Corriere della Sera, 5 febbraio 2026
«Matteo ha tradito valori e ideali. Io come Meloni che lasciò il Pdl»
Il giorno dopo il divorzio volano i piatti. Accuse di tradimento, di promesse mancate, di mancanza di coerenza. Roberto Vannacci sbarca in Emilia in un grande albergo in periferia dove lo attendono 300 persone (le richieste erano oltre 3 mila) per parlare di «Remigrazione» ma parte subito all’attacco. Il generale respinge e ribalta l’accusa di tradimento su Matteo Salvini. «Io non sono un traditore, semmai è Salvini che ha tradito valori e ideali». Parole forti che mandano in visibilio il suo popolo. Eppure s’erano tanto amati con il segretario leghista che lo ha difeso fino all’ultimo nonostante buona parte del partito gli chiedesse di cacciarlo.
E se il leader dice che farà la fine di Gianfranco Fini, Vannacci intervenendo in serata a Realpolitik su Rete 4 ribatte: «Più che come Fini, mi sento come Meloni quando ha lasciato il Pdl. Salvini ha parlato di lealtà, onore, disciplina e dovere. Lealtà non è obbedienza cieca. Io non abbandono il posto di combattimento, io lo presiedo. Nella Lega mi è stato assegnato un incarico di vicesegretario – spiega il deputato europeo – però non mi è stata assegnata alcuna autorità e responsabilità. Quindi è stato un incarico totalmente ad honorem. Non mi è stata data la possibilità di essere incisivo da un punto di vista politico». Era un corpo estraneo o è stato trattato come tale dal partito perché era un personaggio scomodo? Vannacci rivendica la sua coerenza: «Sono stato preso come un pacchetto completo, con i miei valori e le mie idee. Io non le ho tradite, sono altri che hanno predicato in un modo e votato in un altro».
In sala ci sono membri dei Team Vannacci, ex leghisti delusi e sbuca pure il sindaco di Pernnabilli Mauro Giannini che sfoggia la spilla della X Mas. La requisitoria del generale contro chi lo ha «ospitato» per un paio d’anni è senza sconti. «Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come si proponeva il documento di Zaia». E ancora: «Non è possibile i giorni pari fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi. Non è possibile fare una campagna elettorale dicendo che si vuole demolire la legge Fornero e poi invece rimanere all’interno di una coalizione che la legge Fornero l’ha confermata e anche inasprita».
A chi lo accusa di essere sceso dal Carroccio dopo aver promesso il contrario, l’ex vicesegretario replica: «Il taxi ha cambiato direzione, a me interessa arrivare alla meta. Sono sceso da questo taxi, procedo a piedi con lo zaino, bussola e cartina». L’aria di battaglia al generale regala scariche di adrenalina. Che schizza a livelli altissimi di fronte a sondaggi che vedono il suo nuovo partito veleggiare intorno al 4 per cento. «Mica male come rampa di lancio», commenta.
Un pacchetto di possibili voti che potrebbe rivelarsi esiziale per la coalizione di governo. «Non ho ancora parlato con Giorgia Meloni – chiarisce dopo aver smentito di aver ricevuto soldi da Steve Bannon – Ma noi siamo un interlocutore ideale per il centrodestra. Abbiamo le stesse idee e gli stessi valori. Io voglio fare un partito di destra vera, che non vuol dire estrema, ma determinata e che non è la brutta copia slavata della sinistra». E pazienza se la Lega da subito ha detto che non vuole nessun dialogo e che il deputato europeo mostri interesse ad entrare nel gruppo Europa delle nazioni a fianco dei neonazisti tedeschi di Afd. E poi, a proposito di possibili alleati, Vannacci non lesina una stoccata a Forza Italia: «A me non sembra più il partito di Silvio Berlusconi, ha perso quello slancio e i suoi valori».
C’è n’è anche per chi gli chiede di lasciare il Parlamento europeo. «Non mi dimetto. La Costituzione non prevede il vincolo di mandato. Sono stato eletto con 563 mila preferenze e grazie a quelle la Lega ha ottenuto altri due seggi a Bruxelles e allora loro dovrebbero rinunciare anche a quei due seggi». L’ultima stoccata velenosa riguarda gli incidenti di Torino: «I mandanti morali di questo scempio, di questa criminalità siedono pacificamente in Parlamento».