la Repubblica, 5 febbraio 2026
Pietro Tranchina scia per il Marocco alle Olimpiadi: “Le mie origini sono lì”
Il portabandiera del Marocco domani sera sarà un ragazzo di Susa, è stato il primo sciatore con questi colori in Coppa del mondo, non il primo in assoluto ai Giochi. Si chiama Pietro Tranchina, ha 22 anni.
Pietro, perché il Marocco?
«Mia mamma Sadia è nata a Khouribga, è venuta in Italia da piccola. Da ragazza, alla stazione di Bardonecchia incontrò mio padre Girolamo: fu amore a prima vista. Si sposarono, così siamo nati io e mia sorella Sara. In Marocco vivono ancora i nonni materni».
Lei è mai stato azzurro?
«Non ci sono riuscito, anche se ho fatto degli allenamenti estivi con l’Italia. Ho scelto il Marocco perché sono legatissimo a mia madre. Certo, così posso anche partecipare alle competizioni più importanti, ma la mia non è una scelta di comodo. È un’appartenenza. Mamma ne va molto orgogliosa».
Quanto conosce del Marocco?
«Ci sono andato sin da piccolo, è una gioia vedere un paese cresciuto nel tempo e più moderno. Ho visto dov’è nata mamma, ho trascorso vacanze tra Casablanca, dove la mia famiglia ha una casa, e Agadir, ho fatto surf su quelle onde e so che in Marocco ci sono pure grandi montagne: una di queste supera i quattromila metri, lo immaginava? Esiste anche una stazione sciistica, ma non ci sono stato ancora».
Sciatore marocchino fa un po’ effetto, sarà d’accordo con noi.
«Ad essere sincero, nell’ambiente vengo guardato in modo strano: questo mi motiva. Si fa fatica a trovare le piste preparate bene per allenarsi, così mi aggrego ad altre squadre e giro il mondo. D’estate vado in Cile. Vorrei citare il mio allenatore Thomas Vottero e il mio skiman Simone Remolif. Oltre al mio primo maestro Ferruccio Ferraris, quasi un secondo padre».
E domani sera, lei si sentirà...
«Marocchino. Ma non solo per la sfilata: io mi ci sento sempre, quella terra è parte delle mie radici. Lo sono anche per indole, sono emotivo e coraggioso, paura di niente e sangue bollente».
Il suo sogno olimpico?
«Arrivare nei trenta in gigante, la mia specialità, ma se sto bene farò anche lo slalom. Cercherò di godermela e viverla bene: per carattere, non sempre ci riesco».
A Bormio ci sarà anche mamma?
«I miei non mi hanno detto niente, forse mi faranno la sorpresa ma io di solito preferisco che non vengano. Sono viaggi lunghi, e quando le cose non vanno come vorrei, la prendo malissimo, divento intrattabile, mi serve ameno un’ora per sbollire».
Cos’è il Marocco, per lei?
«Ospitalità, amicizia della gente, posti fantastici, cibo buonissimo e una formidabile nazionale di calcio. Ma, prima di tutto, per me significa il sangue, la famiglia».
In Marocco si parla di Pietro Tranchina detto “Tranchi”?
«Qualche articolo sui giornali, qualche servizio in tv».
Avrà cominciato a sciare da piccolissimo.
«Ricordo solo neve da quando sono nato. Il mio primo sci club è stato a Claviere, in provincia di Torino, poi a Cesana, dove ho vissuto. Ora abitiamo a Briançon, in Savoia, abbiamo un ristorante».
Lo sa che in Piemonte per molto tempo si è usato l’aggettivo “marocchino” per definire i meridionali?
«No, non lo sapevo, ma di sicuro non è più così. E comunque, lo sport unisce e fa capire che i pregiudizi sono sempre una cosa stupida».
È pronto per la cerimonia?
«Mi emoziona immaginarmi a San Siro. Sono milanista, e quello è un luogo leggendario per gli appassionati di calcio. A proposito: lo sci è uno sport perfetto per Allegri, si vince e si perde solo di cortissimo muso».