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 2026  febbraio 06 Venerdì calendario

La città si ferma: si aprono i Giochi. Gli occhi del mondo puntati su Milano

In alto i cuori e ancor di più i cellulari, fatevi un bel selfie: passa l’Olimpiade. Affacciatevi alle finestre, svuotate le strade, fermate i delivery, fate tacere i clacson, sloggiate i piccioni. E via le auto dalla Darsena al Cenacolo e i pendolari se ne scappino veloci nelle viscere della Mm. E i tassisti non mugugnino, i bottegai non si lamentino. È una giornata particolare, s’aprono le XXV Olimpiadi e c’è una Milàn col Coni in màn che non vuole perdersi lo spettacolo più bello prima del weekend. O mia bèla torcettina: i tedofori un po’ sovrappeso e quelli che si sono allenati, l’ansia che si spenga la fiamma e sai che figura, gli elicotteri sulla zona rossa e i lampeggianti blu sul percorso. Altro che Cinque Giornate: è la Milano dei Cinque Cerchi, niente barricate e solo un po’ di transenne, non proprio la storia ma almeno una grande pagina di cronaca meneghina e alla fine Chivu l’allenatore, Mahmood il cantante, Cracco il cuoco, chi non vuole farsi un pezzo di corsa con la torcia, e che rabbia gli esclusi. Compare Jannik Sinner, a pubblicizzare le ferrovie sui binari della Centrale. E sono i camion dei grandi sponsor ad aprire la via della fiamma, perché qui il tempo è denaro e lo sport ancor di più (a proposito: sapete che gli hotel hanno alzato i prezzi del 76 per cento?).
Da un balcone di City Life, la new Milano da bere, una famigliola entusiasta sventola una bandiera coreana. Dalle parti del Policlinico, la vecchia Milano che non la beve, srotolano lo striscione «con Milano non si gioca». Estremi che si toccano: ad applaudire e a contestare, nella città sospesa in un silenzio ferragostano, alla fine provano a esserci tutti. E ha ragione Mariah Carey, nel gelo di San Siro, quando a tarda ora va sul palco e prova l’ugola, per avventurarsi nel blu dipinto di blu: «Penso che un sogno così non ritorni mai più...». No, non ritorna. Sedetevi e godetevela, questa Milano-Cortina. Perché s’è mosso il mondo come non mai: 95 Paesi, tremila atleti, 6 mila guardie a scortare il vicepresidente americano JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, il capo onusiano António Guterres col presidente tedesco Steinmeier, il polacco Nawrocki con l’emiro qatarino Al Thani, qualche re e un bel po’ di principi, Mattarella e Meloni e 13-ministri-13 in tribuna. Quand’è sera s’accende finalmente il braciere sotto la montagna di marmo del Duomo – l’unica chiesa al mondo che fra le sue guglie santifichi uno sportivo (Primo Carnera) – e arde qualche pensiero.
Quattro anni fa, Pechino aveva la pandemia globale. A noi è toccata la guerra mondiale a pezzi, e l’eco s’avverte: i russi a casa, gl’iraniani che non vogliono sfilare con gl’israeliani, l’ambasciata americana a precisare che non ci saranno sgherri dell’Ice. Non s’è concessa nessuna tregua in nessuno dei conflitti, come si faceva perfino nell’antica Grecia, e nemmeno qui è una vera pax olimpica: «Cacciate Israele!», gridano in via Sforza ai tedofori, «Ice out of Milan» verniciano sui muri, domani si manifesterà pesante e c’è chi teme il replay della guerriglia torinese. Tanto per gradire, pure un mini-sciopero dei trasporti. I Giochi sono fatti, però. E che si giochi. Alla prima dell’hockey femminile, i piccoli Vance si presentano coi campanacci: oggi non c’è democratico o repubblicano che tenga, dice il divisivo papà alle giocatrici, «teniamo tutti per voi». Il primo boato delle Olimpiadi è per un’italiana, va da sé: Kayla Tutino, che all’Ice Arena segna un leggendario goal contro la Francia. Ma sì, non facciamo i milanesi imbruttiti e concediamoci qualche sorriso, come Fiorello che sfotte Laura Pausini: «Canta una canzone di Mengoni e i fan di Mengoni s’incazzano, canta Grignani e i fan di Grignani s’incazzano: alla cerimonia d’apertura farà l’inno italiano e non potete capire i fan di Mameli...». Se il tempo tiene, con l’ultimo cielo che sembrava un Segantini, stasera s’annuncia una gran festa. Non è sempre vero che l’importante è partecipare, ma qui sì, malgrado i bagarini che vendono i biglietti a 2 mila euro. Che emozione. Nel villaggio sono arrivati tutti. Manca solo Kellie Delka, la skeletonista, l’unica atleta di Porto Rico. La sua bandiera a San Siro sarà la numero 65. È stirata e bell’e pronta, anche se Kellie non s’è ancora vista: non aveva i soldi per il viaggio, e fino all’ultimo chissà.