Corriere della Sera, 6 febbraio 2026
Era mio padre: Franco Di Bella
«La P2? Fu l’unico grave errore di mio padre». Antonio Di Bella, appena andato in pensione dopo oltre quarant’anni in Rai, parte da lì: dal punto che ha segnato una famiglia e una carriera, e che continua a fare ombra su una figura di giornalista che – prima di quella «macchia finale» – al Corriere aveva vissuto anni intensi, da capo della cronaca milanese e da innovatore. «Era un uomo autoritario, impulsivo, ma capace di grande affetto. E soprattutto aveva un amore totale per il giornale».
Suo padre, Franco, voleva che lei facesse tutt’altro.
«Sì. Voleva, anzi sognava, che diventassi economista. Per questo mi mandò a studiare in Texas. Non fu una scelta felice: soffrivo la mancanza dei miei amici milanesi. Tornato in Italia, mi buttai nel giornalismo, seguendo i consigli di colleghi più anziani, e anche i suoi, Mario: lei allora era direttore e fondatore di Radio Milano Centrale».
In casa che clima c’era?
«Io e mio padre eravamo su schieramenti opposti: io moderato di sinistra, lui più conservatore. Gli scontri erano frequenti. Era autoritario per natura e una discussione politica aperta, su certi temi, era sostanzialmente impossibile».
Ricorda un episodio emblematico?
«Il golpe in Cile contro Allende. A tavola lo scontro arrivò a tal punto che dovetti rifugiarmi in camera da letto, inseguito da mio padre e protetto, a stento, da mia madre. Da allora fu congelato qualsiasi discorso politico davvero divisivo».
E della P2 parlaste mai apertamente?
«No, e può sembrare strano. Per me era un tema particolarmente imbarazzante perché all’epoca ero già cronista giudiziario in Rai e seguivo le indagini dei giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Arrivarono agli elenchi della loggia a Castiglion Fibocchi, sequestrati durante l’inchiesta sul falso rapimento di Michele Sindona. Io quella storia la seguivo da cronista, lui la subiva da uomo di redazione».
Perché definisce la P2 «l’unico grave errore» di suo padre?
«Perché non fu una spinta di carriera. Si iscrisse alla loggia dopo essere stato nominato al Corriere. Non gli aprì porte: al contrario affossò un percorso professionale fino ad allora pieno di luci. È questo che mi fa male: la sensazione che verrà ricordato soprattutto per quella macchia finale».
Ricorda il momento in cui la vicenda esplose in redazione?
«Come fosse adesso. In una riunione Antonio Padellaro gli comunicò, davanti a tutti, che c’era anche il suo nome negli elenchi. Seguì un lungo silenzio. Poi mio padre si alzò e disse soltanto: “Scrivete tutto”».
Come era il rapporto di suo padre con il Corriere?
«Di amore totale. Tanto che, anche se Angelo Rizzoli era contrario alle sue dimissioni, lui le diede ugualmente. Era legato al giornale in modo quasi fisico».
Che giornalista era nella Milano di allora?
«Un innovatore. Aveva l’idea di un giornale popolare, nel senso migliore. In prima pagina poteva mettere la foto di una bistecca o la confessione di un uomo diviso tra la moglie e l’amante. All’epoca era rivoluzionario rispetto al tono compassato dei quotidiani».
Gli anni più belli?
«Quelli della cronaca milanese. A casa conservo ancora l’elenco dei vecchi cronisti: Mino Durand, Arnaldo Giuliani, Paolo Chiarelli, Adalberto Falletta, De Gregorio, Monti, Belloni. Per me erano come la Nazionale del Brasile degli anni d’oro, con mio padre capitano».
Il ricordo più forte legato al giornale?
«L’assalto al Corriere, un sabato pomeriggio, con lancio di molotov da parte dell’estrema sinistra. Mio padre apostrofò il questore, che secondo lui non aveva previsto l’attacco. Il questore fu salvato dal direttore Giovanni Spadolini. È un episodio che mi è rimasto in testa».
Le è tornato in mente più tardi?
«Sì, quando altri movimenti, di diversa estrazione, hanno cercato di contestare quella che viene definita “la grande stampa”. È un’eredità avvelenata che fa a pugni con la libertà di informazione. Paradossale: ieri la minacciava l’estrema sinistra, oggi può farlo un presidente come Donald Trump».
Negli Stati Uniti lo ha visto da vicino.
«Da corrispondente ho visto di persona l’assalto al Campidoglio del popolo “Maga” che contestava la vittoria di Biden. Me la sono cavata con qualche spintone e molti insulti».
Torniamo alla sua storia professionale.
«Ho fatto praticamente tutto: cronista giudiziario, poi New York con Lucio Manisco, quindi Parigi, anche negli anni più duri, fino alla strage di Charlie Hebdo. Poi le direzioni: Tg3, Rai3, il daytime, gli approfondimenti, Rainews».
Molti l’hanno sempre vista come una figura «da direzione».
«Forse perché sono un secchione moderato e non divisivo. E perché ho un certo senso del limite. Ho conosciuto giganti come Indro Montanelli e Piero Ottone: noi siamo sbiaditi epigoni».
Che cosa le ha dato la stagione delle radio libere?
«Il contatto con i giovani e il carattere sperimentale. Ricordo una diretta dal Teatro Lirico di Milano con Berlinguer: smontai un telefono pubblico per collegarlo a un registratore Nagra e trasmettere tutto in diretta. Era un clima corsaro, di grande entusiasmo».
Era davvero tutto improvvisato?
«Sì. Una mattina arrivò l’Ispettorato del lavoro mentre stavo trasmettendo: eravamo solo io e l’addetta alle pulizie. Quasi nulla era a norma. Ma in radio si alternavano informazione e musica, e Finardi o Camerini erano di casa».
Quell’esperienza l’ha segnata.
«Sì, tanto che anni dopo ho suonato e cantato in radio, a “Caterpillar” su Radio Due, con Massimo Cirri e Sergio Ferrentino. Grazie a loro ho potuto duettare in diretta da New York con Paolo Fresu».
Che eredità le lascia suo padre?
«I suoi gesti impulsivi, a volte generosi e a volte imprudenti. Ho cercato di farne tesoro, forse andando all’eccesso opposto».
Come vede oggi il futuro del giornalismo?
«I problemi sono enormi e l’informazione tradizionale deve rinnovarsi. I nuovi media però hanno grandi potenzialità. Vedo Federico Rampini comparire su TikTok o Instagram: è la prova che l’informazione di qualità può arrivare al pubblico anche attraverso strumenti nuovi. Il Corriere è un buon esempio di questo tentativo di innovazione».