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 2026  febbraio 05 Giovedì calendario

Tra i lupi, i folletti e l’India: le poesie inedite di Rudyard Kipling

L’anniversario è tondo: 90 anni dalla morte di Rudyard Kipling (precisamente il 18 gennaio 1936). L’editore Oligo non si lascia sfuggire la ricorrenza e domani manda in libreria Gli anni di mezzo, prima edizione italiana di The Years Between (1919), una raccolta poetica la cui protratta assenza – come rileva il traduttore Maurizio Maria Taormina – risulta “inspiegabile considerata la centralità dell’autore nel canone anglosassone”. Sono versi asciutti che danno voce “al caduto ignoto, all’ufficiale, al disertore, al servo, alla madre, all’infermiera”. Kipling è un patriota che non si rassegna agli orrori e alle ambiguità della Grande guerra. Li ripercorre – tra invettive politiche e rimandi all’Antico Testamento – in virtù di “un prezzo personale altissimo: la perdita del figlio John, appena diciottenne, disperso e poi dichiarato caduto nella battaglia di Loos del 1915”. Non è il solo lutto filiale perché aveva già dovuto dire addio nel 1899 alla piccola Josephine, stroncata da una polmonite.
Figlio di un professore di Scultura, Kipling nasce nel 1865 a Bombay, nell’allora India britannica. All’età di sei anni viene mandato in un collegio in Inghilterra (esperienza trasfigurata in Bee, Bee, Pecora nera del 1888 con al centro un bambino vessato dalla zia bigotta). Torna in India nel 1882 e intraprende la carriera di giornalista. Nel 1892 sposa la sorella di un editore americano, si trasferisce negli Usa e infine torna in Europa, a Londra, dove settantenne, a causa di un’ulcera duodenale, muore. In mezzo, una nutrita bibliografia che fa di lui uno degli autori più celebri e più letti di sempre. Spesso lo si trova confinato nella letteratura per l’infanzia. Al più “dozzinale” Capitani coraggiosi (1897) – un ragazzo ricco e viziato, caduto in mare da un transatlantico viene recuperato da un peschereccio di marinai temprati dalla fatica nell’Atlantico del nord – fa da contraltare il più “sofisticato” Puck il folletto (1906) con un piccolo fauno che narra a due bambini favole e vicende reali tratte dai più diversi periodi della storia inglese.
Lettori di tutte le età sono cresciuti – complici videogame, fumetti, trasposizioni Disney – soprattutto con Il libro della giungla (1894) con protagonista Mowgli, un bimbo abbandonato e allevato da un branco di lupi che a seguito di varie vicissitudini ritorna nel mondo degli umani. Se è vero che le avventure di Mowgli sono state utilizzate come manuale per i “lupetti” scout, è altrettanto vero che il “cucciolo d’uomo” cresciuto allo stato brado sembra riflettere una visione stereotipata del popolo indiano come selvaggio, e ha una sua eco in Kim (1901), storia di un orfano irlandese che nel Paese asiatico diventa discepolo di un monaco tibetano ma che presto si mette al servizio dello spionaggio britannico.
Del resto Kipling è autore del poema Il fardello dell’uomo bianco (1899), inteso come legittimazione della causa colonialista in virtù dell’idea di fondo che spetti agli occidentali civilizzare gli indigeni delle Filippine. Non a caso l’autore – il più giovane ad avere ricevuto il Nobel per la Letteratura (aveva appena 41 anni quando i giurati di Stoccolma lo incoronarono nel 1907) – sconta da tempo una messa al bando per l’ideologia sottesa a certe sue opere: la superiorità dell’uomo bianco. Bollato – come ha scritto Charles McGrath sul New Yorker – come colonialista, sciovinista, razzista, antisemita, misogino, guerrafondaio, imperialista di destra. Una marginalità che risale agli studi post-coloniali degli anni 70, proseguita a metà degli anni 80 con l’editore Penguin che in Usa pubblica un’edizione di Kim con una prefazione “riparatrice” dell’orientalista Edward Said e culminata di recente con il blitz di alcuni studenti all’Università di Manchester che, al grido di “Non è in linea con i nostri valori!”, hanno rimosso un murales dedicato alla celebre If (amata da Gramsci che ne firmò una traduzione nel 1916 e da Montanelli che ne teneva incorniciata una stampa nel suo studio, è una poesia dedicata al figlio scandita da teneri ammonimenti su come comportarsi per affrontare meglio la vita). “Ci sarà sempre molto in Kipling che farò fatica a perdonare” ha scritto Salman Rushdie tentando un “compromesso” critico, “ma vi è anche una tale verità nelle sue storie che è impossibile ignorarle… poiché nessun autore occidentale ha conosciuto l’India come lui”.