Il Messaggero, 5 febbraio 2026
La Brexit è un ricordo. Londra guarda all’Ue
C’era una volta la Brexit. Il 23 giugno saranno 10 anni tondi dalla data del referendum con cui il Regno Unito scelse di misura (52% contro 48%) di lasciare l’Unione europea. L’uscita prese effetto il 31 gennaio 2020, ma da allora, tra pandemia, guerre in Ucraina e a Gaza, tensioni commerciali e nuovo ordine globale post-americano, Londra e Bruxelles si sono ritrovate come partner ineluttabili. E la tela di Penelope, pazientemente composta per sancire il divorzio, si disfa progressivamente tassello dopo tassello. Neppure troppo sotto traccia, infatti, il Regno Unito si sta riavvicinando al resto d’Europa. Unica altra potenza del continente dotata di testate nucleari e a sedere nel Consiglio di sicurezza dell’Onu a parte la Francia, la sintonia geo-strategica tra britannici e Ue si è rafforzata con l’incognita sopravvivenza della Nato, emersa con il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca. Non è un caso, infatti, che nel maggio dell’anno scorso Londra e Bruxelles abbiano siglato un accordo di partenariato in materia di difesa e sicurezza. L’intesa rappresenta un passaggio necessario per consentire alle aziende belliche del Regno Unito di partecipare al nuovo schema Ue di appalti congiunti per la difesa, finanziati con un fondo ("Safe") da 150 miliardi di euro.
Dopo uno stop a novembre, i negoziati potrebbero conoscere adesso uno sprint, in vista di un nuovo summit. Sullo sfondo, il Regno Unito si è schierato al fianco degli europei di fronte alle rivendicazioni trumpiane di conquista della Groenlandia, il territorio artico semi-autonomo che fa parte della Danimarca. E ma siamo ancora nel campo delle ipotesi Londra potrebbe pure farsi carico, insieme ai 27 membri dell’Ue, dei 90 miliardi di euro di maxi-prestito per l’Ucraina tra 2026 e 2027. La svolta più attesa, soprattutto a livello di simboli, è però arrivata con il ritorno, dopo un lungo tira-e-molla, di Londra nel programma Erasmus+, lo schema di borse di studio che permette (tra le altre cose) di frequentare l’università in un altro Paese. Ma non si tratta solo di trovarsi sulla stessa barca geopolitica.
Dietro il rilancio delle relazioni ci sono anche delle precise valutazioni economiche. Le analisi elaborate sulla base dei dati aggregati e del sentiment aziendale dell’ultimo decennio mostrano infatti che il Pil del Regno Unito si è allontanato dalla traiettoria di crescita pre-2016 a causa di una lenta quanto costante erosione degli investimenti, delle assunzioni e della produttività.
Esaminando uno scenario controfattuale senza Brexit, un recente studio condotto da ricercatori della King’s Business School, della Bank of England, di Stanford e dell’università di Nottingham è arrivato alla conclusione che l’addio all’Ue abbia indebolito l’economia britannica. Tradotto in numeri: a inizio 2025 il Pil è stato del 6-8% inferiore al livello pre-Brexit. Gli autori della ricerca vedono nel processo di uscita dall’Unione europea uno choc lungo e protratto, che ha generato incertezza a catena dai vertici aziendali fino ai consumi: gli investimenti sono stati più bassi del 12-18%, mentre occupazione e produttività hanno lasciato a terra entrambe il 3-4% rispetto all’ipotesi in cui il Regno Unito non avesse lasciato l’Ue.
Per il governo di Sua Maestà, il dato sembra acquisito. Pochi giorni fa, il premier britannico Keir Starmer ha detto di volere fare «un passo in avanti» nell’allineamento dell’economia del Regno Unito al mercato interno Ue. Nei casi, beninteso, in cui ciò sia considerato «nell’interesse nazionale». Un anno fa, su pressione delle industrie delle due sponde della Manica, Starmer aveva di fatto già accettato di riportare Londra nell’orbita di Bruxelles in due ambiti: agricoltura ed elettricità. In cambio dell’adesione agli standard Ue, in pratica, i britannici otterrebbero un migliore accesso al mercato europeo. «Credo che ci siano altri ambiti in cui dovremmo valutare se possiamo fare ulteriori progressi», è l’indicazione di Starmer. Mettiamola così: l’appetito vien mangiando. Ma un’adesione settore per settore nel mercato Ue non appassiona Bruxelles, che conosce bene già quanto sia stato caotico negoziare un’intesa di questo tipo, contorta e per capitoli, con l’altro vicino geografico fieramente fuori dall’Unione, cioè la Svizzera.
In ogni caso, il manifesto elettorale con cui, due anni fa, i laburisti stravinsero le elezioni sottraendo Downing Street ai conservatori dopo 14 anni, prometteva che non ci sarebbe stato un rientro nel mercato unico, alla libera circolazione delle persone o all’unione doganale. L’ultimo punto sembra reggere alla prova dei fatti: il contrario per Londra vorrebbe dire, infatti, smontare la rete di accordi commerciali conclusi nell’ultimo decennio, alcuni anche più snelli e agili che se fosse stata ancora nell’Ue. Ma, in nome della crescita, su mercato unico e libera circolazione per quanto con paletti, freni d’emergenza e adeguate garanzie il ravvicinamento progressivo sembra destinato a continuare, perlomeno finché questo governo pragmaticamente europeista rimarrà in sella. Tutto ha però un prezzo, e dopo aver frenato sullo schema “Safe” proprio per via della partecipazione finanziaria i britannici dovranno scendere a patti con l’idea di versare proporzionali contributi finanziari al bilancio Ue. Stavolta senza diritto di voto (e di veto), come accade invece ai membri a pieno titolo.