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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

Madsen capitano del cricket «Porto l’Italia al Mondiale grazie a nonna Marilena»

Il capitano dell’Italia del cricket è un sudafricano dal sorriso affabile, che spiccica giusto due parole nella nostra lingua ma che ha nel suo albero genealogico una nonna nata ad Avigliana, in provincia di Torino: non l’ha mai conosciuta, ma quando ne parla si commuove. Wayne Madsen guiderà la Nazionale ai Campionati mondiali T20 – la formula breve del cricket che sarà anche alle Olimpiadi di Los Angeles 2028 – che prenderanno il via domani in India e Sri Lanka. Gli Azzurri, inseriti nel gruppo C, se la vedranno Scozia, Nepal, Inghilterra e West Indies, in quello che è un esordio assoluto.
Nato a Durban 42 anni fa, battitore e capitano dei Derbyshire Falcons nella «serie A» inglese, Madsen dirigerà un gruppo che mette insieme l’Italia del passato (gli oriundi) e del futuro (gli immigrati), mentre quella del presente di cricket sa poco o nulla.
Wayne, ci spieghi il cricket in poche parole.
«Beh, si gioca 11 contro 11, come nel calcio, e che non tutte le partite durano cinque giorni (sorride, ndr). Lo sport più simile è il baseball: chi batte tenta di fare più punti possibile, chi lancia cerca di impedirglielo eliminando i battitori. Nella versione T20 è un gioco appassionante».
La sua prima passione, però, è stata un’altra.
«Lo sport di famiglia è l’hockey su prato: papà ha giocato in Nazionale, e dopo di lui io e mio fratello. L’ho lasciato a 22 anni perché il cricket mi dava più possibilità di carriera. Il passaporto italiano mi ha favorito per la “serie A” inglese».
Qual è il suo legame con il nostro Paese?
«Mia nonna paterna, Marilena Allais, è nata in Piemonte e ci ha vissuto fino a sei anni. Cioè fino a quando suo padre, un ingegnere meccanico, decise di trasferirsi in Sudafrica. Purtroppo la nonna morì quando papà aveva 11 anni, gran parte della sua eredità italiana l’abbiamo persa».
Alla Nazionale come ci è arrivato?
«I primi contatti risalgono nel 2012, ma per vestire la maglia azzurra ho dovuto attendere il 2023. Non sapevo bene cosa aspettarmi, visto che la squadra è molto eterogenea. Ho trovato una bellissima famiglia».
Eterogenea significa che la rosa dell’Italia è composta per metà da oriundi come Madsen, australiani e sudafricani i cui genitori e nonni lasciarono l’Italia a partire dal secondo dopoguerra per cercare fortuna all’altro capo del mondo. E per l’altra metà da immigrati dal Subcontinente indiano, che hanno lasciato l’India, il Pakistan e lo Sri Lanka per cercare fortuna nel nostro Paese. In base alle regole internazionali del cricket – per qualcuno troppo permissive – questi ultimi sono convocabili in Nazionale dopo tre anni di residenza continuativa.
Come risponde a chi parla di un’”Italia senza italiani”?
«Che tutti noi abbiamo un legame forte con il Paese: per alcuni rappresenta le radici e per altri il luogo in cui vivono. Ci parliamo in inglese, è vero, ma senza l’Italia nessuno di noi sarebbe dov’è oggi».
Cosa significa vestire la maglia della Nazionale?
«È un grande orgoglio per me, per mio padre e per tutta la sua famiglia».
L’Italia del cricket va ai Mondiali, quella del calcio rischia di rimanere fuori...
«Incredibile, no? Per qualificarci abbiamo dovuto battere la Scozia, che è parecchio davanti a noi nel ranking (dopo l’esclusione del Bangladesh, l’Italia esordirà proprio con gli scozzesi, ndr). Una grandissima impresa, se si considera che non abbiamo un campo dove disputare le partite internazionali».
E ora, qual è l’obiettivo?
«Saremo la “Cenerentola” del torneo ma non partiamo sconfitti. La Scozia l’abbiamo già sconfitta, il Nepal è alla nostra portata, West Indies e Inghilterra in teoria no. Ma il cricket T20 è imprevedibile: due-tre giocatori in giornata buona e la partita cambia».
Chi può fare la differenza nell’Italia?
«I fratelli Ben e Harry Manenti che disputano la Big Bash League, la “serie A” australiana, e JJ Smuts, il nuovo arrivato, ex nazionale sudafricano. Fra i giocatori del campionato italiano dico Crishan Kalugamage».
Chi gioca nel nostro campionato non è abituato agli stadi pieni.
«Gli indiani vanno matti per il cricket e il pubblico sarà certamente un fattore».
Se l’Italia superasse il girone e incrociasse il Sudafrica?
«Sarebbe quasi surreale, un desiderio che si avvera all’incontrario. Prima però dobbiamo sfidare gli inglesi, e anche quella sarà una partita speciale per me che li conosco quasi tutti. “Ci vediamo a Calcutta”, mi ha detto qualche settimana fa Jos Butler, due volte campione del mondo con l’Inghilterra: grazie all’Italia, il mio sogno di giocare un Mondiale sta per realizzarsi».