La Stampa, 6 febbraio 2026
Alberto Ravagnani: "Lascio la Chiesa per tornare umano Porto Cristo ovunque, mi danno dell’eretico"
Gli danno dell’eretico. Più precisamente, «schifoso eretico». Sui social, per posta, per strada. Dicono che si è innamorato della fama, del consenso, di se stesso, dei soldi, del diavolo. Che è un egoista e un irresponsabile. Da quando, cinque giorni fa, Alberto Ravagnani, 32 anni, molto attivo sui social (ha 297mila follower) ha lasciato il ministero, gli hanno detto di tutto, dentro e fuori la Chiesa. «Non ho ricevuto pressioni, né per andarmene né per restare, ma i richiami per molte attività che facevo e che non erano in linea con precetti e regole, e che per me erano solo nuovi modi di fare evangelizzazione, mi hanno convinto che quello non era più il mio posto», dice alla Stampa, mentre rientra nella diocesi milanese dove vive, e che dovrà lasciare presto. Non sa ancora per dove. Non sa neppure che lavoro farà. Sa solo che vuole continuare a portare la parola di Dio a chiunque, soprattutto a chi non la vuole.
Qualche giornale lo ha paragonato a Chiara Ferragni. In tanti credono che, dietro il suo ritiro, ci sia una qualche oscura trama vaticana, uno scandalo. Invece, le ragioni di questo appassionato, lucido ex sacerdote nato a Monza da due veneti piuttosto veraci, sono molto più grandi, importanti, hanno a che fare con un modo diverso, nuovo, di intendere il suo ruolo, e con un atto di accettazione della realtà: la Chiesa ha perso importanza, ed è impossibile non cambiare linguaggi e regole, ricalibrare tutto sulle nuove esigenze dell’essere umano, sulle sue nuove fragilità e possibilità. «Il cattolicesimo non è più la lingua dell’Occidente: è solo un punto di vista sul mondo», scrive Ravagnani in La Scelta (dal 7 febbraio per Sem).
La prima frase del suo libro è: «cazzo!».
«Sì. Non ho voluto censurarmi: ho smesso di farlo».
Quando ha smesso di voler appartenere a Dio?
«Mai. Ma credo che il sacerdozio, oggi, si possa e debba esercitare in modo diverso».
Evitando le rinunce?
«Qualsiasi scelta ne richiede. Però, a un certo punto, ho capito che i no del ministero sacerdotale non avevano per me più senso, erano problematici o addirittura contraddittori rispetto al messaggio di Gesù. Per secoli il sacerdozio è stato visto come un ruolo privilegiato, una occasione di avere un rapporto speciale con Dio a beneficio di altri, e per me è falso, ingiusto. La distanza tra clero e popolo va eliminata. E lo dico da dentro, da prete. Gesù non si è mai posto come sacerdote: la novità del cristianesimo è proprio che Dio scende tra le persone».
La Chiesa le ha impedito di stare tra le persone?
«No. Ma a partire dal Covid ho vissuto e interpretato il ministero in un altro modo, ho iniziato a fare video, a comunicare in maniera nuova le stesse cose di prima, e però lo facevo da prete, col colletto, difendendo il mio ruolo, celebrando la dottrina cattolica classica. Poi, ho conosciuto tante persone del mondo della comunicazione, e questo mi ha portato altrove. Ho iniziato a ospitare ragazzi di tutta Italia dentro il mio oratorio e questo ha rotto le barriere e gli schemi della pastorale tradizionale. Ho scoperto di essere prete non solo della mia parrocchia ma di tutti i ragazzi d’Italia e ho fondato una community, sono diventato un influencer. A Milano ho vissuto con diversi ragazzi, e ho cominciato ad assecondare la realtà».
Cioè?
«Rendersi conto di cosa cercano le persone: senso e spiritualità. Non solo perché siamo esseri spirituali, ma perché da essa ci si aspetta che sia un toccasana. I ragazzi si avvicinano alla fede, come a qualsiasi cosa, se pensano di poterne trarre beneficio, se li aiuta a vivere meglio. Per questo è assurdo pensare ancora di poter imporre una Chiesa che giudica, tarpa le identità, indica la retta via».
Cosa dovrebbe fare, invece?
«Affiancare le persone. Essere, come diceva Papa Francesco, un ospedale da campo e non un tribunale. Mettersi accanto alle ferite e curarle anziché additare peccati ed eventualmente rimetterli».
Ma la chiesa è giudicante.
«Però prescrive di non giudicare. E questa una contraddizione imperdonabile. Nel corso dei secoli ci siamo imposti come ente morale e anche se adesso la nostra parola vale poco, nell’inconscio collettivo è rimasta questa idea di noi padri confessori davanti ai quali ci si deve comportare bene».
Sacerdozio femminile sì o no?
«La Chiesa ha appena negato il diaconato femminile. Le donne sono quelle che più si allontanano da noi, e presto non si potrà più fare affidamento sulla trasmissione della fede che è sempre stata condotta da mamme e nonne: sarà doveroso riconsiderare i loro ruoli. Non credo ci si possa accontentare di metterle in organi amministrativi per aumentarne l’influenza, come è stato fatto finora: la questione va posta dal punto di vista teologico. Nella chiesa il vero potere è nelle mani del clero: fintanto che ne restano fuori, le donne non contano niente».
Il cattolicesimo trarrebbe vantaggio da un dialogo più aperto con il femminismo?
«Eccome. Il femminismo cerca l’uguaglianza: tutti dovremmo essere femministi. Io lo sono. Molti si allontanano dalla Chiesa anche per via del suo maschilismo».
È favorevole all’aborto?
«Penso che sia sempre un dramma, anche quando è scelto liberamente. È un tema da discutere, tenendo conto di tutti i soggetti coinvolti: i bambini e le donne».
Che doveri ha un credente?
«Seguire l’esempio di Gesù, che ha detto e fatto l’amore. Il suo comandamento è: amatevi gli uni con gli altri come io ho amato voi».
Ha mai pensato che lasciare il suo ministero sia un atto di egoismo, dal momento che lei è un punto di riferimento per molti ragazzi?
«No. Non l’hanno presa benissimo perché emotivamente per loro è una frattura, ma è inevitabile. Non posso chiedergli di non star male, ma vorrei che prendessero sul serio le mie istanze e il tipo di missione che vorrei inaugurare. Tutto quello che sto vivendo riguarda più loro che me: a loro toccherà affrontare un mondo sempre più anticlericale e secolarizzato».
I rimproveri più assurdi che ha ricevuto?
«Mi hanno detto di aver messo “troppo io e poco dio”, uno slogan mutuato da Acutis, da poco canonizzato, che diceva: “Non io ma Dio”. Una frase che trovo pericolosa: è come se io e Dio si opponessero, come se dio non volesse la mia felicità».
Se la Chiesa fosse stata più aperta al cambiamento, sarebbe rimasto?
«No. Sono stato, forse, il prete più felice della terra, e tutto quello che ho fatto mi ha portato dove sono».
Davvero non c’è di mezzo una ragazza?
«Non lascio perché mi sono innamorato di qualcuna ma perché mi sono reso conto che non ho mai voluto innamorarmi di nessuno, di non essere in grado di innamorarmi di nessuno e questo mi ha spaventato».
Non era in grado?
«Mi sono imposto di amare solo Gesù come se l’amore divino dovesse escludere gli affetti umani. Ho rinunciato alla sessualità come se fosse peccaminosa e questa rinuncia mi disumanizzava, perché la sessualità fa parte della nostra vita fin dall’origine, e dentro l’amore vissuto con il corpo e l’anima credo che si sperimenti molta della gioia di vivere che ha a che fare con il divino».
Quindi la questione del celibato è stata dirimente.
«Centrale. Le regole della chiesa sul celibato sono chiare: non ci sono vie di mezzo lecite. Molti preti hanno doppie vite, è una situazione più comune di quello che si pensa. Ma io non ho voluto: perché avrei dovuto lacerare la mia anima in maniera così ipocrita? Peraltro, mentre vagliavo la mia scelta, parlando con uno psicologo, altri preti, teologi, molti di loro mi hanno detto che il celibato tornerà presto a essere obbligatorio solo nelle abbazie, come era in origine».
Che concessioni ha dato, in questi anni, al suo corpo?
«Molta palestra: mi ha riconnesso alla mia virilità, anzi me l’ha fatta scoprire»
Il giorno più difficile della sua vita precedente?
«A San Vittore. Ultimai il mio anno di servizio lì durante il seminario e passai nelle celle per salutare i detenuti. Uno di loro mi aggredì. Mi ero illuso che per il semplice fatto che ero un sacerdote, potessi lenire le sue ferite».
Risponda a chi dice che ha perso la testa per i social.
«Comprendo il bisogno che hanno di delegittimarmi. Lo schema da setta mi è chiaro: appena uno si allontana, bisogna umiliarlo. Tuttavia, al posto loro mi chiederei come mai nei giorni in cui ho lasciato il ministero, lo hanno fatto altri quattro. Sono abbastanza per parlare di un sintomo di qualcosa che non va, no?».