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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

La guerra di Putin sarà pagata dai russi per generazioni

Questa non è una previsione sulla fine della guerra in Ucraina. Troppi fattori imponderabili e perfino irrazionali pesano sulle decisioni di Putin. Negli ultimi mesi lo Zar ha visto indebolirsi le speranze di trovare in Trump una sponda compiacente, un finto mediatore, pronto a svendergli l’Ucraina. Le ultime mosse della Casa Bianca – influenzate dal segretario di Stato Marco Rubio – hanno inasprito le sanzioni contro Mosca a livelli che non erano mai stati raggiunti durante l’amministrazione Biden: in particolare convincendo o costringendo l’India a cessare i suoi acquisti di petrolio russo. Vedremo quanto Delhi sarà rispettosa degli accordi, ma in ogni caso se dovesse trasferire i suoi acquisti energetici dal mercato ufficiale al mercato nero, lo farebbe esigendo da Putin sconti colossali a copertura del rischio. Il costo di questa guerra dunque continua a salire per Mosca. Anche Elon Musk ci mette del suo con l’interdizione di Starlink alle truppe russe.
Ripeto, questo non autorizza pronostici di nessun tipo. L’economicismo non coglie i fattori politici, strategici, perfino di sopravvivenza personale che Putin privilegia. Ma per la Russia e per il suo popolo, un po’ di conti aiutano a capire meglio.
Un rapporto appena ultimato dell’American Enterprise Institute (Aei) elenca dei dati impressionanti. La Russia rappresenta appena il 2% del Pil globale, cioè tanto quanto il solo Stato di New York. Putin sta destinando quattro rubli su dieci delle sue entrate alla guerra in Ucraina e, mantenendo l’attuale ritmo di spesa, esaurirà le riserve di liquidità del Paese entro il 2030. In cambio di questo esborso colossale, per non parlare del bilancio di vittime (le stime più recenti del Center for Strategic and International Studies arrivano a 325.000 caduti solo per le forze armate di Mosca) la Russia ha ottenuto un guadagno netto pari a un modestissimo 7% del territorio ucraino.
La guerra peggiora una divergenza economica che era già un verdetto implacabile contro la gestione Putin: le difficoltà economiche di Mosca contrastano nettamente con la traiettoria degli ex Stati vassalli dell’Unione sovietica entrati nell’Unione europea. Questi Paesi che erano appartenuti all’orbita sovietica e oggi sono nell’Ue hanno decuplicato i loro Pil, in media, dal 1990. Al contrario, la Russia e i suoi vicini rimasti fuori dall’Ue hanno ampliato le loro economie solo di quattro volte. Oggi il Pil complessivo dei nuovi Stati membri dell’Ue che provengono dal blocco dell’Est raggiunge i 2.400 miliardi di dollari, superando l’economia russa, che si attesta poco sopra i 2.000 miliardi.
Un punto centrale dell’analisi dell’Aei è che il bilancio della guerra in Ucraina non è misurabile soltanto con la geopolitica tradizionale ma con un fattore molto più destabilizzante per il Cremlino: il confronto economico visibile tra sistemi. È una dinamica che richiama la guerra fredda e soprattutto l’effetto Berlino Ovest contro Berlino Est: quando due modelli convivono a pochi chilometri di distanza, la superiorità di uno diventa politicamente esplosiva per l’altro.
In una sola generazione, il peso economico combinato dei nuovi membri Ue che erano stati dei satelliti di Mosca ha superato quello russo. È un dato che equivale a un verdetto storico: il sistema russo non produce prosperità.
Questo divario non è astratto. È visibile lungo migliaia di chilometri di confine. Standard di vita, infrastrutture, qualità dei servizi, consumi, mobilità. Se in futuro anche l’Ucraina, Paese culturalmente e storicamente vicino alla Russia, diventasse un altro caso di successo europeo, il confronto non sarebbe più aggirabile con la propaganda sulla “Nato aggressiva” o “i valori tradizionali”. I cittadini russi nelle regioni di confine arriverebbero a una conclusione pericolosa per il regime: il problema non è l’Occidente, è il sistema russo.
Qui si colloca il cuore del rapporto: un’Ucraina prospera rappresenta una minaccia esistenziale per la stabilità politica del regime russo, non per la sicurezza territoriale. È la stessa logica che rese Berlino Ovest un detonatore simbolico contro l’Est.
La guerra, se voleva impedire questo scenario, ha prodotto un paradosso. L’invasione, pensata per impedire il successo ucraino, ha aggravato drasticamente le debolezze strutturali russe: inflazione e tassi d’interesse in forte crescita, carenza di manodopera, erosione delle riserve finanziarie entro il decennio, ulteriore fuga di capitale umano qualificato. La Russia resta un’economia estrattiva: petrolio e gas dominano le esportazioni, mentre il manifatturiero pesa pochissimo. È una scelta politica: non reinvestire le rendite energetiche in istruzione, tecnologia, infrastrutture e classe media. Il risultato è un sistema in cui Mosca e San Pietroburgo concentrano ricchezza, mentre il resto del paese ristagna. Putin non è solo causa ma espressione di questo modello di rendita.
Il confronto con la Cina è devastante: nel 1990 le economie delle due superpotenze erano comparabili; oggi quella cinese domina e sovrasta di molti ordini di grandezza. Su base nominale, secondo dati aggiornati al 2025-2026, il Pil della Cina è stimato intorno a 18,7 trilioni di dollari, mentre quello della Russia si aggira intorno a $2,2 trilioni. In termini assoluti, questo significa che l’economia cinese è circa 8-9 volte più grande di quella russa.
Dal punto di vista politico, emerge una trappola. Se la guerra finisce e l’Ucraina rimane uno Stato sovrano che si integra nell’Ue, scatterà una ricostruzione accelerata con capitali occidentali, diaspora di ritorno, boom tecnologico. L’Ucraina ha già oggi capacità ingegneristiche e digitali avanzate. In quel momento il contrasto con la Russia diventerebbe irreversibile. In America molti esperti che ragionano sulle concessioni territoriali e sullo scenario di “due Ucraine” (una libera e sovrana, l’altra dominata da Mosca) fanno un riferimento esplicito alla tregua del 1953 fra le due Coree: da allora a oggi quella del Nord è rimasta un Paese povero e arretrato, quella del Sud è una delle nazioni più ricche del pianeta.
Per Putin, questo scenario è peggiore della guerra stessa. La guerra distrugge risorse, la pace rischia di distruggere la sua narrativa, la sua retorica, la sua propaganda. Senza una vittoria massimalista, i costi umani ed economici diventano politicamente ingiustificabili. È un motivo per cui Mosca rallenta ogni negoziato: una fine “senza trionfo” equivarrebbe a una sconfitta strategica e simbolica.
La questione demografica rafforza il quadro. La Russia ha perso peso demografico e soffre di indicatori sanitari e natalità deboli. L’Ucraina, slava e culturalmente affine, rappresenta anche una massa demografica che Mosca considera parte del proprio spazio storico. L’idea di perderla definitivamente verso l’Europa accentua la percezione di declino irreversibile. In quest’ottica la guerra di Putin non è solo una campagna militare: è il tentativo di congelare un confronto storico tra modelli. Ma il suo costo immane, paradossalmente, rende ancora più evidente il fallimento del modello russo.