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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

Carcere di Torino, violenze sui detenuti: sette condanne per tortura, sei assoluzioni

Otto condanne di cui sette per torture e sei fra proscioglimenti per prescrizione e assoluzioni per «non aver commesso il fatto». È finito così il processo di primo grado per le violenze al carcere Lorusso e Cutugno di Torino in cui erano imputati a vario titolo 14 agenti della penitenziaria. Le pene per le torture vanno da due anni e otto mesi a 3 anni e quattro mesi. Un solo imputato è stato condannato a cinque mesi per rivelazione del segreto d’ufficio. Disposte provvisionali di circa 40mila euro in totale nei confronti di quattro detenuti. Alcuni imputati, insieme al ministero della Giustizia, dovranno inoltre risarcire le presunte vittime, l’associazione Antigone e il garante comunale, regionale e nazionale delle persone private della libertà personale. Le cifre saranno definite in un successivo processo civile.
Gli imputati sono stati difesi fra gli altri da Antonio Genovese, Enrico Calabrese e Beatrice Rinaudo. «Ci riserviamo di leggere le motivazioni ma in punto di diritto la fattispecie di tortura non ci sembra integrata», commenta l’avvocato Genovese.
In principio c’erano 22 agenti a processo per le violenze, che il pm ha inquadrato in «torture» avvenute tra il 2017 e il 2019. Nel corso del dibattimento erano già cadute le contestazioni nei confronti di alcuni imputati, perché le vittime non li avevano riconosciuti.
I detenuti che entravano nel reparto dei sex offender del carcere di Torino, secondo l’accusa dovevano ricevere il “battesimo”. Percosse, calci, pugni, da alcuni agenti della penitenziaria che quando li picchiavano facevano riferimento al reato di violenza sessuale per cui erano dentro. Alle violenze si accompagnavano le umiliazioni, «uno svilimento totale della personalità», aveva spiegato il pm Francesco Pelosi che, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto quattordici condanne da un anno a sei anni e sei mesi di reclusione.
La pena più severa a 6 anni e 6 mesi era stata chiesta dalla procura per l’ispettore Maurizio Gebbia, ex coordinatore del padiglione C dove sarebbero avvenuti i maltrattamenti, poi spostato. Gebbia, secondo l’accusa, sarebbe stato a capo dei “picchiatori”. Gebbia è stato condannato a 2 anni e 8 mesi.
«Questo non è un processo alla polizia penitenziaria – ha detto il magistrato nella sua requisitoria – ma ad alcune persone che indossano la divisa e con il loro comportamento l’hanno infangata. In questo processo abbiamo avuto ampia prova di come Gebbia in particolare, ma non solo lui, fosse insofferente al fatto che ci fosse personale civile che accedesse a quella sezione. Don Guido, il cappellano del carcere, sostando in rotonda al secondo piano ha raccontato di aver udito un agente riferire agli altri di un detenuto che era stato “spaccato” da due ispettori. Un altro era stato costretto a rimanere in piedi nel corridoio e costretto a ripetere: “Sono un pezzo di merda"».
Durante il processo c’erano anche detenuti sentiti che hanno detto di essere picchiati ma quelle violenze non sono state inserite nel capo di imputazione. «Ritenevo importante sentire anche loro – ha spiegato Pelosi – perché diversi detenuti avevano raccontato le violenze ma non sono riusciti a riconoscere gli agenti. A me sembra importante che il collegio apprezzi la prova che in quel padiglione i detenuti venivano picchiati. Questi detenuti non raccontano frutti caduti da un albero».