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 2026  febbraio 05 Giovedì calendario

Intervista a Pietro Sighel

I pronostici sulle medaglie azzurre viaggiano alti: dai 20 podi in su e per arrampicarci su cifre da record, serve incassare tanto dagli sport in cui siamo più competitivi. Peccato siano anche quelli più imprevedibili: biathlon e short track dove tra cadere e vincere passa un battito di ciglia. Pietro Sighel può spostare la classifica e non si spaventa. Tenere l’equilibrio è la tradizione di famiglia.
Sighel è il nome di una dinastia del pattinaggio di velocità, suo nonno Mario in nazionale, suo padre Roberto alle Olimpiadi del 1998 e del 2002, lei con argento e bronzo nelle staffette agli ultimi Giochi e oggi punta azzurra, in squadra con sua sorella Arianna.
«Siamo la terza generazione, ed è un passato che mi scalda e mi rende orgoglioso. Mai sentita la pressione».
Prima volta sui pattini.
«Sul lago ghiacciato di casa mia, a Baselga di Piné, in Trentino. Mio padre mi reggeva: un ricordo indelebile, una sensazione sempre viva. La sicurezza di avere non solo papà a guardarmi le spalle, ma un papà molto molto bravo sui pattini».
Che cosa ha imparato da lui?
«Mi ha allenato fino ai 20 anni e mi ha insegnato tutto, uso ancora quel bagaglio e credo di aver ereditato l’approccio mentale. La voglia di osare, ma non a caso».
Avere una sorella in nazionale divide le ansie o moltiplica le aspettative?
«È un supporto: siamo abituati a passare i momenti di tensione insieme».
A Baselga di Piné pattinare viene spontaneo?
«Sì, qualsiasi ragazzino prova a mettere i pattini ai piedi, soprattutto quando il lago è congelato come ora».
Poteva essere la pista lunga per queste Olimpiadi. Hanno cambiato sede.
«Un po’ mi è dispiaciuto per la comunità, ma conta che abbiano stanziato comunque i soldi per sistemare la pista, altrimenti tra qualche anno sarebbe stata da chiudere».
È un luogo romantico?
«Se vai al tramonto è pazzesco, ci sono colori unici nei punti in cui senza ghiaccio non arriveresti neanche a nuoto. Però, lì ad amoreggiare non ci sono mai andato, non mi va di farlo in pubblico».

Tre doti necessarie per lo short track.
«Esplosività, senso tattico, saper sfruttare che ti dice l’istinto e non avere paura. In curva ci si inclina più dei piloti in MotoGp e c’è chi non arriva al top perché a un certo punto della velocità, che tocca i 53 km/h, manca il coraggio».
Per questo porta i pattini rosso Ferrari?
«È l’icona italiana e mi fa sognare da bolide. Seguo più i Gran premi delle mie gare».

Come il fratello di Sinner che snobba il campione di famiglia?
«Mi boicotto da solo: il rosso è come l’azzurro, dovrebbe far parte della cittadinanza».
Sorpassi dello short track esaltanti?
«Viktor Ahn, coreano passato alla Russia, ha superato l’olandese al traguardo quando lui aveva già pattino e dito medio alzati. Foto stratosferica, attimo esaltante».
Come gestisce l’imprevedibilità?
«Se puoi, meglio lasciare sfogare gli altri e tirare fuori le energie alla fine, quando sono finite le sportellate».
C’è chi campa sulle sportellate.
«Sempre i soliti, mai quelli bravi. Sono pericolosi».
Non c’è la Var?
«Certo, ma questi sanno creare presupposti per una interpretazione scorretta».
Quello che succede ora con la var calcistica, consigli?
«Capisco la frustrazione, purtroppo davanti a chi cerca di piegare la tecnologia a vantaggio della truffa c’è poco da fare. La Var risolve se nessuno se ne approfitta».
Ha dei riferimenti nello sport?
«Valentino Rossi e Schumacher».
Da appassionato di motori, perché la Ferrari oggi soffre?
«Hamilton non ha digerito le auto effetto suolo, poi l’età temo influisca. Devi accettarlo. Non è vecchio, solo non è più quello di sei anni fa e spendere tutti quei soldi per averlo ora, non so... meglio un ingegnere fenomeno».
Lei riuscirà a smettere al momento giusto?
«Spero prima del declino».
Quattro portabandiera sono troppi?
«Capisco la scelta, però io non sono un amante delle quote e invece: due ghiaccio, due neve, due maschi e due femmine. Lo sport è meritocrazia, se le migliori fossero state, per dire, quattro donne bene uguale. Quattro sono tantini, io ne farei uno, due sono richiesti, mi sarei fermato lì. Gli atleti scelti meritano, solo che il galateo del portabandiera non mi piace».
L’Italia trova risultati pazzeschi e fatica ad avere impianti adeguati.
«Qui emergere non è semplice, senza strutture e se parliamo di collaborazione scuola-sport … mamma mia. Certi atleti fanno miracoli».
Anche nello short track.
«Siamo tra i big pur con un numero minimo di praticanti. Frutto di un lavoro partito tanti anni fa. Se costruisci bene la catena è positiva, aumenti la competitività di continuo»
Scuola italiana?
«Dna italiano, abbiamo l’immaginazione per superare i limiti».
L’eterna arte di arrangiarsi?
«L’arte di inventare alternative».
Ha protestato per il costo dei biglietti e le hanno scritto in tanti. Qualcuno dell’organizzazione l’ha contattata?
«Non è polemica, ma richiesta di rispetto. Ricevere due biglietti ciascuno era il minimo, per avere la mamma o la morosa accanto. Il calciatore X non dovrebbe neanche chiederli. L’evento sportivo esiste perché l’atleta fa il gesto, va riconosciuto. Nel caso dello short track sarebbero stati 20 biglietti sui 10 mila che tiene l’impianto. Gareggiamo per sei giorni: a 450 euro per ogni giornata parliamo di cifre significative. L’economia dello sport esiste perché noi facciamo spettacolo, ci si aspetta riconoscenza».