Corriere della Sera, 6 febbraio 2026
Roland Fischnaller: «Mente e tavola. Così fermo l’età»
Domenica si lancerà sulla tavola a Livigno con leggerezza inseguendo la prima medaglia olimpica. Roland Fischnaller, a 45 anni, è il veterano della truppa olimpica italiana: ha già stabilito un record partecipando alla sua settima Olimpiade. Arriva da due vittorie in Coppa del Mondo nel gigante parallelo, la sua vita che va ben oltre lo snowboard.
Com’è vincere a 45 anni?
«La pressione è la stessa, ma si capiscono meglio tutti gli sforzi necessari per vincere una gara».
Si gode di più i successi adesso o quando era giovane?
«Adesso mi godo di più le gare grazie all’enorme esperienza. E se riesco a concludere sul gradino più alto del podio sono molto più orgoglioso che a vent’anni».
Qual è il segreto per mantenersi così in forma?
«La salute mentale. Oggi i materiali e le tavole sono tutti di alto livello, più o meno uguali per tutti. La differenza è nella testa. A mia moglie dico sempre che siamo i nonni dello sport. Che vuol dire? Quando lascio i nostri bambini ai nonni tornano arricchiti di storie, di lezioni, di curiosità».
Quindi non si offende se le danno del nonno?
«Tutt’altro. Sono molto contento che mi chiamino così. Non è scontato essere ancora competitivo alla mia età, ma fino a qualche anno fa mi pesava. Soprattutto quando le cose non giravano nel verso giusto, i risultati non arrivavano e la gente mi faceva un sacco di domande».
Del tipo?
«Che cosa vuoi fare da grande? Sei sicuro di voler continuare? Adesso pormi queste domande non mi fa più effetto e al cancelletto di partenza sono più sciolto che mai».
Non sente la stanchezza?
«No, perché amo il mio sport e ho il fuoco dentro. Anche se a volte è pesante. E poi sono riuscito a ritagliarmi un sogno fuori dalle piste, che per me era molto importante».
Che sogno è?
«Mi sono costruito il mio maso in Val di Funes, vicino al passo delle Erbe. Abito a 1700 metri: da sempre volevo vivere così, con le mucche nella stalla, in mezzo alla natura».
Anche questo le dà tranquillità?
«Sì, e mi fa andare meglio nello sport. Spesso mi alleno con gli ospiti. E poi ho tre figli: Maria, 14 anni, Heidi di dieci e Florian di nove. Anche loro vanno sulla tavola».
Da ragazzino lei faceva il carpentiere. Conosce il valore dei sacrifici.
«Avevo un obiettivo in testa: diventare il miglior snowboarder del mondo. Ma per riuscirci dovevo guadagnarmi i soldi. I miei genitori non ne avevano: papà faceva il pastore, mamma cucinava in un rifugio i kaiserschmarren. Così, appena finita la terza media, mi sono dovuto mettere a lavorare».
Prima Olimpiade a Salt Lake City, nel 2002. Sembra un’altra epoca: ricordi?
«Ci ripenso sempre molto volentieri. Conservo l’abito della cerimonia di apertura e la tuta da gara. A casa, ogni tanto, me la rimetto davanti ai bambini e inizio a saltare e ridere. I Giochi sono un’emozione fortissima: ho i vestiti di tutte le edizioni a cui ho partecipato spero di tenerli almeno fino a 80 anni».
Torino 2006?
«Ho ancora i brividi a risentire la voce di Luciano Pavarotti alla cerimonia di apertura».
A Milano Cortina lei non deve dimostrare nulla.
«Ho dimostrato di cosa sono capace con la tavola, con i risultati. Quindi gli obiettivi devono essere in linea con questo. Devo restare sereno e divertirmi: sono molto più rilassato rispetto ad altri Giochi».
Come la guardano i più giovani che lei batte?
«Se sono furbi guardano e copiano. Io mi comportavo così».
Inutile nascondersi: l’Italia dello snowboard punta altissimo.
«Siamo la squadra più forte del mondo. Per anni tenevo alta l’asticella, adesso ad alzarla ancora di più sono arrivati anche i giovani. Ci spingiamo tutti».
Segue il tennis?
«Certo, con Jannik? Sinner è un esempio per tutti noi, per il rispetto che ha della famiglia. È un tipico altoatesino, forse con poche emozioni. Siamo fatti così».