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 2026  febbraio 05 Giovedì calendario

Merz, lo scambio con Meloni per un posto sul supercaccia (una volta scaricati i francesi)

Quando Giorgia Meloni e Friedrich Merz si sono incontrati, nel Vestibolo degli amori difficili di Villa Pamphilj, alla presenza dei più stretti collaboratori, c’è un argomento che hanno toccato pur senza soffermarvisi a lungo. Il cancelliere voleva sapere come Roma vedesse un’eventuale partecipazione tedesca al super caccia del futuro, il Gcap, l’aereo di sesta generazione che l’Italia sta costruendo insieme alla Gran Bretagna e al Giappone. E da Meloni non ha trovato obiezioni, tantomeno un rifiuto, ma disponibilità. Lo confermano al Corriere fonti tedesche e italiane di alto livello, che non hanno assistito all’incontro di persona, ma ne sono state in seguito informate.
Stiamo parlando del più importante progetto militare in via di sviluppo in Europa: il «sistema di sistemi», in cui il super caccia sarà unito a droni, satelliti, al combat cloud, insomma una piattaforma aerea ad altissima tecnologia. Il Gcap (joint-venture tra Leonardo, Bae System, Mitsubishi) è il diretto concorrente del Fcas, fortemente voluto da Macron e Merkel quasi dieci anni fa, il campione europeo che doveva contrastare il predominio Usa, ma che secondo molti articoli usciti è sul punto di essere abbandonato. Il governo tedesco ha detto che avrebbe preso una decisione entro dicembre, ora si parla di fine febbraio. Ebbene, al vertice intergovernativo romano in cui Italia e Germania «non sono mai state così vicine» (parola di Meloni), il Gcap era l’«elefante nella stanza». Così l’ha definito un partecipante. In pubblico, neanche una parola.
È ovvio che una collaborazione strategica Roma-Berlino sulla difesa aerea sarebbe un salto di qualità. Tutto passa, un’altra volta, per Parigi. E da una via d’uscita o dal fallimento del Fcas, un progetto tanto politicamente ambizioso quanto industrialmente infelice. Nato nel 2017 dal consorzio tra Dassault e Airbus (a cui nel 2021 si è aggiunta la spagnola Indra), è stato segnato dall’inizio dai litigi: divisione del lavoro, subforniture, processi decisionali, i due colossi avevano idee diverse su tutto. Pochi giorni fa, il ceo di Airbus, Michael Schoellhorn, ha detto a Politico: «Dassault ha un approccio completamente diverso che non si addice a un progetto cooperativo europeo; per questo, riguardo al caccia, è meglio separare le strade». Quanto al gruppo transalpino, che già produce i Rafale – su cui possono essere trasportate le armi atomiche francesi – è convinto di avere il know-how per proseguire da solo.
Un alto funzionario del ministero degli Esteri tedesco spiega al Corriere che occorre «chiudere bene» con Parigi: non ci potrebbe essere un momento peggiore con divergenze su tanti dossier. Ma si tratta di decidere, appunto, «come» separarsi, non «se». Berlino ha fatto capire di voler tenere in piedi una parte del programma, quella del combat cloud, ossia di sviluppare insieme un sistema di combattimento e controllo comune (adattabile poi ad altre piattaforme). Secondo il settimanale Stern, Merz avrebbe informato a metà gennaio i membri del suo gabinetto, dopo i colloqui con Macron, che non ci sarà un jet da combattimento comune, «ma che ce ne saranno due».
Simbolicamente, è uno smacco per l’asse franco-tedesco. Ma se davvero Berlino dovesse passare con gli arcirivali italo-britannici-giapponesi del Gcap, succederà comunque in una seconda fase. Ben dopo il divorzio. Addetti ai lavori tedeschi ritengono che la Germania propenda in realtà per l’aereo svedese Gripen, prodotto dalla Saab, a cui si interessa anche il Canada. Ma la partita si gioca ora.
Un top manager dell’industria della difesa italiana dice che la vera questione è che cosa chiederà in cambio Roma: a quali progetti tedeschi vorrà unirsi? In uno dei due protocolli usciti dal vertice si torna a parlare di «potenziale futura cooperazione per la produzione di una comune, innovativa piattaforma terrestre» (quindi legata ai tank), ma c’è molto interesse nel settore navale (si fa il nome di Fincantieri) e nei satelliti.
Per Roma è anche una questione di fondi. Nel decreto ministeriale del 9 gennaio 2026 si spiega che per il Gcap (arrivato alla fase 2, quella dello sviluppo) erano previsti 6 miliardi; tale «onere previsionale è stato nel tempo aggiornato, tenendo conto dell’incremento dei costi, fino a un volume stimato di 18,6 miliardi». In parte stanziati, ma per 7,831 ancora da trovare. Ora è ovvio che un nuovo partner può assorbire questi aumenti. E produrre su scala più ampia – se la Germania dovesse ordinare decine o un centinaio di caccia – ridurrebbe i costi per tutti.
La parola decisiva, però, spetterà alla Gran Bretagna. Il Gcap ha il quartier generale a Redding, terra della Bae. E che cosa chiederà Londra a sua volta? Si sa: vorrebbe partecipare agli acquisti comuni di armi, accedere al fondo europeo Safe, ma finora è stata respinta. Inoltre, complica i piani il fatto che i britannici vorrebbero far entrare nella joint venture anche i sauditi. È un gioco di equilibri su più tavoli. Di certo, fa parte del più grande ridisegno della difesa europea da decenni: ma far incastrare i tasselli richiederà diplomazia, ambizione e soprattutto abilità.