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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

Intervista a Jovanotti

Cortona è il posto salvo di Lorenzo Cherubini. Un guscio di pietra, un paesino arroccato, un luogo d’arte e di memoria. La sua casa – in cima a quasi tutto – ha i profumi dell’Oriente e i colori del Rinascimento. Un gatto nero, Mirtillo, la custodisce quieto. Due cagnetti salvati da poco, Charlie e Soufflé, stentano a farsi educare: sarà che, quando fa la voce dura, Jovanotti non è molto credibile. Fatto sta che continuano ad abbaiare e saltare festeggiando il suo ritorno. Quella di Lorenzo e Francesca è una casa d’altri tempi, sembra uscita da una fiaba e da contaminazioni antiche. Una scala di pietra si attorciglia fino allo studio del cantante: è quello che fa da sfondo a molti dei video che posta sui social. La carta da parati con la savana, una quantità incredibile di cappelli, le chitarre, un laptop, libri pressoché ovunque. Una foto in bianco e nero – bellissima – che lo ritrae insieme alla figlia Teresa. E tappeti: piccoli rettangoli di stoffa su cui ballare, improvvisare, meditare.
Il 4 settembre di tredici anni fa, a Cortona Lorenzo aveva dedicato un concerto. C’è un’immagine di quel giorno, un abbraccio a tre – con Francesca e Teresa – che mi era sembrato un nucleo inscalfibile. Sono trascorsi anni esaltanti e anni durissimi, ci sono state prove inimmaginabili allora, come la malattia di Teresa – un linfoma di Hodgkin attraversato con coraggio – e l’incidente di Santo Domingo, in cui Lorenzo ha rischiato la vita e la possibilità di saltare e danzare. I figli crescono, partono, diventano gelosi dei loro spazi. Eppure, quel nucleo appare intatto. Il prossimo 27 settembre Lorenzo Jovanotti compie sessant’anni. Ci arriverà dopo un tour mondiale e una serie di concerti nel Sud Italia che saranno feste di un giorno intero. L’arca di Lorè, l’ha chiamata così, è appena salpata.
Ma per capire da dove arriva l’energia che la genera, bisognava venire fin qui. Il punto da cui Lorenzo tende l’elastico che lo porta a partire. Per poi tornare, sempre. Bisogna entrare nel suo tempio, sentirlo parlare di come nasce la sua musica, guardarlo entusiasmarsi per le cose appena fatte e quelle ancora da pensare. Osservare i capelli ribelli, lo sguardo da ragazzo furbo, le poche rughe sul volto bambino. Accendere il registratore. Ascoltare.
Il tuo ultimo disco, Niuiorcherubini, suona come un vinile anche ascoltandolo dal telefonino. È analogico, registrato in una sessione in studio a Brooklyn durata sei giorni, con musicisti che hanno scoperto la tua musica e le hanno regalato un suono diverso. Come mai? «Ero partito senza un’idea precisa, pensavo che al massimo avrei registrato una canzone. E invece è nata una cosa nuova, che forse non ha nulla a che fare con quello che chiamano “il suono contemporaneo”, ma che era esattamente ciò di cui avevo bisogno. Credo che in fondo sia questo che dovrebbe fare l’arte: portarti altrove, spostarti, sorprenderti».
Mentre tutto parla di intelligenza artificiale, c’è bisogno di riscoprire l’artigianato della musica? «Con l’intelligenza artificiale tutto rischia di sembrare vecchio, obsoleto, tranne questa cosa qui: la musica nel suo farsi quando un gruppo di persone suonano insieme. L’improvvisazione, l’imprevisto, non sono riproducibili. Si possono imitare, ma restano un’altra cosa».
Ma non è un disco nostalgico. Che rapporto hai con la nostalgia? «Mi trovo sempre più spesso a ripensare a quando ero bambino, o ragazzo, a mitizzare la mia infanzia. Un tempo non mi accadeva, adesso sì. Ma direi che più che con nostalgia, ci penso inseguendo una specie di magia. E mi ritrovo a scriverne. Scrivo quasi tutti i giorni».
Seguendo il consiglio che ti diede Bono Vox. O lui parlava di canzoni? «Beh, io non scrivo un diario, ma butto giù anche solo una frase, un verso, il titolo di un libro. Di solito con una metrica: in endecasillabi, oppure in quartine. E in rima, chiaramente, che per me è fondamentale. Praticamente scrivo dei rap, è una forma di disciplina».
A cosa serve? «A far emergere immagini che metto lì, per un po’ neanche me le ricordo, poi le recupero quando si tratta di fare un disco».
Diventano canzoni? «Alcune sì, altre volte prendo solo dei pezzi. Per me la canzone è un’ossessione, una forma perfetta. Quando becchi quella giusta, hai la sensazione di aver raggiunto l’Antartide con Shackleton».
Capisci subito quando un brano funziona? «Sì, di solito è una questione fisica, la testa non serve a niente in questo lavoro. Almeno, non nel momento in cui componi».
È pelle? «È inconscio, viene dal magma che ci ribolle dentro. Poi mi piace lavorarci, sfidare il tempo».
A differenza di altri cantautori, i tuoi pezzi più amati non sono arrivati a inizio carriera, ma molto dopo. Significa questo, sfidare il tempo? «Una volta ho chiesto a De Gregori: “Ma perché quando uno ha vent’anni scrive venti canzoni al giorno e poi ci vogliono 200 giorni per scriverne una?”. Lui mi ha dato una risposta molto bella: quando hai vent’anni sei dentro a un mondo che ti riflette e che tu rifletti, devi semplicemente riportare in versi quello che vivi. La musica è una cosa da ragazzi, ha a che fare con la formazione delle tue idee, con il corpo, la vitalità, la sessualità. È una danza, poi può anche essere un lento, ma è quella roba lì». Da dove arriva l’energia che serve a reinventarsi sempre? «Dagli attraversamenti pericolosi. Dalla paura di perderla. E da un nuovo modo di guardare».
Quale? «Pensavo al fatto che da ragazzo non vedi la natura. Non ci pensi mai. Sei tu le rose, sei tu la foresta, ci sei dentro. Sei tu che ribolli, sei tu le stagioni. A un certo punto cominci a vederla, ti innamori di un tramonto, di un albero che cresce. Capisci che è cambiato qualcosa, ma non ti devi fermare».
Non pensi mai di fermarti? Di mollare tutto? Fare una cosa alla Mina, alla Battisti? «Proprio no. Non mi piace l’idea della mia musica senza di me, e nello stesso tempo mi piace non poterla controllare. Ritrovarla nei contesti più diversi. Un giorno un discografico mi raccontò che era andato a proporre un nuovo disco a Battisti, che era già nella sua fase ermetica. E lui disse: va bene, ma si deve vendere solo in un posto e sarò io a decidere – guardando attraverso una telecamera – chi può prenderlo e chi no. Ma te lo immagini?».
In studio di registrazione dai l’idea di avere il controllo assoluto. «Sì, ma non maniacale, a me piacciono gli errori. La musica è una mia amica, ci conosciamo, lei conosce me e io conosco lei per cui so quando sono credibile e quando invece sto entrando in una zona in cui faccio il figo. Non mi piacciono le canzoni intelligenti, quelle che devono dimostrare qualcosa. Una canzone può essere emotiva, misteriosa, buffa, emozionante, anche stupida».
Ma non deve parlare alla testa? «C’è talmente tanto che parla alla testa. Cose che pretendono di insegnarci, di dirci cosa dobbiamo pensare, dov’è giusto stare, cos’è giusto credere. La canzone è un territorio libero».
Le tue sanno di apertura e di contaminazione. Magari non vuoi, ma è un messaggio politico. «Perché parlano di come sono fatto io. Ognuno di noi è un messaggio politico e io non riesco a essere un altro in una canzone, come faceva De André quando ha scritto Spoon River. Qualche volta ci ho provato, non ne sono capace».
Cosa funziona per te? «La libertà, è la cosa più importante. Nel mio lavoro, nel modo di intendere le cose. A volte però la paghi».
Perché? «Sei sempre costretto a ridisegnare la tua costellazione. Il cielo stellato sopra di te cambia di continuo. E questo può destabilizzare, far paura. Ma a me piace il mondo che cambia, mi incuriosisce».
Anche tu hai le tue stelle fisse. Questi luoghi, questa casa. «In questo ho lasciato guidare Francesca. È lei la mia stella fissa. E non sono sicuro che questo sia quello che avrei fatto senza di lei, il che non vuole dire che non vada bene. Anzi. Credo mi abbia difeso da me stesso, da quel me stesso che senza la Fra si sarebbe perso centomila volte».
Non parti mai per fuggire? «Tendo l’elastico fino alla Patagonia, esploro, poi torno. Andarmene per me è sempre stata la spinta principale, fin da bambino. Se me lo avessi chiesto a due anni, avrei detto: voglio andar via».
Volevi fuggire dalla tua famiglia? «Percepivo una pazzia e non volevo starci dentro. Le famiglie sono tutte una follia, ma sono come la democrazia: non c’è niente di meglio».
Però scappavi. «Mi piaceva andare a Piazza San Pietro la domenica mattina, guardare tutto quel casino dal mio metro d’altezza, i pellegrini, i cardinali. E l’estate, a Cortona, stavo fuori dalle otto del mattino a mezzanotte. Il mondo non mi sembrava pericoloso. Credo che ai ragazzi oggi questa cosa manchi un po’. Sono immersi dentro a un flusso di informazioni così vario, così violento. Penso spesso a cosa voglia dire per loro e credo significhi crescere in un altro modo: più sensibili, più intelligenti, ma anche più fragili, più esposti».
Tu non avevi paura di niente? «No. Per questo mi buttavo, e avevo fiducia che le cose andassero bene».
E oggi? «Non ho mai paura per me, ma per gli altri. Quando Teresa si è ammalata ho avuto tantissima paura, un terrore assoluto che non sapevo come gestire. Era come non sapessi dove metterlo, come conviverci. Non avevo un posto, per la paura. Non l’ho mai considerata funzionale».
Ti è pesato dover vivere momenti così difficili da persona pubblica? «Mi sono chiuso senza neanche accorgermene. Ero troppo concentrato su quel che c’era da fare, ho dimenticato l’esistenza di Instagram e di tutto il resto. Non sono capace di esporre il dolore, è un mio tabù. Capisco che per qualcuno possa essere terapeutico, non per me».
Altri tabù? «Un certo modo di mostrare la ricchezza. Non lo giudico, nei rap, nella musica latino-americana ne intravedo perfino il senso, ma non mi ha mai interessato».
Come le droghe. «Mai stato capace. Nemmeno uno spinello. E non è che io sia bacchettone, semplicemente guardavo l’effetto che aveva sulle persone e non lo volevo su di me. Ho altre dipendenze però, come la botta di adrenalina di un concerto, di quando scrivi una canzone, o arrivi in cima alle Ande in bicicletta con dieci gradi sottozero. Sai quelle epifanie cosmiche, dissoluzioni dell’ego, i momenti in cui dici: adesso posso pure morire».
Di solito, dopo l’adrenalina, c’è un vuoto. «Sì, ma sono diventato più bravo a gestirlo. E mi ha aiutato un regalo che mi ha fatto l’incidente: scoprire la forza di certe pratiche di meditazione. Ogni mattina, un quarto d’ora al giorno, faccio come mi aveva insegnato Battiato: devi metterti lì, respirare, fare attenzione al tuo respiro. Nient’altro».
A cosa serve? «A renderti più consapevole. A essere dentro le cose, ma con la capacità di guardarle da fuori. Mi succede anche ai concerti, ed è uno sguardo più pieno, più ricco».
Ma non vuoi parlare della tua ricerca spirituale. «Leggo, studio, quegli scaffali sono pieni di libri che parlano di misticismo e spiritualità. Alle volte mi sembra di vedere aprirsi un varco, che subito si richiude. Mi piacciono i luoghi di culto. Mi piacciono i misteri. Del resto, lo è anche la musica. E mi piace la scienza che è continua metamorfosi, rivoluziona le convinzioni. Un giorno a New York un professore di Neuroscienze della Columbia mi ha detto: del cervello sappiamo a occhio e croce quel che mille anni fa sapevamo del corpo umano, quasi niente».
E tu hai pensato: che figata. «Pensa quante cose possiamo ancora cercare!».
Canti che tornerà di moda la felicità, a me pare siano tornati di moda l’esclusione e il razzismo. «Non credo sia così. Credo piuttosto che siano fenomeni che ci saltano all’occhio, mentre altri non riusciamo ancora a vederli. Ma certo la guerra, per com’è tornata, ha destabilizzato tutto. Mi ha colto di sorpresa, la trovo fuori dal tempo. Eravamo abituati a un mondo bipolare in cui c’erano la destra e la sinistra, l’Est e l’Ovest, l’America e la Russia. Questa cosa è saltata. C’è Trump, c’è la Cina, è tutto difficilissimo».
Un colpo di coda del ’900 morente, come dice Baricco? O il ritorno del ferro e del fuoco? «Credo sia la ricerca di un equilibrio nuovo cui si arriverà con enorme sofferenza, e traumi. Quel che abbiamo considerato implausibile per anni, come il lancio di una bomba atomica, non lo è più. Non siamo preparati, soprattutto non lo siamo noi del ’900. I ragazzi sono più reattivi, abituati al fatto che le cose si trasformano continuamente».
Ma non pensi di essere cresciuto in un mondo migliore di quello in cui cresce Teresa? «No. Io penso che le cose si possano curare. Ti faccio un esempio: sulla montagna di Cortona, quando ero piccolo, avevano tagliato tutti gli alberi. Avevano fatto legna, l’avevano venduta. Negli anni 90 hanno cominciato a ripiantarli e se ci vai, ora, è una foresta. Noi come corpo, come psiche, come umanità, come ambiente, in molti casi possiamo guarire. Se vogliamo, le cose possono essere rimesse a posto. E per farlo bisogna che ognuno faccia bene il proprio lavoro».
E tu fai musica. C’è una persona, un evento, un incontro, che ti ha permesso di andare a fondo, di farlo sempre meglio, di crescere? «Mi vergogno a rispondere così, mi sento un po’ ridicolo, ma penso sia l’amore, quella roba lì. Sentirsi amati, sentire che sei importante per qualcuno, ti fa pensare che il mondo sia un bel posto. La chiave di tutto sono gli incontri che fai, e io ho avuto fortuna».
E c’è una cosa che, più di altre, ti dà fiducia? «Mi pare di vedere che sia in corso come una battaglia tra le forze del passato e quelle del futuro. Quelle del futuro sono inesorabili, più forti. E sono femminili. Le ragazze sono infinitamente più evolute di noi».
Sai che non è una risposta da sessantenne? «Questa cosa del tempo non l’ho mai considerata. Altrimenti non mi sarei chiamato Jovanotti, avrei scelto un nome che comprendesse il fatto che il tempo scorre. Kafka diceva che il senso della vita è che finisce. Io gli risponderei: il senso della vita è che inizia. Qualche settimana fa Chiara Valerio mi ha chiesto a bruciapelo: cos’è la giovinezza?». E tu? «La giovinezza è iniziare. Ogni volta che inizi, sei poco più che un ragazzo».