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 2026  febbraio 05 Giovedì calendario

American Psycho: il maschio tossico a volte ritorna

La casa editrice Simon & Schuster aveva già pagato a Bret Easton Ellis 300 mila dollari di anticipo per il suo terzo romanzo, American Psycho, quando, spaventata dai contenuti violenti e sessisti del libro decise inopinatamente che non l’avrebbe pubblicato. L’autore si tenne l’anticipo e portò il libro a un altro editore, Vintage, che lo pubblicò immediatamente. Da allora il successo di American Psycho è inarrestabile. Sono passati 35 anni, un paio di musical, un film interpretato da Christian Bale, un numero infinito di meme, citazioni, furti dal libro finiti in altri libri, e in questi mesi Luca Guadagnino sta preparando il remake del film, con Austin Butler nel ruolo di Patrick Bateman.
Qual è il segreto? Prima di tutto è un grande libro, dostoevskiano si è detto, allucinato, perverso, mozzafiato. Fa ridere, spaventa, è destabilizzante. Ellis è uno degli scrittori più importanti di fine Novecento e American Psycho è forse il suo libro più bello. Ma il personaggio di Patrick Bateman ha finito per riguardarci in maniera sempre più profonda. All’epoca, il libro esce nel 1991, sembrava che Ellis avesse voluto raccontare una storia che prendeva di mira il capitalismo più feroce, l’edonismo reaganiano secondo la perfetta definizione di D’Agostino – la vuota e demente attitudine yuppie all’esistenza. Abiti, marche, ossessione per il corpo, sesso caricaturale. La violenza come antidoto allo stress – una violenza forse immaginata ma ugualmente mostruosa – valvola di decompressione in una società che glorificava la competizione.
Bateman è classista, misogino, omofobo, un manichino senza anima. Deve essere quello che si sono detti nella famosa riunione alla Simon & Schuster, quella dove hanno preso la decisione della quale, immagino, si stanno pentendo ancora. Ma quello che non potevano prevedere è che il mondo sarebbe diventato esattamente quello che il killer psicopatico sognava, e lui un archetipo della mascolinità, un esempio per parecchi spostati. Nella cosiddetta manosfera, la comunità virtuale di maschi odiatori di femmine – quella alla quale si fa riferimento nella serie inglese Adolescence (che tutti abbiamo visto con sgomento) – ci si riferisce agli uomini come Bateman con l’appellativo di “maschio sigma”. Diverso dal maschio alfa perché più introverso, solitario, un lupo, ma altrettanto potente.
Figura glorificata dal famoso Andrew Tate, statunitense, ex kickboxer e imprenditore, guru dell’affermazione personale, misogino, sessista e amato da Donald Trump. Il maschio sigma – #sigma in rete – è un individualista che insegue un successo personale mettendosi fuori dalle regole che considera ridicole: Patrick Bateman ma anche John Wick, Thomas Shelby di Peaky Blinders e il Brad Pitt di Fight Club.
Tra i miti di Bateman, nel romanzo di Ellis, c’era Donald Trump. Allora faceva ridere, perché nessuno immaginava che quel ricchissimo palazzinaro col ciuffo, il volto da bambino dispettoso e la passione per la televisione, sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. Oggi Trump è un punto di riferimento dei fanatici della manosfera, dei maschi che vanno in brodo di giuggiole per quel linguaggio, «le donne vanno prese per la figa», come soavemente dichiarò il presidente degli Stati Uniti d’America. Per non parlare della mascolinità tossica e abusante che emerge dagli Epstein Files.
Possiamo dire quindi che noi siamo l’universo distopico e grottesco sognato da uno psicopatico? In parte sì. Con l’aggravante che noi abbiamo messo la divinizzazione del denaro e della forma fisica in quell’acceleratore di particelle nevrotiche che sono i social. Facendo diventare l’ansia e l’angoscia sociale tecnicamente imbattibili e la fragilità un mostro da nascondere dietro le più varie armature. Il culto della giovinezza, le diete, i digiuni, le vitamine, il mito dell’immortalità. La chirurgia estetica, la riprogrammazione genetica, qualsiasi cosa pur di non invecchiare, di non sembrare invecchiati.
E in questo carosello paranoico, la virilità continua a sbattere da una parte all’altra come una mosca che cerca di uscire dal bicchiere. Bret Easton Ellis, tra i più rabdomantici scrittori di questi anni, capace di intercettare tendenze e di trasformare in icone abiti, canzoni, cibi, inventore di una generazione di ricchi disadattati, aveva capito una cosa fondamentale: che alcune abitudini, fino a quel momento inconcepibili per il maschio alfa o sigma che sia, sarebbero diventate mainstream e sarebbero state adottate dagli eterosessuali senza alcuno sforzo.
Allo stesso tempo, con Patrick Bateman, Ellis inventa quello che sarebbe diventato il metro-sexual, il maschio etero che si depila, si mette lo smalto, si fa i colpi di sole biondi nei capelli… David Beckham, per capirsi. Ma Patrick Bateman è davvero eterosessuale? C’è in giro una serie televisiva che sta avendo un enorme successo. Si intitola Heated Rivalry e racconta la storia d’amore, rivalità e sesso, parecchio sesso, tra due stelle dell’hockey su ghiaccio: Ilya Rozanov, russo, e Shane Hollander, canadese di origine asiatica. Non succede quasi niente, è un susseguirsi di scene da partite di hockey alternate a corpi nudi di incredibile perfezione che, in penthouse favolose e ville arredate da interior designer, si incastrano l’uno nell’altro.
Heated Rivalry è un geniale impasto di romance e soft porno, un po’ come qualche tempo fa era stato 50 sfumature di grigio, con una differenza: qui i protagonisti sono due uomini. Eppure sono soprattutto le donne ad aver perso la testa per i due giocatori di hockey gay.
Cosa sta succedendo? Qualcosa che Ellis aveva immaginato e Bateman continua a cercare di farci capire. In un mondo nel quale non esiste più nessuna differenza tra naturale e artificiale, dove è impossibile capire se qualcosa che sta accadendo sta accadendo davvero, vince chi è capace di accendere il desiderio, l’unica cosa che ci rende ancora umani. Scovandolo ovunque sia.