Corriere della Sera, 5 febbraio 2026
La parabola di Saif Gheddafi che allevava una tigre bianca e credeva nel suo grande destino
In un’altra vita, che non è quella dov’è finito morendo ammazzato, capitò una sera che Saif al Islam Muammar Gheddafi ci ricevesse al Principe di Savoia. Una suite milanese degna dell’erede designato d’un Rais. In grisaglia e mocassini, le occhiaie di party sardanapaleschi, era fiero che il suo nome significasse «la Spada dell’Islam», ma preferiva comunque farsi chiamare col titolo d’ingegnere, mostrare le foto dei falchi e della tigre bianca che teneva nel giardino di Tripoli, raccontare della laurea presa (comprata, sospettò qualcuno) alla London School of Economics, vantarsi della fidanzata fotomodella israeliana.
Per un’oretta, Saif ci offrì spremute d’arancia e del suo Verbo. Come il fratello Saadi, un brocco mai visto che si credeva un calciatore e s’imponeva alle squadre di serie A, la Spada dell’Islam si pensava in grande. Un fine politico – «come risolvere il conflitto in Palestina? Fondiamo l’Isratina, uno stato binazionale...!» —, o un inimitabile pittore: obbligò i riccastri italiani, quelli che volevano tenersi buoni i petrodollari del papà, a esporre le sue croste nei più bei palazzi di Milano. Quella sera non gli andò benissimo, però: erano i Dies Iraq, ogni giorno un’autobomba, e il giovane Gheddafi si lasciò scappare qualche parola di troppo sui soldati italiani, arrivando a oltraggiare i Caduti di Nassiriya. Lì, perfino i nostri industrialotti ebbero un sussulto. Gli chiusero la mostra d’arte. E lo rispedirono da dov’era venuto.
L’unica cosa certa è che ora torna alla casa del padre: il colonnello Muammar. E sarà sepolto nella terra dei Gheddafi, a Sirte, dov’è il cimitero di famiglia. Là dove 15 anni fa non fu concesso riposasse il dittatore, per evitare che la tomba diventasse un luogo di culto. Non si corre questo pericolo, con Saif: più un cognome pesante da spendere all’estero – magari a Mosca, dov’era di casa —, che un nome da sfruttare nella crisi libica, più simbolo che leader, più divisivo che decisivo, Saif si sopravvalutava ed era convinto bastasse chiamarsi Gheddafi, per tirare a campare. Sostenuto dagli ultimi gheddafiani, i «verdi» del Fezzan e di Tobruk, cinque anni fa s’era perfino candidato alle presidenziali (che non si sono mai tenute), puntando sulla nostalgia dell’ordine e sul sostegno che nel 2011 l’aveva portato a difendere il padre fino all’ultimo: «Sono stato lontano dal popolo – diceva —, bisogna tornare piano piano: come in uno striptease, devi giocare un po’ con le menti».
Prevedeva «almeno 40 anni di caos», per la Libia, e per metà ci ha quasi azzeccato. «Ma era rimasto scollegato dalla nuova realtà – commenta Ahmed Zaher Qutait, acuto libiologo – e non sapeva che la sola simbologia non basta più: senza un progetto politico, una struttura militare e una rete d’alleanze, ormai anche le figure più iconiche diventano sacrificabili in poche ore». Da anni le milizie di Zintan, che nel 2011 l’avevano catturato mentre fuggiva nel Niger mascherato da beduino, le stesse che ora fingevano di tenerlo prigioniero nella sua villa e in verità lo proteggevano, sembravano un’assicurazione sulla vita di Saif.
Ricercato all’Aia per crimini e torture, dopo 5 anni di carcere e una condanna a morte, nel 2016 era stato graziato dall’amnistia e viveva sempre più nascosto.«Ma nessuno è intoccabile – osserva Zaher – e la protezione d’oggi può trasformarsi nell’esecuzione di domani. In Libia, il potere non s’eredita: si conquista, si perde e molto spesso si paga con la vita».
Ci sarà un’inchiesta: senza la complicità delle sue guardie del corpo, chi sarebbe riuscito a disattivare le telecamere di sorveglianza? Un «assassinio politico, codardo e traditore», denunciano i fedelissimi: quei quattro incappucciati gli sono entrati in casa nella notte, ma Saif «li ha fronteggiati in uno scontro diretto e coraggioso, finché Allah non l’ha scelto come martire e testimone della tragedia della sua nazione».
La retorica non nasconde le domande. Chi trema? E chi ci guadagna? Molti sussurri, poche grida. Il suo rivale Saddar Haftar, che vorrebbe essere il nuovo Gheddafi, non piange di certo: poco prima del delitto, benedetto dagli Usa, s’era incontrato coi rivali tripolini per stendere un piano d’unità nazionale. C’è la pista straniera: Saif sapeva molto dei finanziamenti del padre alla campagna elettorale di Nicolas Sarkozy. Qualche giorno fa, Gheddafi Jr aveva accusato «agenti stranieri» d’avere favorito gli Usa nella caduta del regime. La stessa cosa che dicono gli altri suoi fratelli, Hannibal e Saadi. La sorella Aisha, no: tace. Preferisce dipingere ritratti del padre. Ma usa il pennello come una spada, anche lei.