il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2026
Fermo di polizia, dentro senza reato. Come in Turchia, Cina, Russia e India
Dice la premier Giorgia Meloni che il fermo preventivo esiste da molti anni in quasi tutta Europa. L’argomento, considerata la sua importanza, meriterebbe un saggio giuridico e non un breve articolo. Il punto è che Meloni dice la mezza verità che fa comodo al governo. È vero, infatti, che una forma di fermo preventivo esiste anche in altri Paesi europei. Ma è altrettanto vero che la possibilità di un fermo, sulla sola base dei precedenti penali o delle segnalazioni di Polizia, mette l’Italia all’avanguardia in Europa e anche dinanzi agli Usa dove, per esempio, il fermo preventivo dei manifestanti deve fare i conti sia col diritto penale sia col Primo Emendamento: può avvenire solo se esiste un sospetto concreto e attuale di reato. I precedenti da soli non giustificano nulla. Idem nel Regno Unito dove è necessario un rischio imminente e concreto. In Germania c’è il modello più vicino a quello italiano, con il Bavarian Police Act (PAG), ma alcune sentenze ne stanno limitando applicazione. In Svezia sono consentiti fermi brevi per prevenire disordini, ma a condizione che esista una minaccia attuale e verificabile, non un semplice precedente.
Senza chiamarlo esplicitamente “fermo preventivo”, invece, il dato giuridico e sociale è rinvenibile in paesi come Cina, Turchia, Egitto, Israele o India. La lente con la quale è necessario guardare il fenomeno (e anche le sue potenzialità in chiave di repressione politica) è legata alla possibilità di fermare qualcuno, limitandone la libertà, sulla sola base dei suoi precedenti e non sulla sua condotta. Che poi la limitazione avvenga per giorni, ore, sia un arresto o “fermo”, è un discorso che riguarda l’applicazione del principio. Ci limitiamo a indicare i Paesi in cui è vigente.
A Hong Kong, per esempio, dopo l’entrata in vigore della National Security Law del 2020: in questo caso la legge cinese consente di arrestare una persona prima che commetta un reato concreto se si ritiene che possa minacciare la “sicurezza nazionale”. Un criterio preventivo, come quello italiano, che ha consentito arresti anticipati e detenzioni prolungate anche senza nuovi fatti violenti: una prevenzione politica fondata sul profilo personale che ha consentito l’arresto di centinaia di persone perché il loro passato li rendeva “pericolosi”.
In Russia, per quanto ci risulta, non esiste un esplicito “fermo preventivo” legato alle manifestazioni pubbliche. Non è dichiarato, come in Italia, ma costruito con più tasselli. Il peso dei precedenti (amministrativi, non necessariamente penali) sui manifestanti passa anche attraverso la “Legge sulle manifestazioni” che definisce illecito ogni protesta non autorizzata. Gli illeciti amministrativi (inclusa la disobbedienza) possono giustificare fermi fino a 48 ore. Accumulando violazioni si passa al Codice Penale. Il curriculum amministrativo diventa una presunzione di pericolosità, che consente controlli selettivi, ricorrenti, nei fatti la possibilità di fermi preventivi senza commissione di reati.
In Turchia è possibile la custodia cautelare in carcere se esiste un “forte sospetto” di reato, rischio di reiterazione o minaccia all’ordine pubblico. I precedenti, e quindi la profilazione, hanno un grande peso nella valutazione: il pm può chiedere la custodia sostenendo che l’attivista è “pericoloso”. Come in Egitto dove la legge del 2015 definisce il terrorismo in modo molto ampio, includendo atti che “disturbano l’ordine pubblico” o “destabilizzano lo Stato”. La legge consente arresti e detenzioni sulla base del sospetto, senza nuovi atti violenti, e la protesta viene così neutralizzata prima che produca effetti.
In Israele il fermo preventivo può avvenire grazie a norme stratificate nei decenni che permettono restrizioni di movimento, perquisizioni e arresti preventivi anche sulla base dei servizi segreti. La prevenzione è legata a un contesto di conflitto permanente. In India, infine, il fermo preventivo dei manifestanti esiste ed è formalmente previsto dalla legge: i precedenti di protesta e le segnalazioni di polizia vengono usati per dimostrare il “rischio futuro”. E così prima di grandi manifestazioni, attivisti noti vengono fermati, posti agli arresti domiciliari o detenuti preventivamente. Una prevenzione a tutela dell’ordine pubblico molto utile a fermare il dissenso.