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 2026  febbraio 05 Giovedì calendario

Sigfrido Ranucci: «Ho scritto un libro per ragazzi grazie a mio figlio insegnante Li aiuto a destreggiarsi sul web tra fake news e algoritmi»

È uscito Navigare senza paura. Il libro per giovani esploratori digitali(edito da Ape Junior), un libro-gioco per orientarsi nella complessità del mondo digitale. Tutto ci si aspettava da Sigfrido Ranucci tranne un libro per ragazzi.
Come mai l’ha scritto?
«È un manuale di istruzioni su come orientarsi nell’epoca della navigazione digitale. Stiamo vivendo un cortocircuito generazionale che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Per la prima volta i più giovani sono in grado di insegnare qualcosa ai più anziani, ma i più anziani possono metterli in guardia da rischi che loro non vedono».
E dove l’ha trovato il tempo per scriverlo?
«Mi ha aiutato molto mio figlio Giordano che fa l’insegnante di sostegno: lui è stato fondamentale per trovare il linguaggio adatto ai ragazzi, che rappresenta l’aspetto più complicato. Devi coinvolgerli, non fargli la lezione».
L’informazione – e la disinformazione – passano ormai dal web.
«La speranza di un futuro migliore deve partire dai ragazzi. Il web è sì un grande strumento di libertà, ma è come se ci trovassimo di fronte a una sorta di bibliotecario ubriaco, perché non sai mai se i contenuti che ci propone sono veri o falsi. E in molti casi sono tossici».
Il libro si articola in quattro storie che parlano anche di intelligenza artificiale e fake news. Lei è critico nei confronti dei social.
«I social sono nati non come strumenti di informazione, ma di condivisione. Il meccanismo dell’algoritmo su cui girano le informazioni non è quello di privilegiare la verità, ma la loro notiziabilità, cioè la capacità di attirare clic. Ed è una trappola: questo consente di liberare e veicolare fake news e video manipolati».
Una storia del libro è dedicata alla condivisione dei contenuti.
«Sulla spinta dell’entusiasmo e dell’inconsapevolezza si corre il rischio di condividere un contenuto che poi non riesci a governare perché una volta premuto il tasto invio non puoi più tornare indietro. La finalità del libro è anche lanciare un warning: non fare qualcosa di cui puoi pentirti».
Mette anche in guardia dalla condivisione dei dati personali.
«Le piattaforme digitali speculano su questo aspetto: hanno la necessità di coinvolgere il più grande numero di utenti per un tempo più lungo possibile in modo da accaparrarsi dati, passioni e ideologie politiche, con la finalità di vendere dati e pubblicità».
È più difficile fare inchieste oggi rispetto al passato?
«La difficoltà più grande è muoversi in un ambito di delegittimazione continua e di tentativi di diffusione di fake news».
Un consiglio a chi si vuole avvicinare al mestiere?
«Non lasciarsi sedurre dalle tecnologie. Spesso i giovani confondono la tecnologia con il giornalismo, con i contenuti. La tecnologia è uno strumento. I contenuti invece devi andare sempre sul territorio a vederli con i tuoi occhi, perché devi mantenere la capacità di filtrare le informazioni e le notizie: non puoi pensare di fare informazione senza coltivare memoria e giudizio critico».
Perché dice di essere un trapezista?
«La teoria del trapezista è la teoria di Roberto Morrione, un grande direttore della Rai che è scomparso troppo presto, lui mi diceva sempre: quando diventi obiettivo di qualcuno passa al trapezio successivo perché così è più difficile colpirti».

In concreto?
«Basta vedere quello che è successo ultimamente. Poco tempo fa mi attaccavano per legarmi allo scandalo dossieraggio di Bellavia, che è uno scandalo che non c’è, come dimostrerà la storia. Subito dopo abbiamo scoperchiato la vicenda del trojan di Stato dentro i computer dei pubblici ministeri e di tutti gli uffici giudiziari. Quindi l’attenzione si è spostata tutta da un’altra parte. Questa è la teoria del trapezista: devi passare da un’inchiesta all’altra, da un problema a un altro, così nel frattempo è più complicato acchiapparti».
Vive sotto scorta da anni: quanta paura ha?
«La paura ce l’ho, l’ho sempre avuta. È un sentimento con cui convivo, ed è un sentimento che secondo me è importante perché in qualche modo mi tutela, ma tutela anche le persone care che mi stanno vicine. Il problema è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare. Se non hai coscienza della paura, il coraggio si trasforma in incoscienza».
Cosa risponde a chi dice che fa un uso politico delle sue inchieste?
«In qualsiasi luogo e contesto – teatro, libri, tv – ho sempre ritenuto il pubblico l’editore di riferimento, non sono mai mosso da una finalità politica. Se poi le nostre inchieste hanno una ricaduta politica, questo è un problema che non ci interessa, ci interessa chi raccoglie il messaggio. Il libro in coerenza con le mie inchieste ha una valenza esclusivamente sociale».

Come si sopravvive a 224 querele?

«Si sopravvive cercando faticosamente di dimostrare ancora una volta che avevi ragione, perché attraverso la credibilità passa tutto il mio lavoro e quello della squadra».
Mai persa una causa?
«Al momento no, per fortuna».
La querela più assurda?
«Quelle più assurde e temerarie le ha fatte Tosi una decina di anni fa: mi furono accollate 19 querele per un’inchiesta da 36 minuti, credo che sia un record mondiale. Sono state tutte archiviate».
Ogni tanto c’è qualche politico che le sta vicino, che le dimostra empatia e vicinanza?
«Nella maggior parte dei casi i politici ti stanno vicino nell’immanenza, non tanto perché credono in quello che fai, ma perché quello che hai detto può essere strumentale e funzionale ai loro scopi. Quindi la vicinanza politica la prendo per quella che è. Chi mi odia invece è chiaro, basta andare a vedere il numero di interrogazioni parlamentari nei miei confronti».
Qualche tempo fa ha detto di fare «una vita di merda»: è cambiato qualcosa?
«No, è pure peggiorata. Una vita di merda la facevo prima della scorta e continuo a farla anche dopo».
Si chiede mai: chi me l’ha fatto fare?
«Sì, me lo chiedo. L’energia più grande mi arriva dall’affetto della gente. La madre di una ragazza mi ha consegnato una lettera. Io l’ho ringraziata e lei mi ha gelato: è di mia figlia morta la scorsa settimana. Miriam, questa ragazza, aveva 20 anni, era bellissima ed è morta di tumore».
Cosa diceva la lettera?
«Ringraziava me e la mia squadra. Perché nei due anni di malattia Miriam ha sempre guardato Report e voleva ringraziarci del lavoro fatto per il bene comune. È stata una sensazione bellissima e allo stesso tempo un pugno nello stomaco, però mi ha fatto capire quanto può essere importante il nostro lavoro. Il giornalismo se lo fai per il bene comune, per la collettività, ti fa mettere da parte le amarezze e la stanchezza».
Conduce «Report» dal 2017: la pressione della politica è aumentata in questi anni?
«Devo dire che è sempre stata la stessa. Non abbiamo mai avuto un periodo facile. Ma direttori come Franco Di Mare, Antonio Di Bella, Andrea Vianello e Silvia Calandrelli hanno sempre difeso Report da tutto e da tutti. E non smetterò mai di ringraziare la Rai che in questi 35 anni mi ha consentito di essere libero nel fare giornalismo d’inchiesta: non è una cosa da poco».
Che lezione ne ha tratto?
«Uso una frase che viene attribuita spesso a Borges: ogni direttore che ho incontrato mi ha portato qualcosa di importante, qualcuno si è portato via qualcosa di me, qualcuno mi ha insegnato a non essere come lui».
Ha lavorato per dieci anni al fianco di Milena Gabanelli, che cosa le ha insegnato?
«Lasciarmi Report, suo figlio, è stato un gesto di grande generosità e fiducia. Ci siamo visti l’altro giorno, ci siamo abbracciati e mi ha detto una cosa bellissima: sei la mia soddisfazione».