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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

Carolina Kostner: "Occasione per riportare l’energia in Italia. I campioni sanno unire i mondi opposti"

Il letto pieno di vestiti per i giorni olimpici e tra le mani una spallina da cucire: sembra quasi che Carolina Kostner stia per tornare sul ghiaccio e invece si prepara al tappeto rosso della cerimonia che apre i Giochi. Portabandiera diciottenne nel 2006 a Torino e ambasciatrice oggi, pronta a sostenere il pattinaggio cresciuto nel suo nome.
Nelle ultime Olimpiadi italiane ha portato la bandiera da adolescente. Era un’altra persona?
«Mi sembra di aver vissuto mille vite, ma l’esperienza di Torino fa parte di me e non la cambierei mai».
Quella sera di vent’anni fa, allo stadio, era raggiante.
«Ero travolta dall’onore. È stato speciale».
Poi però sono partite le polemiche: troppo giovane, non ha vinto nulla. Tante pressioni in gara. Una coda di tormenti.
«Da atleta speri sempre che le persone capiscano l’impegno e i sacrifici. Allora non ero consapevole che i giudizi potessero arrivare da chi non ti conosce».
Se potesse non sentire uno dei commenti ricevuti allora quale toglierebbe dalla memoria?
«Mi sarei risparmiata tante parole, però mi chiedo: e se le reazioni scatenate mi avessero fatta diventare chi sono? Va bene così, abbiamo scoperto il ghiaccio insieme».
Ce lo ha fatto scoprire lei.
«Ho seguito l’istinto con la spensieratezza di chi ama ciò che fa».
Forse per questo la notte del bronzo olimpico, in bicicletta, per il Villaggio di Sochi, aveva la stessa faccia del primo giorno a Torino.
«Era sempre lo stesso sogno».
Come sta il pattinaggio azzurro adesso?
«La cosa più bella è che tutta la nostra squadra si allena in Italia: la dimostrazione dei passi avanti. Esiste una scelta che prima era circoscritta e i giovani crescono con i loro idoli accanto. Li vedono, realizzano la fatica quotidiana dei campioni ed è quello che serve per crescere».
Che rapporto ha con la squadra?
«Io ci sono. Lo sanno. C’è chi mi ha contattato, con altri basta magari un abbraccio prima delle gare, tutta l’esperienza fatta è a disposizione. Lara Naki Guttman mi ha chiesto supporto, cercava una persona a cui non dover spiegare certe emozioni. La preparazione è un percorso di anni che ti spinge oltre i limiti».
Non si sono spostati troppo? Vonn vuole affrontare una discesa a una settimana dalla lesione al crociato.
«L’essenza dello sport è la sfida a se stessi. Dire basta quando è basta è complicato e serve un team».
Allenatori e medici che si prendano la responsabilità?
«Un confronto esterno e qualificato, sì. È necessario, se l’atleta non è circondato dalle persone giuste è perso».
Lei si è mai fermata?
«La settimana prima del Mondiale che poi ho vinto, nel 2012, ero molto in forma, con un gran programma, ma senza un elemento tecnico che avrebbe garantito molti punti. Per colpa dell’infortunio avuto poco prima, quel salto metteva a rischio il fisico, ho deciso di far rendere al massimo quel che avevo. Prima ci ho pianto. I momenti che non vede nessuno».
Con il metro di giudizio di oggi, senza un elemento tecnico decisivo avrebbe vinto il Mondiale?
«Sarebbe dipeso anche dagli altri. Oggi il mio sport cerca di trovare un’identità. Proprio a Torino è cambiato il sistema di voto, quella rivoluzione adesso è arrivata a influenzare il modo di pattinare. Io sceglievo per amore della coreografia di rendermi la vita più complicata e prendere il massimo dal lato artistico, la parte che paga di meno. Adesso i ragazzi si sono giustamente adeguati. La differenza di peso tra le due anime del ghiaccio forse ha creato una crisi di identità, anche se questa non è l’espressione giusta».
Qual è la parola giusta?
«Adolescenza, siamo in una fase di passaggio, caotica e densa di possibilità. Il pattinaggio è potente proprio perché unisce la massima precisione che ti obbliga ad allenare la memoria muscolare e il lato artistico in cui non puoi fare a meno della spontaneità. Il campione unisce i mondi opposti».
Malinin, il dio dei salti quadrupli degli Usa, lo fa?
«Tecnicamente è più bravo di tutti e se perde lo decide lui, nel senso che succede solo se sbaglia. Spinge su quello che ha di unico. Il giapponese Hanyu, che per il nostro mondo è una divinità, ha vinto l’oro nel 2018 perché tutti quelli che dovevano stargli davanti, secondo programma, hanno fatto errori. Lo sport è esserci e crederci».
Ha seguito i tormenti dello spagnolo Tomas-Llorenc che ha avuto problemi di copyright per la musica dei Minions?
«Ora che esistono le impronte digitali dei brani musicali c’è un algoritmo che ne calcola le riproduzioni, i numeri spostano i diritti, a volte pensi di avere un accordo che non vale per quel che serve. C’è chi si è ritrovato multe astronomiche, io per molti programmi ho proprio collaborato con gli artisti, per personalizzare la musica».

L’Italia può ambire a una medaglia nel team event?
«Non voglio tirargliela, ma la possibilità c’è e i ragazzi sono super motivati. Mi auguro che trovino la grinta per fregarsene di tutto».
I Giochi hanno imparato qualcosa dal caso Valieva, la russa minorenne squalificata per doping in mezzo ai Giochi di Pechino?
«Spero davvero che un caso tanto controverso non capiti mai più».
Perché il pattinaggio attira sempre il drammone?
«Un po’ di teatralità c’è. Noi in pista presentiamo quasi sempre un personaggio e l’enfasi viene facile»
Che Italia mostreremo?
«I Giochi possono aiutarci a trovare nuove motivazioni, l’energia di cui tutti abbiamo bisogno. Nel 2006 è successo e mi porto dentro Torino anche per questo, ancora la gente per strada mi associa a quel momento vivace».