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 2026  febbraio 04 Mercoledì calendario

I secoli del martello

Probabilmente, i nostri antenati del Paleolitico che per primi legarono una pietra a un bastone con nastri di cuoio e tendini di animali non pensavano che – suppergiù trentamila anni dopo – la loro invenzione sarebbe diventata il centro dell’agorà mediatica in Italia. Così come non lo avrebbe potuto presagire Yevgeny Kamzolkin, l’uomo che nel 1918 propose di utilizzarlo, incrociato a una falce, come simbolo delle celebrazioni moscovite della festa dei lavoratori. Eppure, per uno di quegli affascinanti arabeschi della storia, il martello, prima evoluzione tecnologica dei chopper, i sassi con cui l’ Homo habilis tre milioni di anni prima iniziò a spaccare ossa e noci, nel corso dei secoli ha varcato i confini della sua pura utilità, diventando metafora cangiante buona per ogni ideologia.
D’altronde, pochi oggetti come il martello sono istintivamente portatori di concetti astratti, i preferiti da filosofie e religioni. Nella mitologia norrena, Thor ammazza giganti e percuote il Valhalla con il suo infallibile e meraviglioso Mjöllnir, forgiato dal nano Sindri. Un po’ arma – come il Kriegshammer e il Bec de corbin usati dagli eserciti tra XIV e XVI secolo per spaccare gli elmi dei nemici – e un po’ anello di congiunzione fra il mondo degli Asi divini e la feroce realtà dei vichinghi, il martello viene inciso sulle lapidi di tutta la Scandinavia, si unisce alla croce sui pendagli durante la cristianizzazione, trascende se stesso. Incessante, picchia sull’incudine dell’immaginario e sprigiona lapilli di suggestioni.
In principio furono ovviamente la forza, la costanza, la tenacia con cui l’uomo modifica la realtà e la plasma, forgiandola come il maniscalco fa col ferro. Non a caso gli stemmi araldici di casate, borghi e regioni di mezza Europa sono tuttora costellati di martelli, ereditati dalle insegne delle gilde e corporazioni dei fabbri. Già, il fabbro. L’ Homo faber fortunae suae, costruttore del proprio destino, ma anche professione medievale per antonomasia, da cui derivano i cognomi più diffusi in Germania (Schmidt) e Inghilterra (Smith, da blacksmith). Dal colossale maglio di Automatix, il fabbro baffuto del villaggio di Asterix, alla Rivoluzione industriale, il passo non è breve ma è naturale.
È infatti l’operaismo a dare una nuova semiotica al martello, che a fine Ottocento diventa il vessillo dei lavoratori, intesi non più come volgo invisibile, ma come classe sociale e nuovo soggetto politico. E insieme al celebre spettro del socialismo evocato da Marx ed Engels, per l’Europa inizia ad aggirarsi anche la stilizzazione dell’attrezzo più usato nelle officine da Manchester alla Ruhr, fino alla Milano di Filippo Turati e Anna Kuliscioff. La diffusione è lenta ma costante, fino alla consacrazione dopo la Rivoluzione russa, che eleva il martello a metafora della metà industriale della mela proletaria insieme alla falce, raffigurazione del lavoro contadino. Da allora, per tutto il Novecento, è lo scettro identitario del comunismo, immancabile sulla bandiera di qualsiasi Paese del blocco sovietico, incrociato ad ogni cosa, dal compasso nella Ddr al pennello calligrafico in Corea del Nord. Il martello è inflessibile, come la fiducia nel trionfo inevitabile del socialismo.
Già, ma che succede quando l’utopia va in crisi e resta solo l’inflessibilità? Cosa succede quando, nel più classico esempio di estremi che si toccano, a fine anni ’70 il martello viene «adottato» dai neofascisti di Terza posizione, che per reagire ai raid a colpi di chiave inglese dei Katanga lo scelgono – incrociato alla runa nazista Wolfsangel – come loro logo? Cosa succede quando il Muro di Berlino e il blocco sovietico crollano sotto i colpi di mazza di chi cerca la libertà? Succede che il lungo rapporto simbiotico fra l’attrezzo e la sinistra inizia a sfaldarsi, e ognuno lo brandisce a piacimento, trasfigurato come il simbolo del dollaro per Andy Warhol, o più prosaicamente appiccicato qui e là come un tatuaggetto sbiadito.
Il martello diventa tutto e nulla: entra nella cultura popolare, negli stemmi dei club calcistici dalla storia operaia e siderurgica (West Ham United a Londra, Shakhtar Donetsk in Ucraina), viene citato da rock band come i Led Zeppelin e i Manowar, finisce nel video di Peter Gabriel Sledgehammer e – insanguinato – sulla copertina dell’album Kill’em all dei Metallica, mentre Il martello dell’Eden è il titolo di un romanzo bestseller di Ken Follett. Estratto dalla cassetta degli attrezzi della politica, torna a implicare il raptus brutale, torna al suo uso medievale di arma contundente.
Ed è a questo punto – proprio mentre la sua omonima Silvia chiude la carriera di lanciatrice (del martello...) e viene eletta sindaca di Genova – che entra in scena Ilaria Salis. La quale, con i compagni della Hammerbande «antifa» di Dresda, sale all’onore delle cronache per un assalto a colpi di mazza ai danni di alcuni estremisti di destra in Ungheria. Un giudice magiaro, battendo il suo martello (toh...) in un’aula di tribunale, sentenzia che è terrorismo, altri invece esaltano l’atto di resistenza. Anche se forse trattasi solo di mediocre hooliganismo, che più di rifarsi al testo impegnato di Contessa («Compagni, dai campi e dalle officine/ prendete la falce, portate il martello,/ scendete giù in piazza, picchiate con quello», sembra riecheggiare Rita Pavone: «Datemi un martello/ che cosa ne vuoi fare?/ Lo voglio dare in testa/ a chi non mi va». Pura e semplice intolleranza, sopraffazione troglodita che vale la scena iniziale di 2001: Odissea nello spazio, con gli ominidi che alla comparsa del monolite scoprono la violenta catarsi dello sfasciare tutto.
Il resto è Torino, un tizio vestito di nero che picchia un poliziotto con una mazzetta scadente, di quelle che al terzo colpo iniziano a dare segni di cedimento. Gli stessi che mostra l’ottusa visione del mondo per cui ancora oggi ci si illude – con in mano un martello da 7 euro e 90 – di risolvere ogni problema come se fosse un chiodo.