinamiche regionali, in particolare nei rapporti spesso difficili con il vicino indiano. Nulla è però scontato. L’insicurezza resta elevata, come dimostrato dai 16 attivisti uccisi dall’annuncio delle elezioni tra cui, il 12 dicembre, Osman Hadi, insegnante 31enne tra i protagonisti della rivolta contro Sheikh Hashina e fautore dello scioglimento del suo partito, la Lega Awami. Diffusa anche l’inquietudine per l’ondata crescente di disinformazione. Riferendosi a “media stranieri e fonti locali”, Yunus ha sottolineato come “essi abbiano inondato i social media con notizie false, voci e speculazioni” alimentando tensioni e potenzialità di deriva autoritaria.
D a parte sua il governo provvisorio da lui guidato ha fallito finora di contenere la corruzione e ridare slancio all’economia attraverso cambiamenti necessari. Un piano di riforma della politica in più tappe firmato sempre a gennaio dai principali partiti ha riacceso addirittura le proteste dei giovani che le ritengono inadeguate. Davanti a questa situazione e nonostante la fiducia data al movimento di protesta giovanile (inizialmente represso con la forza dalla polizia con almeno un migliaio di morti e forse 20mila feriti) e ai leader che gli studenti universitari si sono scelti e quelli che hanno scelto per condurre il Paese fuori dalle secche dell’incertezza, le forze armate cominciano a dare segni di irrequietezza per una situazione che potrebbe sfuggire di mano, ricadere nella violenza e costringerli a un intervento stabilizzatore a scapito di diritti e libertà. Non è un caso che gli osservatori designati dall’Unione europea a verificare la correttezza del percorso verso il voto abbiano definito la consultazione del 12 febbraio «il maggiore processo democratico del 2026 in Asia». Potrebbe esserlo, ma solo valutando i risultati. I l Paese presenta anche fratture su linee religiose, con il contrasto fra una forte aderenza dei bengalesi alle confraternite sufi e l’ideologia prevalente fra i partiti islamisti invece prossimi alla rigidità dogmatica della Fratellanza musulmana. I loro leader sono stati scarcerati e si sono gettati a capofitto nella campagna elettorale con il tentativo di riguadagnare terreno giocando la carta dell’identità islamica contro i gruppi laicisti o gli avversari islamici moderati o modernisti. Giocando sull’avversione verso il precedente governo e la loro aura di martirio sono riusciti a creare un’alleanza in funzione elettorale con il Partito nazionale dei cittadini nato per iniziativa di studenti a capo della rivolta. N el tentativo di ricucire una qualche convergenza sulle necessità del Paese piuttosto che sulle divisioni, è intervenuto lo stesso Yunus segnalando con un messaggio teletrasmesso che «la porta per la costruzione di un nuovo Bangladesh si aprirà solo votando sì» al referendum sulle modifiche alla Costituzione proposte dopo la “Rivoluzione di luglio” che, se accolte dagli elettori, vedranno il nuovo parlamento uscito dal voto operare come Assemblea costituente per un periodo massimo di 180 giorni. In buona sostanza agli elettori sarà chiesto di confermare la Carta proposta a luglio 2024 dai manifestanti riguardo i poteri di un governo di transizione e della Commissione elettorale, la nascita di un Parlamento bicamerale con l’aggiunta di un equivalente del nostro Senato che approvi ogni emendamento alla Costituzione, maggiore rappresentanza femminile in Parlamento, elezione di un vicepresidente delle camere e di presidenti delle commissioni provenienti dall’opposizione, il limite alla durata in carica del premier e i maggiori poteri del capo dello Stato, la migliore tutela dei diritti, l’indipendenza della magistratura e il rafforzamento dei governi locali. P roposte “pesanti”, che potranno concretizzarsi in azioni solo con una vera riconciliazione, cruciale per le prospettive del Paese. In questo contesto, difficilmente potrà sembrare una mano tesa la condanna a morte pronunciata in contumacia contro la 78enne Sheikh Hasina Wazed (riparata in India) per la repressione letale ordinata contro gli studenti nel tentativo di bloccarne la rivolta.