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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

Golino: la mia metamorfosi

Ha il naso adunco, la scucchia, pochi capelli in testa, gli occhialoni. Imbruttita, invecchiata. «È la prima volta che in un film mi succede», dice Valeria Golino splendida protagonista di La gioia di Nicolangelo Gelormini, dal 12 nelle sale, ispirato all’agghiacciante omicidio di Gloria Rosboch (il 16 gennaio 2016), l’insegnante piemontese sedotta e truffata dal suo ex allievo, che la uccise abbandonandola in una discarica.
Com’è stato invecchiare di colpo?
«Più facile di quello che si possa immaginare. Invecchiando anch’io, basta una luce per mettere in evidenza le asimmetrie che l’età comincia a darti. Però mi ha impaurito e turbato».
Anna Magnani al suo truccatore disse...
«Lasciami tutte le rughe, ci ho messo una vita a farmele venire. Ma io non sono la Magnani. Il trucco, due ore al giorno, non mi ha dato costrizioni, anzi: Gioia è una maschera che maschera non è, sennò avremmo perso».
Il trucco ha aiutato a creare la sua invisibilità.
«Gioia è una donna manipolata, che non aveva mai conosciuto l’amore prima. Certe volte, da bambina inerme, ha dei lampi che fanno presagire la tragedia».
Avviene quando cade nella ragnatela fasulla dell’infatuazione.
«Si aggrappa con veemenza a questa storia incongrua e impossibile che a lei sembra quasi naturale. La madre, amandola morbosamente senza davvero conoscerla, la soffoca, la tratta come una bambina. C’è un elemento che accomuna tutti i personaggi».
Quale?
«Sono tutti vittime di loro stessi. Il fraintendimento emotivo, il vuoto, il torpore, l’isolamento. Nessuno si salva. È una storia figlia del nostro tempo. La gioia resta nel titolo».
Cosa pensa di Gioia?
«Io sono scevra dal giudizio, in questo caso ancora di più; dal teorizzare nascono sovrastrutture intellettuali che non appartengono né al personaggio né alla storia».
Il film andò alla Mostra di Venezia. Tutti, applaudendolo, si sorpresero che non fosse in concorso.
«Evidentemente non era piaciuto ai selezionatori. Questa decisione mi ha quasi offeso. Ma alle Giornate degli autori siamo stati accolti da amore e attenzione. Non è un film facile, c’è molto cinema dentro, c’è un tono, un punto di vista e un cast straordinario: Jasmine Trinca nel ruolo della madre del bellissimo ragazzo che mi fa girare la testa interpretato da Saul Nanni, Francesco Colella... Un film tragico con una sua leggerezza, è cupo e luminoso insieme. All’inizio pensavo di farne io la regia».
E invece...
«Ho avuto altre priorità, Nicola ha fatto un film magico immerso nel romanticismo nero, io l’avrei reso più crudo e perverso».
La sua Gioia va da Jasmine Trinca per riavere indietro i risparmi di una vita.
«Sono tutte e due nel torto, io la aggredisco con la mia bigotteria religiosa e il moralismo; lei, complice del figlio, cerca di farmi sentire in colpa fingendo di non sapere che il figlio vende il suo corpo. Io faccio sermoni biblici, lei mi riempie di improperi».
Fino alle mani addosso.
«Mi ha strapazzata. Jasmine, che è una mia cara amica, è un po’ più alta di me, ha due spalle così, le mani il doppio delle mie. Mi ha sempre fatto paura fisicamente».
Perché sta sorridendo?
«Perché negli altri nostri film ero la sua regista e si doveva trattenere, stavolta me l’ha fatta pagare».
Gioia dice: sono stata lenta tutta la vita. E lei?
«Sembro veloce perché lavoro tanto invece sono lenta anch’io. Sono più cauta dei personaggi che interpreto, forse sono un po’ più borghese di estrazione, ma poi non lo sono affatto, non mi riconosco nelle abitudini e nella routine della vita. Mi sento in continua metamorfosi, un moto perpetuo. Tre giorni fa ho finito Petricor di Marco Perego, pittore e artista visivo».
Che storia è?
«Ispirata a sua madre, interpretata da me. Vent’anni fa ha perso la voce, da un momento all’altro non ha più parlato. Il film racconta come lei percepisce i fatti e non quello che succede. Il sogno e la realtà (trasformata dall’inconscio) si mischiano. Ci sono i suoi incubi».
Lei ne ha?
«Ho quello di cadere nel vuoto. Mi sveglio cadendo. Non sono mai andata in analisi, io credo che rappresenti la mia impotenza e inadeguatezza, il non avere le ali, che penso di avere».