Corriere della Sera, 6 febbraio 2026
Federico Pellegrino: «Ho la fame d’oro di un uomo felice»
A Sochi, nel 2014, era un apprendista stregone. Ha imparato in fretta: infatti a Pyeongchang e Pechino si è preso due argenti nella sua gara, lo sprint. Oggi, nel giorno in cui porterà la bandiera insieme ad Arianna Fontana nei suoi quarti Giochi, Federico Pellegrino è un uomo, e un atleta, pacificato. «Ho capito che incattivirsi con il mondo e gli avversari non è la strada giusta. Al centro, adesso, ci sono io. Ho investito su di me, sulla qualità della mia vita. Parlo da vecchio zio, lo so. Ma da questo stato di benessere mentale dico che a Milano Cortina non ci vado per partecipare».
Rivelatrice è stata la doppia paternità di Alexis e Fabien?
«È stata la scelta, condivisa con mia moglie Greta, di approcciare le cose in modo diverso. Nel momento in cui ho calato tutto di decibel, le cose importanti sono emerse. La mia fame di competere è la stessa: ce l’avrò anche nelle partite di calcetto con gli amici o nelle sfide a tennis con lo skiman, tra due mesi. Fornire la prestazione è il mio mestiere. Ho ancora più fiducia nei miei mezzi».
Anche aver pianificato il futuro è un bel balsamo.
«Quando ho sentito il bisogno di diventare padre, mi sono chiesto: e da grande, poi, cosa farò? Ho deciso di finire a modo mio, ma intanto ho investito energie in altri progetti. La politica sportiva: dal 2021 sono nel Consiglio Coni in quota atleti e ci rimarrò fino al 2028. L’istruzione: sono iscritto alla Luiss, economia e management. Il lavoro: con Greta stiamo allestendo una struttura ricettiva a Gressoney, che vorremmo inaugurare nell’estate 2027. Ma, prima, la festa d’addio: a fine marzo, a Saint Barthelemy, sulla neve dove ho imparato a sciare, dirò grazie al mio mondo».
C’è da godersi l’Olimpiade della maturità, prima.
«Quarto nella classifica generale del Tour de Ski, a 35 anni, per la terza volta, è stato il risultato che non mi aspettavo. Dopo due medaglie individuali, l’obiettivo è portare all’Italia una medaglia a squadre del fondo: team sprint o staffetta. Tenendo conto che per le scelte del Cio, che vuole allargare il carrozzone per farci salire anche Paesi piccoli o esotici, saranno solo nove le Nazioni ammesse alla 4x10. Il colpaccio si può fare. Markus Cramer, d.t. dell’Italia, nel 2021 mi ha convinto di poter essere atleta, oltre che da sprint, da endurance. Il Cermis chiuso in top 10, lo dimostra. Markus ha portato un approccio diverso, meno all’italiana. Io ci ho creduto moltissimo, il livello medio è cresciuto, negli anni ho seminato e adesso lascio ai giovani la possibilità di credere nei propri sogni. La mia eredità».
La sua longevità è un altro aspetto da studiare.
«Con il Tour de Ski, ho completato la 300ª gara individuale di Coppa del Mondo. Più di me solo Giorgio Di Centa con 322: ormai non lo batto più… Di queste 300, 160 sono sprint: dieci sprint all’anno per sedici anni. Aumentare la cilindrata, non contare solo sulla mia velocità, è stato uno dei tanti investimenti di cui parlavo. In più, ho lavorato sull’alternato. Quarto nella 20 km a tecnica classica di Dobbiaco non è un podio che nasce per caso. I risultati arrivano solo se ci credi».
Si è mai chiesto quanto avrebbe potuto vincere di più senza un mostro chiamato Johannes Klaebo?
«Con lui non parto mai battuto a priori: mi lascio sempre una possibilità. Per il 98% delle volte, non ce l’ho fatta. Ma sono anche uno dei pochi che è riuscito a batterlo sul campo: il sorpasso a Davos nel 2022, sull’ultimo rettilineo, è uno dei miei fiori all’occhiello. Ho vinto un Mondiale di livello altissimo, con Klaebo sul podio. Quindi, no: non mi sono mai messo a fare i conti. Il sistema norvegese è formidabile. Ho sfidato il più forte, ne vado fiero».
E infine, la ciliegina: il ruolo di portabandiera con Arianna Fontana stasera, nell’inaugurazione di Milano.
«L’ho detto al presidente Mattarella: ci ho sperato, ci ho pensato tanto, mi sono immaginato molte volte alla testa della delegazione italiana ai Giochi. Fare l’alfiere è stato uno dei motivi per cui ho continuato fino a Milano Cortina 2026. Ero in Finlandia quando ho avuto la notizia: un bel brivido, l’ho sentito. Non sono io a dover dire che me lo merito. Io ringrazio. Ma che bello… Forse significa che qualcosina nel fondo ho combinato».
L’orgoglio è spiegabile a parole?
«È soprattutto un senso di responsabilità: essere scelto come punto di riferimento del movimento sci mi fa sentire un cittadino migliore».
Buona ultima Olimpiade. È la vita che sognava da bambino, Federico?
«Da bambino non sognavo, però avevo ben chiara in testa una mia idea di pace: andare a dormire sereno. Lo sprint fu terreno fertile: mi divertivo come un pazzo in una gara nuova, su cui non gravava il peso della storia. A 35 anni, la serenità è un’altra cosa: sedermi sul divano la sera con Greta e guardare i bimbi che giocano sul tappeto. Sì, sono un uomo felice».