Corriere della Sera, 6 febbraio 2026
Elio Vittorini, il ’900 in famiglia
Sessant’anni fa, sabato 12 febbraio 1966 alle 21.45, Elio Vittorini morì nella sua casa di viale Gorizia 22, a Milano, che si affacciava sulla darsena dei Navigli di Porta Ticinese. La salma era stata vegliata dai fratelli Ugo e Aldo, dai nipoti, dal figlio Demetrio e da Ginetta Varisco, sposata da Elio due giorni prima della morte. Nel riferire del funerale, Alberico Sala scrisse sul «Corriere d’Informazione» che Vittorini aveva chiesto di essere salutato con rito civile e che il registro posto nell’atrio, privo di paramenti, si era riempito delle firme di Salvatore Quasimodo, Renato Guttuso, Eugenio Montale, Italo Calvino, Carlo Bo, Lucio Mastronardi, Enrico Filippini, Enrico Emanuelli, Sergio Solmi, Alfonso Gatto, Lalla Romano e tanti altri. Tra i molti altri personaggi famosi, registrati o no, c’erano: Geno Pampaloni, Vittorio Sereni, Paolo Volponi, Vasco Pratolini, Guido Piovene, Alberto Mondadori, Bruno Cassinari. E naturalmente gli amici più stretti, l’architetto Giancarlo De Carlo e sua moglie Giuliana Baracco, il grafico Albe Steiner e Lica Covo, anche lei grafica. I De Carlo e i Vittorini abitavano dall’estate 1955 in due appartamenti adiacenti e avevano una tale familiarità da aver aperto una finestrella nella parete limitrofa per poter comunicare più facilmente.
A ricordare quei giorni (e non solo), c’è la figlia di Albe e Lica, Anna Steiner, che nel 1966 aveva 19 anni e frequentava il Politecnico di Milano (dove oggi insegna grafica della comunicazione). «Elio e Ginetta era come se fossero i miei secondi genitori», dice seduta al tavolo dell’ampio studio di architettura e design in viale Elvezia che condivide con Franco Origoni: «È difficile distinguerli nella memoria, perché erano sempre insieme ed Elio non mancava mai di coinvolgere Ginetta, di chiederle consiglio su tutto». Prima di traslocare in Porta Ticinese, Ginetta e Elio avevano vissuto vicino agli Steiner, che abitavano in corso Sempione, a pochi passi da via Canova 42, dove Vittorini e la sua compagna si erano trasferiti nel 1949 per avvicinarsi agli amici.
Amici da quando? Amici dal 1940, dai mesi in cui Elio, Albe e Lica si erano ritrovati in piena clandestinità: «Non vorrei sbagliare, ma la mia mamma, che era stata staffetta partigiana, diceva che si erano dichiarati con i loro nomi solo dopo la guerra». Nella primavera del ’41, erano stati introdotti nel Partito comunista da Salvatore (Totò) Di Benedetto, il politico siciliano che dopo il confino a Ventotene arrivò a Milano per unirsi all’attività clandestina e che avrebbe condiviso il carcere a San Vittore con Elio e con Giansiro Ferrata.
Nato sotto il segno della Resistenza, il sodalizio tra Albe, il genio grafico «vulcanico, pieno di energia» (Di Benedetto dixit), e la «bella testa pensosa» di Elio si stringerà nel dopoguerra in viale Tunisia, dove nasceranno le geometrie in rosso e nero del «Politecnico», il cui primo numero è datato 29 settembre 1945. Intanto, va dato conto di un complesso intreccio sentimentale. Lasciata a Firenze la moglie Rosetta Quasimodo (sorella del poeta), dal ’42 Vittorini era andato a vivere con Gina Varisco, la traduttrice che in anni lontani aveva sposato il commediografo Cesare Vico Lodovici prima di legarsi a Ferrata, grande amico e sodale di Vittorini. Fatto sta che Albe ed Elio lavoreranno al «Politecnico» ancora per pochi mesi, perché agli inizi del 1946 i coniugi Steiner decidono di raggiungere a Città del Messico la famiglia di Lica, decimata per ragioni razziali dal regime, come quella di Albe. (Quando suo zio Giacomo Matteotti fu trucidato dai fascisti, Albe, undicenne, disegnò il suo primo manifesto, con la scritta: «Abbasso Mussolini gran capo degli assassini»). Dal Messico, gli Steiner faranno ritorno a Milano i primi mesi del 1948, cioè un anno dopo la nascita di Anna.
Al biennio messicano risale un bel carteggio inedito, lettere di amicizia, di lavoro e di impegno, che andrebbero pubblicate. Una dolorosa frattura tra Elio e Albe avviene nel 1956, con l’occupazione sovietica dell’Ungheria: «Avevo nove anni, ma la ricordo come una crisi che ha avuto risvolti affettivi. Elio scrive ad Albe: non ti chiamerò mai porco perché pensi una cosa diversa dalla mia… Molti amici criticavano la posizione del Partito, mentre mia madre e mio padre sono rimasti iscritti al Pci. Credo che anche per mio padre, data la stima che aveva per Elio, fu molto importante quel confronto-scontro».
Una quotidianità quasi comune, ricorda Anna. Hanno vissuto insieme anche i grandi dolori, compresa la malattia e la morte del figlio di Vittorini, Giusto, avvenuta nel dicembre 1955. «Elio e Ginetta non avevano figli in casa e consideravano me e mia sorella Luisa, più grande di 6 anni, come parte della famiglia. Per noi Elio era come un altro padre o uno zio. Riguardavo ieri due libri che mi hanno regalato Elio e Ginetta per Natale. Erano due volumi dell’editore Principato, molto illustrati, uno del ’57 e l’altro del ’58: Per conoscere l’universo e Per conoscere il mondo». Anna non trattiene la commozione, quando ricorda la casa piena di amici, le gite fuori porta nel weekend: «Spesso si andava a passeggiare nel bosco intorno all’abbazia di Morimondo… Una volta, sulla corteccia di un albero avevamo inciso col coltellino VIVA ELIO VITTORINI. Siamo tornati dopo anni, l’abbiamo trovata enorme e papà l’ha anche fotografata». Sorride.
Tra le presenze più assidue, nel via vai dell’appartamento-laboratorio di corso Sempione, c’era Italo Calvino, che andando o tornando da Torino si fermava a Milano a pranzo o a cena. «Era timido, balbettava quasi – dice Anna – e il fatto che si inceppasse suscitava simpatia e rendeva più facile la comunicazione per una ragazza di 12-13 anni». Erano gli anni del «Menabò», la rivista einaudiana, ultima impresa editoriale di Vittorini (con Calvino): «Pur essendo più vecchio di mio padre, penso che Elio considerasse Albe come un fratello maggiore probabilmente per il prestigio che aveva avuto durante la guerra, ma si esprimeva sempre con parole ferme, scandite, come se riflettesse su tutto, anche sulle preposizioni».
A differenza di Calvino, che amava le alte quote anche se non sciava, il siciliano Vittorini rifiutava le vacanze in montagna e non amava tanto il lago di Mergozzo, dove gli Steiner avevano la casa di famiglia rimessa su dopo che fu distrutta dai fascisti. «Mi pare dicesse che il lago lo rattristava». Rimane tuttavia una fotografia del ‘51 in cui Elio su una sdraio sembra godersi la pace del lago. La vera vacanza era a Bocca di Magra. Lì Elio e Ginetta, Lica e Albe alloggiavano all’Hotel San Façon, mentre Giulio Einaudi e sua moglie Renata Aldrovandi avevano una casa nei pressi. Anna ricorda giornate felici, delle quali faceva parte anche Marguerite Duras, «piccola piccola e fascinosissima, non riuscivi a staccarle lo sguardo di dosso». Giornate in cui Anna si divertiva con la sua amica quasi coetanea Elena, la figlia dell’editore Einaudi: «Spesso ho passato le vacanze a casa loro a Torino e tante volte Elena veniva da noi». Tornano le lacrime quando Anna pensa a quella ragazza sfortunata e bellissima («Mio padre diceva che somigliava a Sophia Loren»), che sarebbe morta ventisettenne e già madre di un figlio, Malcolm, nell’estate del 1973.
«È stato un privilegio – dice Anna – condividere il mondo dei miei genitori, in cui c’erano amici straordinari, verso cui è rimasto l’affetto ma anche la nostalgia. Vittorini, in primo luogo, un intellettuale che ha saputo individuare l’argomento di fondo, che riguarda tutti: cosa si intende per cultura. L’ha scritto in modo sintetico e molto chiaro nell’editoriale del primo numero del “Politecnico”: la cultura non deve essere consolatoria, ma preventiva, mirare al cambiamento. Un messaggio rivolto prima agli operai e ai contadini, e poi, per ultimo, agli intellettuali». All’indomani della sua morte quel concetto fu ribadito dagli amici in un articolo apparso sull’«Unità» e firmato da Steiner, Ferrata, Guttuso, Michele Rago, Ernesto Treccani, Antonello Trombadori, quasi a sottolineare la fedeltà di Elio al Partito, nonostante la vecchia frattura con Togliatti. Anna ci tiene a ricordarlo. Ed ecco infine tornare l’immagine del funerale, la casa piena di amici, Vittorini disteso su un letto a pianterreno, Ginetta rifugiata in camera al piano superiore, il pianto di Alfonso Gatto, la donna di servizio che con un martello stacca il crocefisso dal carro funebre parcheggiato in cortile. E gli oggetti di Elio che Ginetta ha voluto regalare ad Anna: un ritratto a china di Vittorini disegnato da Guttuso e un tavolino con cassetto.