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 2026  febbraio 05 Giovedì calendario

Il giallo dei tre cacciatori uccisi uno dopo l’altro. L’indagato non convince, era sul luogo della strage

Sembra uscita dalle pagine di Leonardo Sciascia la misteriosa storia dei tre cacciatori trovati senza vita, uccisi a colpi di fucile, in un fitto bosco di Montagnareale, sui Nebrodi messinesi. A una settimana dalla strage, l’indagine, affidata ai carabinieri, consegna una sola certezza. Lo scorso mercoledì, in contrada Caristia, insieme alle tre vittime, Antonio Gatani e i fratelli Giuseppe e Devis Pino, c’era un quarto uomo. Gli investigatori gli hanno dato un nome: è un amico più giovane di Gatani, 82 anni, originario di Patti, il più anziano dei tre uccisi. Ed è indagato per omicidio volontario. I due si conoscevano da sempre e la mattina del 28 gennaio erano andati a Montagnareale, ciascuno con la propria auto. A raccontarlo ai carabinieri è stato il figlio della vittima, che li ha visti allontanarsi all’alba. Insieme sono andati in campagna a prendere il cane di Gatani e si sono avviati verso il bosco, una zona impervia abitualmente frequentata dai cacciatori di cinghiali e suini selvatici.
La versione
Cinquant’anni, lavoretti saltuari nei campi, l’unico indagato nel giallo dei Nebrodi vive col fratello e non si è mai sposato. Ed è sicuramente un appassionato di caccia pure lui. A.S., le iniziali del suo nome, è stato sentito poche ore dopo i delitti e sottoposto alla prova dello stub, esame che accerta la presenza di polvere da sparo sul corpo e sugli indumenti: ma gli inquirenti in quella fase l’hanno considerato come un testimone, non indagato, quindi senza un legale.
Una scelta, quella degli investigatori, che potrebbe anche avere conseguenze sul prosieguo delle indagini, tanto che i difensori del cinquantenne annunciano battaglia. Agli inquirenti A.S. ha raccontato una versione che non convince, confermando – e non avrebbe potuto fare altrimenti vista la testimonianza del figlio dell’82enne – di essere andato con l’amico nel bosco. Ma sostenendo di essersi fermato prima del luogo della tragedia e di aver fatto marcia indietro tornando in paese. Non avrebbe visto né sentito nulla, dunque. Perché mai, si chiedono però i carabinieri, un cacciatore avrebbe fatto, all’alba, chilometri di fango e pietre per poi non scendere neppure dall’auto? L’uomo non ha saputo neppure spiegare perché il cane fosse chiuso in macchina e non sia mai sceso, come rivela il collare gps.
Il contraddittorio racconto del 50enne che tanti dubbi solleva, potrebbe essere, però, carta straccia se, come sostengono i legali, gli inquirenti avrebbero dovuto sentirlo dal principio con l’assistenza dei difensori. Stessa sorte potrebbero avere anche la prova dello stub, su cui le analisi sono cominciate solo ieri, e l’autopsia sui tre corpi, eseguita senza la presenza di un consulente nominato dal sospettato. Problemi procedurali con ricadute non secondarie su un intrigo che neppure gli esami medico-legali e l’analisi dei luoghi hanno ancora sciolto.
Ai carabinieri, avvisati da un ragazzo che faceva motocross in zona, i cadaveri sono apparsi a circa 30 metri l’uno dall’altro, tutti sullo stesso sentiero. Accanto a loro i fucili, ora all’esame dei carabinieri del Ris di Messina. Il primo della macabra fila era Gatani, supino, una grossa ferita al torace, poi c’era Giuseppe Pino, anche lui colpito frontalmente e infine Devis, l’unico ad avere due ferite: una al fianco e una mortale all’addome provocata da un colpo sparato da breve distanza. La prova, vista la posizione del corpi, che in contrada Caristia c’era un quarto uomo.
L’esame delle celle agganciate dal telefonino di A.S. collocheranno nel tempo la sua presenza sul luogo della strage, confermando o smentendo che si sarebbe allontanato dal bosco prima della sparatoria. Accertamenti che potrebbero contribuire a dare risposte a due interrogativi decisivi. Chi ha sparato per primo e, soprattutto, perché? L’ipotesi che tutto sia stato scatenato da un colpo partito per sbaglio, a cui sarebbe seguita una folle sparatoria, pare sempre meno plausibile. Difficile pensare che davanti a un fratello o a un amico ferito o ucciso, la prima reazione sia stata fare fuoco e non chiedere aiuto. Sembra allora più probabile che tra i cacciatori sia scoppiata una lite perché i Pino, che per raggiungere Montagnareale avevano fatto 50 chilometri, avevano «invaso» il territorio degli altri due, abituali frequentatori della zona. Una ricostruzione non meno agghiacciante che solo l’indagato potrebbe confermare.
I corpi delle tre vittime, intanto, sono stati restituiti alle famiglie per i funerali che saranno celebrati, a Patti e a San Pier Niceto, venerdì. «È passata una settimana da quando il nostro cuore è stato trafitto e spezzato. La nostra vita non sarà mai più come prima», hanno scritto su Facebook i familiari dei due fratelli.