corriere.it, 6 febbraio 2026
Stellantis, il cambio di rotta sull’elettrico costa 22 miliardi nel 2025: stop al dividendo nel 2026 e il titolo crolla in Borsa
Ventidue miliardi di euro in un colpo: sono il prezzo con cui Stellantis riscrive la propria strategia sull’elettrico e ammette che una parte degli investimenti degli ultimi anni non tornerà mai in cassa. L’obiettivo – spiega la casa automobilistica – è soddisfare le preferenze dei clienti e sostenere una crescita profittevole. Dunque, oneri straordinari nel 2025, perdita netta stimata tra 19 e 21 miliardi e, conseguenza inevitabile, sospensione del dividendo nel 2026. La transizione green, almeno per ora, passa dal bilancio prima che dalla strada.
La risposta di Piazza Affari è stata immediata. In avvio di seduta, il 6 febbraio, il titolo Stellantis non è riuscito a fare prezzo per alcuni minuti, travolto dalle vendite dopo l’annuncio del cambio di strategia. Poi, è arrivato a cedere il 23,89%, dopo essere stato fermato varie volte per eccesso di ribasso. Si tratta del livello più basso dalla nascita della società dopo la fusione tra Psa e Fca, effettiva da gennaio 2021.
Ma la buriana non riguarda solo il gruppo italo-francese. Nel corso della settimana, infatti, tutto il settore auto europeo è finito sotto pressione, a partire da Volvo Cars, che ha pagato in Borsa conti trimestrali più deboli del previsto, con un crollo a doppia cifra in una sola seduta. Le vendite hanno contagiato il comparto, trascinando al ribasso anche Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz, in un clima di crescente scetticismo sulla redditività della transizione elettrica.
Tornando a Stellantis, il suo riposizionamento non è del tutto un passo indietro dall’elettrico, bensì una correzione profonda delle scelte fatte negli ultimi anni. «Gli oneri annunciati oggi riflettono in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica», ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Filosa, riconoscendo che questa impostazione aveva progressivamente allontanato il gruppo «dalle esigenze e dai desideri reali di molti acquirenti di autovetture». Una parte degli impatti, ha aggiunto, è legata anche a criticità pregresse che il nuovo management sta affrontando attraverso una revisione estesa di tutte le attività.
E poi il messaggio chiaro quanto scomodo agli investitori: nel breve periodo non c’è spazio per remunerare il capitale. La cedola salta e, per rafforzare la struttura finanziaria, il gruppo apre all’emissione di obbligazioni ibride perpetue fino a 5 miliardi. Strumenti che stanno a metà tra debito ed equity, pensati per blindare il patrimonio senza diluire gli azionisti.
Sotto la superficie della maxi-perdita, però, il motore commerciale non è spento. Nel secondo semestre 2025 i ricavi netti preliminari risultano in miglioramento e il free cash flow industriale mostra segnali di recupero. Nel quarto trimestre le consegne consolidate hanno raggiunto 1,5 milioni di veicoli, in crescita del 9% su base annua, trainate soprattutto dal Nord America, dove l’aumento è stato del 43%. Un rimbalzo che ha compensato solo in parte la debolezza dell’Europa allargata, frenata dal calo dei veicoli commerciali leggeri e da una competizione sempre più compressiva sui prezzi.
Il paradosso è tutto qui: l’operatività migliora mentre il bilancio affonda sotto il peso delle rettifiche strategiche. Ma è proprio questo il senso della manovra. Pulire oggi per ripartire domani, anche a costo di un anno perso sul fronte degli utili. Non a caso la liquidità industriale resta robusta – circa 46 miliardi a fine 2025, pari al 30% dei ricavi – al limite alto del target fissato dal management.
Così, il 2026 viene presentato come l’anno della normalizzazione: ricavi attesi in crescita a una cifra media e free cash flow industriale in ulteriore miglioramento. Tradotto: meno zavorre contabili, più attenzione alla generazione di cassa. Resta però l’incognita di un mercato dell’elettrico che cresce meno velocemente delle previsioni più ottimistiche e di consumatori sempre più sensibili al prezzo.