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 2026  febbraio 05 Giovedì calendario

Vannacci si fa il suo partito: ma quanto costa entrare in Parlamento?

L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega e l’annuncio del nuovo contenitore politico, Futuro Nazionale, che punta a intercettare una quota fino a circa il 2% dell’elettorato, spostano l’attenzione su una domanda molto concreta: quanto “costa” fondare un partito in Italia?
Nel nostro ordinamento non esiste un “albo” che crea un partito per legge: nella pratica si parte quasi sempre da un’associazione (riconosciuta o non riconosciuta), dotata di atto costitutivo e statuto, codice fiscale, conto corrente e una minima struttura amministrativa. Qui i costi sono soprattutto professionali e organizzativi: redazione degli atti (legale/notarile), adempimenti fiscali, assicurazioni, gestione privacy, piattaforme digitali, affitti e logistica. La forchetta può partire da qualche migliaio di euro per una costituzione “snella”, ma sale rapidamente quando si costruiscono sedi territoriali e uno staff stabile (comunicazione, amministrazione, eventi). È la differenza tra una sigla e una macchina elettorale.
Per accedere a due leve cruciali – 2×1000 Irpef e detrazioni fiscali per le erogazioni liberali – il passaggio chiave è l’iscrizione al Registro nazionale dei partiti politici tenuto presso il Parlamento. L’impianto nasce con il dl 149/2013 (convertito poi nella legge 13/2014), che ha accompagnato l’abolizione del finanziamento pubblico diretto e ha spostato il sistema su forme indirette e su contributi privati “tracciati”.
In concreto, per essere ammesso al Registro e poi al 2×1000 il partito deve trasmettere lo statuto alla Commissione competente (la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti), che verifica la conformità ai requisiti di democraticità interna e trasparenza.
C’è anche una scadenza operativa rilevante: per partecipare alla ripartizione del 2×1000 bisogna presentare apposita richiesta entro il 30 novembre dell’anno precedente (regola prevista dal dl 149/2013). Per Futuro Nazionale la prospettiva, quindi, non è “automatica”: dipende da quanto velocemente riuscirà a dotarsi di uno statuto conforme, di organi interni e di una rendicontazione in ordine, per poi entrare nel perimetro del Registro e presentare la domanda nei tempi previsti.
Il secondo pilastro è la legge n. 3/2019, che ha rafforzato gli obblighi di pubblicità e tracciabilità su finanziamenti e rendiconti per partiti/movimenti e, in alcune circostanze, anche per fondazioni e soggetti collegati. Per una nuova formazione questo implica procedure, consulenze e controlli interni più strutturati (oltre al rischio reputazionale di inciampi formali).
Quanto “vale” il 2×1000 per un partito nascente? Il 2×1000 è un moltiplicatore, ma non una scorciatoia: si attiva solo dopo l’ammissione e cresce con visibilità, radicamento e capacità di mobilitare contribuenti. Per un progetto personale come quello di Vannacci, la domanda non è solo normativa: è industriale. Servono canali, territori, firma in dichiarazione dei redditi e una struttura capace di trasformare consenso mediatico in consenso fiscale.
E le donazioni? Qualcuno ipotizza un sostegno dal mondo Maga, a cui il generale sarebbe molto vicino, ma si tratta di voci. Di certo, sul lato dei contributi privati, la regola pratica è semplice: si può raccogliere, ma con limiti stringenti e mezzi tracciabili.
Un riferimento ricorrente nei dossier è il tetto di 100.000 euro annui per finanziamenti/contributi a un partito (con distinzioni tecniche tra persone fisiche e giuridiche), e con obblighi di trasparenza. Resta, inoltre, il divieto storico di finanziamenti provenienti da organi della PA, enti pubblici e società con partecipazione pubblica superiore al 20 per cento. Tradotto: per una sigla nuova, il fundraising “pesante” è possibile solo se si costruisce rapidamente una rete di donatori (piccoli e medi) e se si mette in piedi una compliance capace di reggere controlli e trasparenza dei flussi.
C’è, comunque, un “capitale iniziale”. Che nel caso di Vannacci si traduce anche nel guadagno ottenuto dalla vendita di oltre 300mila copie del libro “Il mondo al contrario”. Il successo editoriale di Vannacci ha avuto un ruolo di acceleratore di notorietà e gli avrebbe portato in tasca circa 800mila euro.
Successo però non eguagliato con Il Coraggio Vince, secondo libro del generale che si è fermato a circa 40 mila copie (e circa 200 mila euro di entrate stimate). Ma, sul piano formale, le entrate da libri (autore) e le finanze del partito devono viaggiare su binari distinti, con donazioni tracciate e rendicontate se trasferite alla struttura politica. E con un’attenzione ulteriore, oggi, ai soggetti “satelliti” (fondazioni, comitati, associazioni) che operano come articolazioni politiche.
Fatta questa ricognizione, proviamo a ipotizzare tre scenari numerici realistici per un partito nuovo che decide di presentarsi alle elezioni politiche nazionali (Camera + Senato).
Nel primo scenario, l’obiettivo non è tanto vincere quanto esistere politicamente, costruire riconoscibilità e provare ad avvicinarsi alla soglia dell’1% dei voti. È il modello tipico dei partiti personali o delle formazioni appena nate che puntano più alla visibilità che alla rappresentanza. I costi di struttura, su base annua, restano relativamente contenuti: qualche migliaio di euro per la costituzione giuridica e lo statuto, una spesa modesta per la consulenza contabile e la compliance, un investimento limitato sulla comunicazione digitale – sito, social network, grafica – e un micro-staff di uno o due collaboratori part-time. Nel complesso, la macchina organizzativa può funzionare con circa 40–45 mila euro l’anno.
Il vero primo ostacolo finanziario arriva però al momento della candidatura. La raccolta delle firme necessarie per presentare le liste, anche se basata in larga parte su volontari, comporta costi logistici e di autenticazione che difficilmente scendono sotto i 20 mila euro e possono arrivare a 40 mila. A questi vanno aggiunte le spese per il deposito delle liste, la modulistica e le trasferte, portando il costo di accesso alle elezioni intorno ai 30–50 mila euro.
La campagna elettorale vera e propria, in questo scenario, resta essenziale: pubblicità mirata sui social, qualche evento locale, materiali di base. Altri 50mila euro sono sufficienti per “esserci”. Il conto finale si colloca così tra i 120 e i 150mila euro: una cifra compatibile con l’autofinanziamento del leader e con piccole donazioni, senza alcuna garanzia di eletti ma con la possibilità, se si rispettano i requisiti formali, di entrare nel circuito del 2×1000 negli anni successivi.
Nel secondo scenario si alza l’asticella. Qui l’obiettivo è superare l’1,5% e avvicinarsi al 2–2,5%, conquistando una presenza mediatica nazionale e un minimo di radicamento territoriale. La struttura organizzativa diventa più robusta: una segreteria politica stabile, uno staff di comunicazione dedicato, una sede nazionale affiancata da presidi regionali “leggeri” e un ricorso più sistematico a consulenze legali, sondaggi e analisi dei dati. Solo per mantenere in piedi questa infrastruttura servono circa 240mila euro. Anche l’accesso alle elezioni diventa più costoso. La raccolta firme viene spesso affidata, almeno in parte, a strutture professionali per coprire più circoscrizioni, con un esborso che può oscillare tra 80 e 120mila euro, cui si aggiungono i costi di coordinamento territoriale. La soglia dei 110–150mila euro per presentarsi al voto è facilmente superata.
La campagna elettorale, a sua volta, cambia scala: social advertising più massiccio, affissioni, materiali cartacei, tour del leader, un ufficio stampa capace di presidiare i media tradizionali. In questo caso, 350mila euro rappresentano una stima prudente. Il totale complessivo arriva così intorno ai 700–750mila euro. È il livello in cui il 2×1000 diventa strategico nel medio periodo e in cui servono donatori medio-grandi, pur restando entro i limiti e gli obblighi di trasparenza previsti dalla legge.
Il terzo scenario è quello più aggressivo, mirato a superare la soglia del 3% e a entrare in Parlamento. Qui un partito nuovo smette di essere un progetto artigianale e assume caratteristiche industriali. La struttura nazionale è pienamente operativa: staff numerosi, organizzazione territoriale diffusa, consulenti politici e tecnici, comunicazione professionale continua. Solo per questo livello organizzativo il costo annuo si avvicina ai 600mila euro. Anche la fase di candidatura assume dimensioni nazionali. La raccolta firme viene pianificata su larga scala, con supporto professionale e coordinamento centrale, per una spesa che può arrivare a 200mila euro, a cui si aggiungono i costi legali e amministrativi.
La campagna elettorale è il capitolo più oneroso: advertising digitale ad alta intensità, presenza sulle televisioni locali, grandi eventi nazionali, produzione video, manifesti, sondaggi continui e una vera e propria “war room” elettorale. È facile superare i 900mila euro solo per la campagna. Il conto finale si colloca tra 1,7 e 1,8 milioni di euro.
In sintesi: “farsi un partito” può partire con costi contenuti, ma diventa caro nel momento in cui si punta a competere davvero. E per incassare risorse pubbliche indirette (2×1000) e massimizzare le donazioni private servono statuto, trasparenza e tempi amministrativi. La politica, qui, passa prima dagli uffici che dalle piazze.